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Differenze e moltiplicazioni: Grass, l’anonimo, le biografie: il nazional-socialismo »
Grass e l’anonimo. Qualche proposta di discussione
Verso la fine di quest’estate, avevo promesso che, una volta uscito dal difficile momento in cui mi trovavo, avrei cominciato a lavorare sul caso Grass, ovvero sull’ammissione fatta quest’estate da Günther Grass, in un’intervista alla conservatrice Frankfurter Allgemeine Zeitung una settimana prima dell’anticipazione sullo stesso giornale di parti della sua nuova autobiografia), di essere stato, ma non per scelta, nell’ultimo anno di guerra, all’età di sedici, diciassette anni, membro delle SS. Per togliersi da casa e uscire dall’ambiente familiare (questa la motivazione addotta), egli avrebbe, cioè, fatto richiesta di partire al fronte, vedendosi poi recapitare dopo un anno la chiamata per le SS. La circostanza, come spiegato in seguito dal massimo studioso di questo corpo, non è inverosimile, ma corrisponde a una pratica adottata nell’ultimo anno di guerra da parte dei comandi tedeschi: in quell’ultima fase, cioè, il corpo delle SS, cessò effettivamente di essere solo volontario, e cominciò ad arruolare anche giovani che non ne avevano fatto esplicita richiesta.
Il caso consiste nel fatto che lo scrittore, oltre a essere premio Nobel, e a esserlo diventato anche per l’alto valore morale e politico della sua letteratura, è stato a lungo e per sua scelta, come si dice di lui in Germania: l’istanza morale della nazione sul tema dell’elaborazione del passato nazionalsocialista. A ciò, va aggiunto che Grass non aveva mai nascosto il suo adolescenziale entusiasmo per il nazionalsocialismo, facendone in seguito uno dei motivi centrali della sua ricerca letteraria. Il dato della militanza nelle SS era rimasto, però, finora taciuto, anche al giovane studioso, che aveva redatto con periodici incontri con lo scrittore, una sua recentissima biografia.
Ho raccolto alcuni ritagli di giornale, e seguito alcuni dei dibattiti accesisi sulla questione in Europa, ma non ho ancora confrontato i materiali raccolti con l’opinione che mi sono fatto finora della vicenda, e non mi sento, dunque, di poter pubblicare una mia tesi a riguardo. Più rileggo questa lettera, però, giunta tra tante alla rubrica Lettere dei lettori del settimanale Die Zeit, più la ritengo splendida, calzante e quasi miracolosa.
A inviarla è stato il signor Friedhelm Holzwarth, di Haltern a. See, che io qui vorrei tanto ringraziare per avermi fatto conoscere l’episodio e la persona al centro della sua missiva, che qui traduco nella sua integralità:
Nel Settembre 1954 apparve nella serie Der Siebenstern della casa editrice Chr. Kaiser di Monaco la raccolta Du hast mich heimgesucht bei Nacht [Mi sei venuta di notte a cercare] a cura di Helmut Gollwitzer, Kaethe Kuhn, Reinhold Schneider.
In essa, si trovano lettere daddio e annotazioni della resistenza (dal 1933 al 1945), tra cui anche la Lettera di addio di un ignoto figlio di contadini della regione dei Sudeti:
3 Febbraio 1944 - Cari genitori!
debbo comunicarvi una triste notizia, che sono stato condannato a morte, io e Gustav G. Non abbiamo firmato per le SS, e alloraci hanno condannato a morte. Voi mi avete però scritto che non devo andare nelle SS, neanche il mio camerata Gustav G. ha firmato. Entrambi preferiamo morire piuttostoche macchiare la nostra coscienza con atti così crudeli. Io so che cosa devono eseguire le SS. Ah, cari genitori, per quanto sia difficile per me e per Voi, perdonatemi tutto, se Vi ho offeso, vi prego, perdonatemi e pregate per me. Se cadessi in guerra e avessi una coscienza malvagia, sarebbe anche triste per Voi. Ancora tanti genitori perderanno i loro figli. Cadono anche tanto uomini delle SS. Vi ringrazio per tutto ciòche avete fatto di buono per me fin dalla mia infanzia, perdonatemi, pregate per me….
