Caro Piero
Caro Piero,
come sai, non ti avevo mai parlato di questo luogo. Mentre tu stavi in silenzio, nemmeno io ero riuscito, nemmeno io riuscivo a dirti che noi, io e Renzo, eravamo molto più oltre, e molto più altro di te.
Forse si sarebbe dovuto essere più violenti di quanto eravamo riusciti ad essere ogni volta che ci riuscivamo a vederci. Più violenti significa: forse avremmo dovuto dirti quello che si faceva, sul serio.
Esattamente meglio di come tu lo facevi.
Mentre noi interpretavamo il senso stesso dello stare in rete, tu ti innervosivi semplicemente perchè ti si diceva che la democrazia delle tue mani sui coglioni - quella dei varii Linux che tu avevi lasciato cadere per fatica - era il futuro.
Era difficile parlare con te del futuro: tu parlavi, ed eri il e nel presente. Salvo la morte che ti ha fulminato, che non avevi previsto.
O forse sì.
La domenica della tua salma, quella in cui tu sei morto, io la ricordo come fosse oggi. È stata quella che mi ha allontanato da te (si dovrà, finalmente, dirsi, una buona volta, quella verità che ci separava e riuniva..).
Mi ha allontanato da te perchè, proprio mentre mi insegnavi ciò che sapevi, io lo pensavo già da me.
Non è vero che la morte avvicina nell’amore: al contrario, se la si pensa radicalmente, la morte allontana per sempre, ed in maniera definitiva espone le differenze che non si è riusciti a chiarire durante la vita
Io credo che tu sarai d’accordo con me nel rifiuto e nello schifo di quella pace di fronte la morte che cancella le differenze.
È talmente diffusa e creduta, anche tra le persone che si tollerava e che si conosceva, che non saprei dirla come la scrivo.
Non saprei dirla bene la morte che conosco, davvero.
La domenica in cui la tua salma era stata resa definitiva e ferma, e mi era stata comunicata, quella domenica, nella follia di una morte inaspettata, mi risuonava la certezza del tuo saluto. Che saprei dire (questo sì).
Questi pinocchi che di fronte la morte hanno paura, questi pinocchi che tu guardavi dal basso all’alto, non sono assolti.
E tutta la procedura con cui ti ’abbiamo seppellito’ non è stata niente altro che la messa in mostra della nostra impotenza: seppellito da ’cattolico’.
Non abbiamo saputo fare nulla d’altro che commentare nella nostra ’macchine’.
E mentre il tuo volto e il tuo corpo era più freddo delle mani che volevano riscaldarti, tutti noi, io e Renzo, ci siamo tenuti a distanza, perchè non sapevamo come accarezzarti da morto.
Amico fragile, mentre non eravamo d’accordo, tu morivi.
Mentre avevamo provato a dire della morte, da giovani e in poesia, adesso cerchiamo tutti quei luoghi che ci nascondono e ci tacciono.
Lo sapevi, questo lo so: lo sapevi quanto si è vicini alla fine.
Conosci i luoghi estremi.
È solo da lì che ti saluto e scrivo.
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