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    Le miserie di una colonia e la fine del socialismo bertinottiano: uno sguardo da sinistra


    Quando, più di cinque anni fa, scoppiò la guerra in Afghanistan, la sinistra si rese riconoscibile nella sua opposizione. Era l’epoca delle bandiere arcobaleno appese alle finestre, delle marce della pace che univano tutta la base di una sinistra che si voleva e tentava di pensarsi “nuova”. Superficiale, senza riferimenti “forti”, senza poderosi “metaracconti” le si è rimproverato. Tanto “allegra” e “infantile” da essere quasi inutile, si è pensato: sabbia nel vento. Pietro Ingrao, nella sua “nonnità”, pose a questa sinistra la questione nel novembre 2002, al Forum sociale europeo di Firenze. Non era la persona più indicata a farlo, ma lo fece: che ne è del “potere” per voi? Anni dopo Ingrao entrò, come al suo solito in ritardo, in Rifondazione, aderendo al progetto della Sinistra Europea.

    Al di là del giudizio storico che se ne vorrà dare, nuova, ad ogni modo, quella “cosa” lo era. Era “di sinistra” ed era una “forza”. Una forza che aveva subito due colpi: la tremenda repressione di Genova e poi, a secco, gli attentati di New York e le sue “conseguenze”. In fondo, per chi vorrà scrivere tra qualche decennio, la storia, raccapricciante, di questo inizio secolo, sarà tutto sommato facile individuare in una “Grande Paura” e nella lotta contro questa “Grande Paura” i leitmotiven delle forze che si sono mosse nel campo politico di questi anni. La “sinistra” dei “movimenti”, dei “Forum Sociali”, questa sinistra balbettante e sconfitta d’inizio secolo, è riconoscibile in fondo da questa matrice: la lotta contro una “Grande paura”. A quanti proveranno a fare, e a parlare di, politica di “sinistra” nei prossimi anni – ad un livello “alto”, se sarà mai un giorno di nuovo possibile – possiamo, di questi anni appena trascorsi, consegnare solo il racconto di questa lotta. E il transito della speranza di una pratica democratica.
    Ma prima che tutto ciò possa continuare a essere davvero rilevante, occorrerà passare tra le forze caudine del “ridicolo politico”: a meno di non restare, rispettosamente per noi, in silenzio.

    Nella votazione del senato che ha segnato la caduta del governo Prodi sono in questione diverse rese dei conti: la prima, quella tra “riformisti” e “radicali”, si sarebbe probabilmente stemperata, se la maggioranza di centrosinistra fosse stata più ampia, nel giro di qualche anno, oppure sarebbe venuta alla luce in altri campi che non la “politica estera”. Probabilmente. Ma neanche la storia di questa buffa replica dell’italietta giolittiana è possibile farla con i se: caso ha voluto che la “destra” – nel cui ambito a mia memoria mai si è posta la “questione democratica” se non in modo ipocrita e interessato – facesse all’ultimo momento quella “porcata” di legge elettorale che, se non è riuscita a farla tornare al governo, quantomeno è riuscita, in una sola notte, a guastare la festa della “sinistra”. Complice quell’intelligenza, antodemocratica ma profonda, delle cose italiane che occorre riconoscere, al di là di tutto, a Silvio Berlusconi.

    Una resa dei conti teorica e politica, inoltre, tutta interna alla “sinistra”, con cui si sperava di poter fare i conti a partire da posizioni di forza. La questione, adesso, è tutta interna al campo “radicale” o, per fugare possibili confusioni, al campo di Rifondazione. Chi l’ha vista nascere, chi l’ha creata e chi l’ha solo votata, convintamente, per opportunità o per rigetto. E’ la crisi di quello sbocco che l’evidenza di una impossibile “rifondazione del comunismo” aveva trovato nel socialismo parlamentare bertinottiano.

    È difficile per chi ha fatto della lotta contro la guerra e il neoimperialismo poliziesco degli ultimi anni la ragione del proprio fare politica votare a favore di una mozione di governo, del proprio governo, che nelle linee generali tutto sommato prosegue questa politica. E’ difficile, avendo sulle spalle un intero vocabolario, e un’intera tradizione, che a questa politica si oppongono. Come si è detto “senza se e senza ma”. Ma se questa è la posta in gioco rivendicata dai senatori comunisti Turigliatto e Rossi per spiegare il mancato sostegno al governo sull’Afghanistan – ricordiamolo, la loro astensione è solo uno dei motivi della bocciatura – bisogna allora almeno interrogarci sullo statuto che la “rappresentanza” ha avuto e avrà d’ora in poi a sinistra.

