la stessa luce
a T.
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bruciavano nella stessa luce
le braccia degl’alberi caduti
e le ali degl’angeli impigliati
durante la tempesta
e bruciavano uccelli, arsi con le pigne, o vecchi nascondigli
e i tocchi di legno dello scorso inverno che per altre luci
sarebbero serviti
ed i braceri eterni dei carbonai delle montagne,
che prendevano fretta a cuore aperto, non smettevano
bruciavano insetti - prima senza luce e voce -
come tizzoni di speranza o grevi
lucciole, senza volere e spersi
nel fetore di un attimo vissuto male ma finalmente intensi
e bruciavano le nostre case, soprattutto,
avvolte in lingue di fuoco senza fine
le nostre case e gli oggetti amati, conosciuti e conservati
in montagna per essere salvi
e cari
in quella stessa luce, tra quei braceri liberi e
il fumo stanco delle rose e del niente,
dopo, alla mattina,
camminavamo con bastoni tesi, spostando cenere da cenere
cercando di distinguere quello che prima amavamo uguale
e, adesso, ad occhi bassi, volevamo separare
sono bruciati nella stessa luce
le ali degli angeli caduti e gli alberi
e di loro non c’erano rovine o salvezze possibili a cui guardare
i dorsi ancora intatti dei nostri libri, dopo il fuoco,
senza più pagine, solo quei dorsi,
ci hanno fatto ridiscendere a valle, insieme e certi,
senza più niente a spalla
dopo quest’incendio che non finirà più
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