Differenze e moltiplicazioni: Grass, l’anonimo, le biografie: il nazional-socialismo
Bio-grafie
Scrivere della propria bio-grafia implica una distanza radicale da ogni intenzione morale, da ogni ruolo, da ogni monumento che si erge sulle parole che si pronunziano o si scrivono, su di sè e sugli altri, sugli eventi; una distanza talmente radicale, una tale distanza da rendere pressocchè impossibile questa scrittura. Scrivere di sè, del tempo che abita, vive e soffoca ogni vita, è gesto, profondo, di distanza e presunzione. Presunzione d’innocenza, quando, invece, rispetto il tempo, non c’è innocenza possibile, ma solo consapevolezza. Distanza come di ogni scrittura che si occupa del proprio tempo, cioè: del proprio amore. Ecco: non ci si salva riscrivendo e raccontando la propria vita. Si è, in una certa misura, sempre ‘fuori tempo’, sfalsati ed afasici, incapaci di spiegare, di ricostruire, incapaci di raccontare davvero quello che sia accaduto. Sempre al di sotto della complessità di ciò che è avvenuto, in debito di ossigeno, come se sempre mancasse qualcosa, come se sempre non riuscissimo a raccontare, davvero, quello che ci è ‘avvenuto’, e riuscissimo, a volte, a raccontare quello che è ‘accaduto’. E non del tutto.
Questo scacco, per chi scrive e per chi legge, attiene allo statuto della scrittura, e da questo nasce la scrittura, da questo scarto, da questa impossibilità di racconto. Tutte le volte che la scrittura - nel novecento - si è attestata in questo luogo, ha saputo ‘dire’. Tutte le volte che la scrittura ha voluto dire più di questo scarto, nel secolo che conosco, o non ha detto, o ha detto a sproposito.
Il testo che ha scritto Mario, con pazienza, dice di tutto questo. Per il suo pudore, e per il suo coraggio, chiede gratitudine e risposta.
Storie
Nominiamole: non è in discussione una presunta tangenza con il nazional-socialismo delle ‘menti tedesche’, le ‘menti intellettuali’ che hanno svolto il ruolo di coscienza morale della nazione, una nazione dimezzata per più di sessant’anni. Questo attiene all’autocoscienza tedesca; questo attiene al ‘gesto’ d’interrogazione che riguarda i tedeschi. Più violentemente detto: di questa tangenza a noi, a me, non importa. Vediamo di essere chiari: che a 15 anni si potesse essere all’interno di qualsiasi organismo para-nazista non mi fa scandalo. Nemmeno di fronte l’Olocausto.
Mentre dovrebbe essere una questione risolta nell’Europa tutt’intera, e lo è, a questo punto lo è, la ricorrenza, il ritorno, la persistenza tutta tedesca nel riscoprire, squadernare, sputtanare, persistere nel cercare le responsabilità individuali di fronte il nazismo mostra ben altro che l’elaborazione di una colpa collettiva.
Mostra, precisamente, un dispositivo di trasferimento. ‘Transfert’ lo nominano gli analisti. Nominiamo anche questo, per quello che ci riguarda: da un certo momento in poi, ogni qualvolta si nominano le tangenze e le incertezze dei quindicenni che, oggi, sono la coscienza morale della nazione, quindicenni di fronte il nazismo, si porta l’incoscienza alla storia.
E questo potrebbe bastare; ma non basta. Ogni autobiografia che oggi dichiara, confessa, ipotetici incroci tra l’incoscienza di un quindicenne e il nazionalsocialismo è responsabile, volontario e cosciente, di una confusione intollerabile ed inaccettabile tra la responsabilità storica di due generazioni e la propria.
La prima generazione è quella che ha fatto crescere il partito nazional-socialista nel cuore della Germania, utilizzandolo come cuneo per rompere l’irruzione del movimento operaio, e lo ha fatto scientemente, credendo di potere governare l’irruzione della forza/violenza; la seconda è quella che ha creduto, condiviso, sposato e attraversato il delirio di onnipotenza del Terzo Reich, e che, attraverso questa rilettura, si è esposta, come la prima generazione, alla responsabilità della storia.