    Perché se è vero che i due avevano tutto il diritto e tutto il dovere di rispondere ad un mandato da loro interpretato secondo una rigida logica categorico-consiglista, d’altra parte tale mandato era stato reso operativo solo dal loro inserimento nelle liste di partiti, Rifondazione e il PdCi, che avevano stretto in quanto “comunità” di partito – il comunicato del segretario Giordano è inequivocabile a questo proposito – un’alleanza di governo con altre forze. Partiti che, nel loro insieme, possiedono un mandato di “rappresentanza” ben più ampio di quello rivendicato dai due singoli parlamentari. Il carattere peculiare del loro “mandato” è contestato alla radice dalla loro preventiva accettazione di un’altra logica di rappresentanza. Detto altrimenti, e rovesciando la frittata: la (grave) responsabilità di Rifondazione, e del suo gruppo dirigente, in questo episodio, decisivo, della sua storia dopo la nascita e la scissione del ’98, sta nell’aver transitato all’interno di una certa logica di rappresentanza, un’altra logica. Entrambe democratiche, entrambe appartenenti alla tradizione del comunismo e della “sinistra” del ‘900, ma del tutto incompatibili tra loro nella forma di democrazia parlamentare creatasi oggi in Italia e alla cui guida Rifondazione – tutta Rifondazione – ha deciso di porsi.
    Una incompatibilità tra due logiche della rappresentanza che investe naturalmente il cuore delle forme democratiche occidentali di questo inizio secolo ma che, è evidente, si pone oggi in modo radicale solo a sinistra, lì dove evidentemente le due istanze di “rappresentanza” si fronteggiano irriducibilmente negli stessi soggetti.

    In che modo l’istituto parlamentare, anche di “maggioranza governativa” può rappresentare forze sociali la cui autonomia risulta irriducibile al “mandato” di “governo”? Un passo oltre: tra le due istanze di rappresentanza, quella di partito, di “coalizione” da un lato e quella “ad personam”, “categorica”, soggettiva, dall’altro, quale delle due la “sinistra” privilegierà da questo momento in poi? La questione, vecchia, è tutt’altro che datata, mi sembra, visto che nella sua voragine si trova ad affondare impietosamente lo stesso equilibrio – per qualcuno un puro “gioco di prestigio” – tentato dal socialismo bertinottiano.
    D’altra parte, figure che hanno negli ultimi venti anni rappresentato, anche a costo di muoversi contro le logiche della “rappresentanza parlamentare”, una strenua opposizione contro una certa politica “di continuità” garantita dal conservatismo “governativo” di qualunque parte (la logica dell’Alleanza Atlantica rientrava, almeno fino a qualche anno fa, all’interno di questo “continuismo”) hanno deciso di sottostare ieri al vincolo partitico-parlamentare (non è il caso di Grassi, per intenderci, la cui logica di “contrasto ma nella fedeltà al partito” ci è sempre apparsa alquanto fumosa e interna a un gioco delle parti, ma certamente di una Menapace, di un Bulgarelli, e persino di un Russo Spena).
    Ora, se a nostro avviso una visione matura dell’evento parlamentare in corso non avrebbe consentito altro che una votazione come quella espressa dalla “comunità di partito” di Rifondazione, proprio in virtù della preventiva accettazione della logica entro cui quell’evento era maturato – in questo senso Turigliatto e Rossi non possono che essere definiti altrimenti che come due imbecilli politici – d’altra parte il modo in cui esso ha portato alla conclusione che sappiamo mette radicalmente in discussione la logica in cui la politica di Rifondazione si è mossa in questi ultimi anni (precisamente: a partire dalla sconfitta al referemdum sull’estensione dell’articolo 18). Gli eventi che seguiranno la caduta del governo Prodi costringeranno il gruppo dirigente di Rifondazione a fare i conti con alcune delle questioni sulle quali si è nel passato sorvolato troppo facilmente. Le spinte, interne ed esterne, saranno tali da costringere il partito ad un atteggiamento di attendismo vincolato che non siamo così certi l’attuale gruppo dirigente sappia interpretare.
    In questo contesto, l’espulsione, in ritardo, del puro e duro Turigliatto, bandiera rossa in mano, vuol dire davvero poco. Un po’ come gettare nell’immondizia la buccia su cui si è scivolati, senza pensare alle ossa rotte.

    Ora, sapevamo tutti che quanto è accaduto ieri al senato non avrebbe tardato molto. Che un paio di voti di maggioranza, tutto sommato, non dessero alcuna prospettiva di lungo termine, lo si era detto subito. Il governo si è scontrato con la propria debolezza, connaturata sin dalla sua nascita. Certo è che però questa fine, brusca e inaspettata per come è avvenuta, lascia difficili margini alla ricomposizione del precario equilibrio precedente e consegna il Paese, e la sinistra di questo Paese, a una fase “resocontista” che, nelle peggiori previsioni, non pensavamo così vicina.

