Senza pietà: il calcio tra dominio e violenza - una risposta militare
Il calcio a me in fondo non piace. Non lo so perché. Mi sono sempre sforzato, sin da piccolo, di mandarlo giù. Ci giocavo, talvolta ci gioco ancora, rincorro la palla, faccio finta di prenderla e qualche volta mi è persino successo di segnare, senza mai ben capire perché. Sono di quelli che si tengono aggiornati, seguo i giocatori e non sono di quelli che si stupiscono delle partite truccate, di Moggi degli scandali.
Ho seguito anche le partite del Messina, sono andato allo stadio, in curva, molte volte. Ho festeggiato quando il Messina è rimasto in serie A. Capisco la contentezza, la felicità, soprattutto nel Sud, per la vittoria di una squadra, capisco il rapporto diautorappresentazione e di mimesi che può esistere tra città e squadra. Sono figlio di un tifoso del Napoli: di uno che ascoltava la radio la domenica sino a farsi venire la febbre e che ha fondato, solo per sentire la sua città più vicina, addirittura un Club Napoli in unaltra città, la mia, Messina. Ho per zio un matto che, da Bologna, si fa tutte le trasferte del Messina quando questo gioca al Nord. Vengo insomma da una famiglia di tifosi (dimenticavo: mia nonna, palermitana, alla bella età di ottantotto anni, chiedeva a noi nipoti che ascoltavamo la partita dopo il pranzo della domenica di nascosto alle figlie cosa faceva la Juve, la sua squadra, e teneva il muso se le cose andavano storte). Ciononostante il tifo è sempre stato per me un punto interrogativo. Lho sempre capito, ma qualcosa mi è sempre sfuggito. Cè come una partizione cerebrale, che riguarda i processi di identificazione: e una parte del mio cervello finisce sempre col trattenermi da una identificazione completa.
Ora la verità è questa: a Catania un uomo è stato ucciso da gente che andava allo stadio per tifare.
Da gente violenta, da ultras. Non faccio alcuna confusione. C’è gente che non fa distinzioni tra tifo e violenza. Dunque, in questo caso, non ne faremo neanche noi. Senza che Catania mi diventi meno simpatica, tuttavia c’è una cosa, che prima non pensavo le appartenesse. È questa sua faccia violenta, assurda, orribile. Senza che Catania mi diventi meno simpatica, tuttavia Catania da stasera un po schifo mi fa. Così un po’ più schifo mi fa il tifo e l’aggettivo tifoso. E anche per calcio e stadio, la cosa non cambia. So che un brivido sottile di ribrezzo percorrerà la mia schiena ogni volta che sentirò pronunciare queste parole: anche se a farlo sarà quella metà del mio cervello che, incomprensibilmente, si diverte ogni tanto a essere tifosa.
C’è del genio, dell’arte, nel gioco del calcio, come può esserci genio in una lingua: un solo episodio, pur continuando a farci vedere il genio, può anche farci avvertire un’onda di ribrezzo, ogni volta di nuovo. Se quelli che a Catania hanno ucciso lo hanno fatto, e lo hanno fatto, in quanto tifosi dico allora che da oggi in poi non vi è più un tifo pulito e un tifo sporco. Dico che il tifo, così come il gioco calcio, da oggi è un po’ più sporco. Così come un po’ più sporca è Catania. La mia Catania. Dico che la dolcezza e l’incomprensibilità, persino la tenerezza di un gioco, da oggi non esiste più: perché ha vinto chi considera il gioco solo come violenza, chi anzi non ha alcuna idea di gioco che non sia violenza fine a se stessa. All’imposizione di un dominio.
Perché su un punto dobbiamo essere chiari noialtri foucaultiani: c’è una linea che segna il confine tra resistenza al dominio e imposizione di dominio o di potere senza replica, come si potrebbe altrimenti dire. Anche nelle curve degli stadi oggi’come nella Costantinopoli del 1100 questa linea è presente. Ad una certa forma di resistenza, inerente alla forma-gioco, si sostituisce una prassi di dominio, che tende, e giunge, ai suoi esiti estremi. L’omicidio, per questa prassi, non è solo un caso, un’occasione. È un’ovvia conseguenza: è il silenzio cui tende ogni forma di dominio. Contro questa forma di dominio occorre mobilitare tutte le forme di resistenza possibili. Ma non solo contro gli assassini, com’è naturale. Occorre mettere mano a una’repressione totale e senza condizione di tutte quelle forze che, anche collateralmente, contribuiscono a questa modalità specifica del tifo. Svuotare le vasche e strozzare i rubinetti in cui nuota il tifo ultras è solo una prima mossa. Occorre incidere, in modo fermo, sui processi di identificazione: renderli sterili, annichilirli. Trasmettere le partite solo in televisione significherebbe distruggere uno spazio pubblico, certo, se questo spazio pubblico non fosse già rotto. Gli stadi, da questo momento in poi, non sono un problema politico, ma un problema militare. Anzi, una banale ma terribile questione di ordine pubblico. Se una funzione democratica la polizia di questo Paese ancora ce l’ha, questa consiste nel ripristino di un spazio pubblico interrotto dalla violenza, e dal silenzio di una morte. Detto altrimenti: se l’unica risposta possibile per determinare una resistenza democratica all’imposizione di un dominio è in un qualsiasi luogo una risposta militare, questa deve essere esercitata senza risparmio, finché un tale spazio pubblico non sia ricostituito.