Io potrei, a iosa, fare esempi sia della prima come della seconda generazione. Come potrebbero farli tutti coloro i quali conoscono la storia intellettuale e politica della Germania. Fare esempi ad un livello intellettuale altissimo. Io mi rifiuto, categoricamente, di chiamare sul banco del giudizio della storia la terza generazione.
Mitologie
Quando ho letto la lettera dell’anonimo, giovane contadino che, con il suo amico Gustav G., si è fatto fucilare per non “macchiare la nostra coscienza con atti così crudeli”, quelli che le SS hanno perpetrato in ogni luogo come in Italia, io ho pensato al ‘luogo’ di questa generazione. E l’ho ‘vissuto’ come impossibile, difficilissimo, impossibile.
E non posso non ripetere e riscrivere, sottoscrivere, quello che Mario ha scritto.
E dunque, bisogna essere ben chiari: bisogna avere ben chiaro, e dire ben chiaramente e ben rettamente, che i responsabili maggiori, cruciali e decisivi, di ogni mitologia della morte e della patria, allora, come oggi lo sono della mitologia della lotta ad ogni terrorismo, che i responsabili maggiori ed unici, oggi, di ogni violazione dei diritti umani, sono coloro i quali sanno ben distinguere, come noi, le responsabilità storiche da quelle biografiche.
Bisogna dire ben chiaro che la decisiva responsabilità dei gesti d’inumanità - salvo i gesti d’eroismo - attiene, innanzitutto, sempre, in ogni luogo, anche di fronte i ‘campi’, a chi ha fatto credere, consapevolmente, che quello fosse l’unico quadro di riconoscimento, l’unico luogo di realizzazione, la totalità.
Bisogna dire ben chiaro che non è imputabile a nessun quindicenne, sedicenne, diciassettene, diciottenne, diciannovenne, ventenne, la volgarità e la forza che uno ‘Stato’ domanda.
Se è vero che in Italia l’esperienza resistenziale è cresciuta e si è sviluppata proprio all’interno della generazione dei ventenni, altrettanto bisogna dire che la forza, la persistenza, la testimonianza ed il rilancio dell’opposizione al fascismo si è radicata nella persistente testimonianza di una generazione indomita, flessa ma non sconfitta, che ha costituito la nervatura profonda della lotta resistenziale e che si è offerta come modello e paradigma. Quello che non è accaduto in Germania.
Anche questo diciamocelo chiaramente: altrimenti si rischia di riconoscere come reale una mitologia, si rischia di confondere le scelte biografiche con le responsabilità storiche, si rischia un processo senza fine, per lo meno sino alla fine dei testimoni.
Si rischia di confondere forza con debolezze, scelte con necessità, biografie e storia.
Scegliere, scrivere
Mi sono chiesto cosa rimproverare ad un quindicenne che partecipava, tra la fine degli anni trenta e l’inizio dei quaranta, in Germania, ad associazioni naziste o para-naziste. Poichè non ho saputo rispondermi, mi sono chiesto cosa avrei fatto io. Poichè non ho saputo rispondermi, mi sono chiesto cosa mi avrebbero detto i miei genitori. Poichè, ancora, di nuovo, non ho saputo rispondermi, mi sono chiesto cosa ne avrei scritto dopo sessant’anni. Cosa ne avrei detto. Me lo sono chiesto davvero, con una forza e radicalità, un ‘fuori di sesto’, che non attaversavo da molto tempo.
Scrivere non coincide con la scrittura della propria bio-grafia. La scrittura insanguina il proprio foglio con una ferocia che, uccidendo la bio-grafia, non lascia segno, la cancella.
Non posso negare di avere sostenuto che scrittura e bio-grafia coincidessero. E non posso negare che, ancora oggi, lo sostengo. Cioè: non posso negare che esista una necessaria coincidenza tra bio-grafia e scrittura.
Günter Grass non è nè colpevole, nè innocente.
Talmente lontana mi è la sua ‘istanza morale’, ed il suo ruolo, da essere, per me, altro.
Ecco, scrivere, per me, è abitare questo ‘altro’, questo ‘oltre’, talmente affollato da non trovare quasi posto. Ma da dove ‘contestare’, scegliere e dire, con forza, la differenza.
Nominare chi porta la morte, nominare chi non è responsabile, condannare, mai a morte, chi invece è responsabile.
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