    La posizione di Rifondazione appare improvvisamente svuotata di senso. Tutto quello che può fare in questo momento, e che infatti si premura a fare, è evitare un ritorno alle urne che oltre a riconsegnare prevedibilmente il Paese alle destre, si trasformerebbe in una débacle del partito, marchiato dai centristi dal “peccato” di non aver saputo fare rispettare il vincolo di coalizione, oltre che nel seppellimento, senza se e senza ma, del progetto bertinottiano dei “movimenti al governo”. Ma rimanere al governo per Rifondazione significherà a questo punto rimanere inchiodata ad un sostegno ora più che mai incondizionato a politiche, sia estere sia, prevedibilmente, interne, sempre più spostate verso destra, soprattutto nel caso di uno spostamento verso l’UdC – o verso quel Lombardo che in Sicilia appoggia Totò Cuffaro - dell’asse governativo. Il vicolo è cieco.
    Sarebbe una nemesi storica, se in fondo non stessimo parlando d’altro che di un circo. Il partito che ha fatto della sfida della “democrazia partecipata” il proprio punto d’onore nella partecipazione al governo – e addirittura nell’insediamento alla presidenza di una delle sue camere (ripensiamo al discorso di insediamento di Bertinotti) – sarebbe proprio quello che più si opporrebbe ad un ritorno all’evento più partecipativo della democrazia: il voto. E lo farebbe poi in nome di una ricomposizione “democratica” di una maggioranza, di una qualsiasi, all’interno del Palazzo, delle istituzioni, nel segno del peggiore laissez-faire democristiano.

    Certo, tutto questo è ridicolo. O così appare. In realtà, nella votazione del Senato troppi sono stati gli imprevisti, le repentine accelerazioni, i cambiamenti notturni di casacca, per non pensare che lo spazio per qualche giochetto, in fondo, può anche esserci stato. Non siamo partigiani delle dietrologie, beninteso: diciamo piuttosto che debolezza, imbecillità e gioco politico si sono ben combinati, ieri, in una certa direzione. D’Alema ha certo pressato per inchiodare alla sua politica estera tutta la maggioranza: nell’alternativa tra il tentativo di forzare la mano, in un senso o nell’altro, si gioca anche l’opposizione, connaturata al personaggio, tra la sua responsabilità e la sua irresponsabilità. Tra la sua cattiva e la sua buonafede. Dai suoi ottantotto anni Andreotti, come probabilmente il trotskjsta e il suo compagno, ha riferito di non aver pansato che il governo sarebbe caduto. Tutto il potere alla fantasia o, anche qui, calcolo politico? E l’arrivo improvviso di Pininfarina, scortato da Fassino e poi prigioniero nei banchi di Forza Italia? E la febbre di Scalfaro? Irresponsabilità o calcolo politico? L’uno e l’altro, probabilmente: protagonista, e questa volta nel vero senso del termine, una politica che più geriatrica di così davvero non potrebbe essere.
    L’unica prospettiva per vedere il paesaggio un po’ meno ridicolo di quanto in realtà non sia è guardare a chi oggi sorride della caduta di un governo che, così come è stato immaginato durante la frenetica redazione del “programmone” non sarà mai più possibile: l’amministrazione Usa, Confindustria, il Vaticano, i sostenitori del Grande Centro come unica forma di governo possibile per questa misera colonia parlamentare.

    Perché nell’assurda combinazioni di fattori che hanno portato alla caduta del governo Prodi e, da questo momento in poi, alla recita a soggetto di una sinistra parlamentare prigioniera di se stessa, si ha davvero la conferma di quanto l’Italia oggi sia colonia. Di quanto sia in fondo imprigionata innanzitutto dal proprio stesso “pensiero coloniale” che rende inevitabilmente ristretti i margini riformatori di un suo qualunque governo parlamentare da piccola potenza regionale europea.
    “Tu si ‘na colonia, ‘o vvuò capì, una colonia…” faceva dire De Crescenzo al suo Bellavista. Un cane al guinzaglio. Se si decide di sfruttare la rappresentanza parlamentare per accedere al governo di un simile Paese, e per modificare “dal di dentro” le condizioni del suo reale assoggettamento (e possiamo pure condividerla questa posizione, foucaultianamente, non dimenticando però che negli anni ’60 simile è stata sostanzialmente quella del Partito socialista di Pietro Nenni) occorre avere ben in mente quali sono gli spazi di movimento. E che, se si vogliono mutare attraverso l’intervento parlamentare, occorre saperlo fare, con grande intelligenza e comprensione del campo di forze in cui ci si muove.