Il tifo parla oggi in Italia un linguaggio di dominio inaccettabile per un istituto democratico.
Questo tifo va abbattuto, senza pietà alcuna. E da sinistra.
3 Commenti a “Senza pietà: il calcio tra dominio e violenza - una risposta militare”





Caro Gianfranco,
avevamo appena parlato ieri di questo post. E ti avevo detto che ero d’accordo con te su un intervento ‘forte’.
Francamente, a questo punto, devo immaginare che ci sia differenza tra quanto si capisce dicendo e quanto si capisce leggendo.
Dico semplicemente che non condivido quasi nemmeno un’acca di quello che hai scritto.
Dico semplicemente una cosa: mi devi spiegare cosa signfichi ‘risposta militare da sinistra’.
Il “rubinetto” che si deve chiudere è quello dei finanziamenti spropositati alle federazioni calcistiche, al nauseante giro di soldi (potere, corruzione, speculazione, truffe, … , ) e il collegato potere mediatico che il calcio detiene.
Questa mostruosa “visibilità” offre, a chi non è riuscito a fare il colglione milionario dando calci alla palla sull’erbetta di S. Siro o del Cibali o scoparsi la velina di turno, l’occasione di “esserci dentro comunque” attraverso meccanismi di vario tipo. Innocui alcuni, se si tratta di giocare la schedina, scommettere, guardare gli “altri” che giocano alla tv.
Allo stadio sei già più “protagonista” e dopo il salutare urlo di gioia per il gol, il viso nascosto con le mani per la disperazione di quello subito, la hola, la canzoncina, la sciarpetta rosso - blu/ bianco-nera,., dopo, dopo, per chi l’equilibrio non può più tenerlo solo attraverso questi piccoli segni di partecipazione, dopo si apre il paradiso dell’onnipotenza, l’occasione per diventare “protagonisti” fino in fondo.
Spesso constato il sentimento di inadeguatezza che si sviluppa nei ragazzi ai quali il calcio non piace: stai nel gruppo, sei dei “nostri” , solo sei ce la fai a star dietro alla palla. Se non ce la fai ti puoi comunque “salvare”, puoi tifare, forte.. fortissimo. Sarebbe interessante aprire un campo di ricerca: sindrome da inadeguatezza calcistica: conseguenze.
Da ex agonista (di tutt’altra disciplina), vi dico, lo dico, che il calcio ha ucciso lo sport.
E da molto tempo, ormai.
Caro Emilio, ho riletto il mio post.
Non nego che ci siano dei passaggi - e dei termini, tra cui “militare” - il cui uso a me pone ancora più problemi che a te. Tuttavia, ed escluso si tratti di un post puramente “emozionale” pur essendo anche questo, tuttavia riconosco ancora il suo luogo di origine, per così dire.
Il punto è la risposta da tenere davanti a “pretese di dominio”. La violenza di Catania per me costituisce l’evidenza di una tale “pretesa di dominio”. Come può esserlo, in Sicilia e a Catania, in tutt’altro modo e solo per dare un esempio, il “racket”. Che fare davanti a questa “pretesa di dominio”? E’ per questo che dico “Perché su un punto dobbiamo essere chiari noialtri foucaultiani: c’è una linea che segna il confine tra resistenza al dominio e imposizione di dominio o di potere senza replica, come si potrebbe altrimenti dire. Ad una certa forma di resistenza, inerente alla forma-gioco, si sostituisce una prassi di dominio, che tende, e giunge, ai suoi esiti estremi. L’omicidio, per questa prassi, non è solo un caso, un’occasione” e poi, subito dopo “Contro questa forma di dominio occorre mobilitare tutte le forme di resistenza possibili”. Il punto da tenere fermo, da sinistra, è questo, la “resistenza alla prassi di dominio”. Questo non vuol dire che esista UNA E UNA SOLA forma di resistenza. Né tantomeno - rischio di cui sono ben avvertito - che a queste forme di resistenza, proprio perché “democratiche” non si debbano affiancare, e anche opporre da subito, se necessario, misure e contrappesi tali da evitare che esse stesse si trasformino in prassi di dominio. Detto questo, e sottolineato quattro volte il “se” iniziale, non posso che continuare: “SE una funzione democratica la polizia di questo Paese ancora ce l’ha, questa consiste nel ripristino di un spazio pubblico interrotto dalla violenza”. Violenza che, a mio giudizio e in quel contesto, non ha nulla della violenza di una “prassi di resistenza”, ma batte, diciamo, dal lato del “dominio” (del territorio). E per questo motivo che proseguo: “SE l’unica risposta possibile per determinare una resistenza democratica all’imposizione di un dominio è in un qualsiasi luogo una risposta militare, questa deve essere esercitata senza risparmio, finché un tale spazio pubblico non sia ricostituito.
Il tifo parla oggi in Italia un linguaggio di dominio inaccettabile per un istituto democratico”.
Il senso del mio intervento è leggibile entro l’opposizione “prassi di dominio”/”prassi di resistenza”, dove la seconda caratterizza, o dovrebbe caratterizzare, una prassi di “sinistra”.
Mi rendo conto, e concludo, che l’aggettivo “militare” cozzi violentemente con questa tradizione: fa specie anche a me usarlo e preferirei sostituirlo, ma non mi sembra che si concentri su questo la tua perplessità.
Un abbraccio