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Pensare ’senza’ testa - 2 - (dedicato a Mario M.) »
Martucci, Notturno op.70, no.1 - come un devastante amore (upload)
Non ha evitato l’ex direttore dell’Orchestra del Teatro alla Scala, di buffoneggiare, come al suo solito, di fronte il Presidente della Repubblica. Non ha evitato di buffoneggiare sulla coltura napoletana e sulla musica, eseguendo, come bis, su questo mi fermo nell’ascolto, Martucci e il suo ‘Notturno’.
Non ha evitato Riccardo Muti la solita retorica ‘pseudo-napoletana’ sulla coltura, sulle classi dirigenti e sulla vera identità di Napoli.
Non ha evitato, il maestro Muti, di prendere parola di fronte il Presidente della Repubblica, di sparare il suo pistolotto, questa volta abbastanza lungo, per spiegarci che l’orchestra ‘Cherubini’ - che lui dirige - è l’esempio della musicalità italiota, che Napoli non è la camorra, ma la musica, e che la musica serve per esprimere l’identità vera napulitana. Per dire che lui non si è dimenticato di essere napulitano.
Tanto di cappello al maestro.
Mentre Martucci continua ad essere uno dei grandi autori invisi alla critica mondiale, autore che non riesce a trovare spazio nella programmazione dei festivals a cui il ‘maestro’ partecipa, abbiamo ascoltato una pietosa esecuzione del ‘Notturno op. 70′, che ha fatto chiagnere il Presidente napulitano.
Non abbiamo qui la forza, nemmeno la voglia, di ricordare le grandi, anche se poche, esecuzioni di questo brandello d’Europa in terra nostra.
Non solo ne abbiamo sfogliato la partitura, ma l’abbiamo anche richiusa.
Avremmo, avrei detto anche che…..
…che tutte le volte che sentiamo questa rivendicazione della cultura autoctona, ‘napulitana o siciliaana’, che serve solo a legittimare le ‘belle anime’ della cultura, ci viene da vomitare.
Proprio perchè non c’è un bel nulla da rivendicare.
Se non l’apertura, nello spazio di fuga, della vocazione europea delle punte avanzate di una cultura, da sempre, profondamente minoritaria, quella delle elites meridionali, elites culturali, e politiche a volte, che si sono sempre radicate in uno stato di ‘agio economico’ che gli ha consentito sia l’amore che la violenza, sia la il rifiuto che il legame con le loro radici.
Dirci che la ‘cultura napulitana ‘comu chidda siciliana’ si incarni nelle punte avanzate di questa ‘cultura’ - la scrittura o l’assoluta, precisa, rielaborazione musicale di stilemi europei da parte di Martucci - per quanto ’splendidamente’ eseguita dal ‘napulitano direttore d’orchestra’ - è, non solo una bugia, ma una violenza profonda rispetto l’impeto ed il ruolo, profondissimo, che, invece, le classi e la cultura popolare hanno avuto nel tratteggio, nella definizione, dell’identità - per attrazione ed opposizione, repulsione a volte - delle elites culturali dell’Italia meridionale.
Tanto pare evidente ad un ascoltatore ormai ventennale di Mahler. Compositore che, con una puntualità a volte sconvolgente e a volte banale, ad esempio, ricita e rimastica in tutta la sua opera una massa di stilemi musicali ‘popolari’ - austriaci e non solo - che tutta la ‘coltura musicale europea‘ non ha avuto problemi, per un lungo periodo, a digerire come inserimenti, inserti della ‘coltura bassa nella coltura alta’.
Non posso fare a meno di riconoscere qui che, a distanza di anni, la penso come lo ‘zio’ Thomas e come il mio amico Mario. E cioè: che questi inserti sono ‘volgari ed inconcludenti, musicalmente di valore solo nel loro assoluto stravolgimento’; solo adesso ne capisco fino in fondo la funzione musicale nelle partiture mahleriane.
Fa specie che un intellettuale come Riccardo Muti confonda il proprio luogo con il luogo da cui proviene: a me era accaduto di confondere il gioco delle parti con il gioco per il tutto.
A differenza dell’intellettuale napulitano Riccardo Muti, io mi ricordo e so di quando Luigi Nono, Claudio Abbado o Maurizio Pollini andavano nelle fabbriche e nei quartieri ‘operai’ ad eseguire e presentare le loro opere; a differenza dell’intellettuale napulitano, io mi ricordo e so quello che loro dicono oggi di quello che loro hanno fatto allora; a differenza dell’intellettuale napulitano e meridionale, proprio perchè io sono siciliano, so la distanza, la differenza e la radicale forza che ha nutrito, allora, e separa oggi questo amore profondo dalla retorica disgustosa, intollerabile ed inutile di fronte la morte che, oggi, abbraccia Napoli.
Quella retorica che abbraccia, oggi - anche questa curiosa sventura abbiamo dovuto avere-, un Presidente della Repubblica napulitano. E comunista.
“No, svaniti non sono i sogni…” senza cedere alle tristezze loro - per correggere Martucci (”La canzone dei ricordi, No. 1).
Nè abbandonandosi alle carezze loro.
Se esiste un’intellettualità che ‘viene’ dal meridione e vuole ‘pensare’ il meridione, è nella deposizione del suo ruolo, nel riconoscimento della sua minorità storica, nell’indicazione della sua forza di ‘pensare l’Europa’ senza averla accanto, ma immaginandola, nella violenza del suo scarto; è nell’amore della critica, nel rifiuto e nella forza di ‘immischiarsi’ - ad armi pari - con la cultura popolare, che si trova quello spiraglio per parlare di forza della ‘coltura’, di forza della scrittura, del pensiero e della musica.
Da ’sud’.
A Roberto Saviano e a Renato Caccioppoli
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