    E’ quanto, ipocritamente oltre che stupidamente, i due parlamentari eletti Turigliatto e Rossi, replicando in forma di farsa “testimoniale” una pratica, che era di un intero partito, “di lotta e di governo”, non hanno voluto o potuto capire. Ne hanno approfittato quanti volevano chiudere questo breve tentativo “entrista” delle forze di sinistra.
    Rifondazione, o quel che ne resta, i suoi attuali parlamentari innanzitutto, la pagheranno cara. I ristretti margini entro cui saranno costretti a muoversi, comunque vadano le cose, porterà ad una sua, forse già prevista dal presidente della Camera, implosione. Certamente ad una resa dei conti ultimativa delle sue interne contraddizioni.
    Il progetto equilibrista dell’ultimo tentativo, novecentesco, di una “rifondazione” del comunismo si conclude insomma così, impietosamente e dolorosamente.

    Prendiamo atto che sulle sue macerie si apre da oggi una nuova storia, a sinistra.

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    scritto da gianfranco
    il 23.02.2007

    4 Commenti a “Le miserie di una colonia e la fine del socialismo bertinottiano: uno sguardo da sinistra”


    1. uno scrive il 23.02.2007 alle 9:40 am

      Prendiamo atto che sulle sue macerie si apre da oggi una nuova storia, quella di un decennale governo del centro-destra.

    2. millepiani scrive il 23.02.2007 alle 10:37 am

      ma non diciamo castronerie…le questioni sono molto più serie e investono centralmente il ruolo della sinistra nei prossimi decenni. Cosa pensi, che il governo non si ricompatti? ma dove vivi? come se non si conoscessero le capacità tattiche del gruppo dirigente ds e in particolare di D’alema. Cosa pensi, che chiedendo un sì netto alla politica estera non si fosse previsto, almeno previsto, lo scenario di una mancanza di maggioranza? cerchiamo di non perdere la lucidità e di ragionare non solo sul piano della politica istituzionale, ma anche su quello un po’ più profondo delle responsabilità e dei ruoli e delle identità a medio e lungo termine.

    3. piss-ano scrive il 24.02.2007 alle 10:14 am

      Condivido largamente. E sì, Palazzo Madama assomiglia sempre più ad un reparto di Psichiatria Geriatrica (ma l’accesso all’elettorato attivo a 25 anni e l’elettorato pasivo a 40 non è una discriminazione d’età sancita costituzionalmente ma impugnabile presso la Corte di Giustizia Europea?).
      Solo che, siccome sono un filo più pessimista, temo che la nuova storia che si apre a sinistra non sarà niente di grandioso…

    4. Griot scrive il 25.02.2007 alle 11:16 am

      Non credo ci siano i termini per ricondurre quest’ultima crisi su un piano perfettamente coincidente alle passate esperienze, nè che la fiducia a Prodi e la continuità di governo, da parte di tutti gli schieramenti, non terrà conto dell’aumentata importanza del contesto internazionale nel quale tutti i Paesi assumono responsabilità politico-economiche davvero più importanti di trite seghe mentali da anticamera di psicologo. Suicidi veramente poco intelligenti.
      Che la sinistra si faccia rappresentare (e mi faccia rappresentare) da persone ancora aggrovigliate in un sistema binario che non può funzionare e far funzionare la macchina politica oggi (e in nessun’altro sistema complesso)… beh… allora revocate loro la patente, metteteli a lavorare in un centro sociale, magari con Previti.
      Questa la superficie. Nel profondo credo ad uno degli scenari ipotizzati da più parti: un progetto, a lungo termine e curatissimo nel suo percorso, di riconsegna dell’Italia al centro. Ma questo potrà avvenire solo dopo l’abbattimento (politico) del cavaliere che ancora gode di ottima salute, grazie anche alle flebo ricostituenti che gli mutua la sinistra. In tutto ciò occhio a Follini: è da un pò che ha l’aria di uno che si prepara per un lungo viaggio. Casini permettendo.
      La sinistra (”le sinistre” non riesco a scriverlo, mi dispiace, forse sarebbe più esatto ma non mi risulta naturale) continuerà solo a soffiare più o meno forte sul Mar Politico, sperando che i nuovi capitani non salpino o ritardino la partenza, o si rimboccherà le maniche e finalmente prenderà la patente nautica oltre le tre miglia dalle proprie sezioni di partito?

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