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    la stessa luce


    a T.
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    bruciavano nella stessa luce
    le braccia degl’alberi caduti
    e le ali degl’angeli impigliati
    durante la tempesta

    e bruciavano uccelli, arsi con le pigne, o vecchi nascondigli
    e i tocchi di legno dello scorso inverno che per altre luci
    sarebbero serviti
    ed i braceri eterni dei carbonai delle montagne,
    che prendevano fretta a cuore aperto, non smettevano

    bruciavano insetti - prima senza luce e voce -
    come tizzoni di speranza o grevi
    lucciole, senza volere e spersi
    nel fetore di un attimo vissuto male ma finalmente intensi

    e bruciavano le nostre case, soprattutto,
    avvolte in lingue di fuoco senza fine
    le nostre case e gli oggetti amati, conosciuti e conservati
    in montagna per essere salvi
    e cari

    in quella stessa luce, tra quei braceri liberi e
    il fumo stanco delle rose e del niente,
    dopo, alla mattina,
    camminavamo con bastoni tesi, spostando cenere da cenere
    cercando di distinguere quello che prima amavamo uguale
    e, adesso, ad occhi bassi, volevamo separare

    sono bruciati nella stessa luce
    le ali degli angeli caduti e gli alberi
    e di loro non c’erano rovine o salvezze possibili a cui guardare

    i dorsi ancora intatti dei nostri libri, dopo il fuoco,
    senza più pagine, solo quei dorsi,
    ci hanno fatto ridiscendere a valle, insieme e certi,
    senza più niente a spalla
    dopo quest’incendio che non finirà più

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    scritto da millepiani
    il 9.01.2007

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