Ciò che trovo di straordinario in questa lettera è, innanzitutto, la sua specularità rispetto al caso Grass: da un lato, un ragazzo come tanti, in seguito divenuto un nome noto ai quattro angoli del mondo, e dall’altro, un giovane come tanti, di cui è rimasto ignoto perfino il nome. Da un lato, uno talmente in conflitto con la sua famiglia da preferirgli la partenza al fronte, dall’altro, uno che, per leducazione ricevuta dagli amati genitori e per lamore nei loro confronti mantenuto fino in fondo, preferisce essere assassinato piuttosto che macchiarsi di ignobili crudeltà. Da un lato, uno che ha elaborato il suo passato nazionalsocialista nella letteratura, dall’altro uno che lo ha fatto dando forma definitiva alla sua vita nell’istante di una scelta decisiva e irreversibile. In più, caso davvero singolare, due persone provenienti da due zone dell’Europa, che ebbero per la Germania un significato cruciale nella preparazione alla seconda guerra mondiale, e cioè la Danzica del famigerato corridoio, nel caso di Grass, e la Cecoslovacchia dei Sudeti nel caso dello sconosciuto figlio di contadini.
La seconda ragione, per cui trovo straordinaria la lettera, è l’aporeticità che sembra assumere nel momento in cui viene accostata al racconto di Grass: essa potrebbe, infatti, essere utilizzata sia pro, sia contro Grass. In un caso, se ne può, difatti, arguire che nessuno può essere condannato per non aver avuto il coraggio di compiere un gesto eroico come quello del sacrificio della propria vita; nell’altro, se ne potrebbe arguire che la dignità morale di Grass scompare dinanzi a quella dell’anonimo giovane, eroe della resistenza. In un certo senso, si potrebbe anche dire che il giovane rimasto ignoto era una persona semplice, giunta già allora all’apice della sua umanità e della sua maturità morale, mentre Grass ha dovuto compiere un percorso più lungo e tortuoso prima di giungere a maturità e dignità morali; e che entrambi i percorsi sono avvenuti storicamente per più persone. Trattandosi di una scelta estrema in un momento estremo, e perciò di una scelta e di un momento estremamente semplici, non si può, del resto, effettivamente sapere come si sarebbe reagito al posto di quel giovane e di Grass, a maggior ragione se non si ha avuto alcuna esperienza diretta della guerra. Una delle domande che quell’accostamento ci pone è, tuttavia, proprio che cosa insegna lazione, il gesto, o la parola, la scrittura e se si possa o si debba stabilire una differenza di valore, e quale, tra gli uni e le altre.
Prima di tornare in qualche modo su questo punto, vorrei però soffermarmi su un altro aspetto della vicenda. L’indisponibilità a sacrificare la propria vita può essere ritenuta prossima alla disponibilità al compromesso con la vita, il che può essere moralmente pericoloso, ma anche di per sé non univocamente condannabile. Esso è anzi ambivalente. Il punto è, semmai, a quale altezza e sotto l’urgenza di quali sentimenti e necessità si operino poi i compromessi. Da questo punto di vista, se, da un lato, si può anche arrivare a provare comprensione per Grass, nella misura in cui cè dell’umanità nel suo gesto di vigliaccheria, opportunismo o tormentato silenzio, dall’altro, il modo con cui egli ha successivamente gestito la vicenda dell’ammissione, ossia la scansione dell’intervista, che lancia gli estratti la settimana successiva, i quali lanciano l’autobiografia alla fine del mese, per non parlare della successiva lamentela di essere stato in qualche modo ingannato dal quotidiano stesso, mi aliena questa condizionata simpatia, perché mi rivela un oblio o una rimozione o uno sgravio di ciò che quella scelta, dinanzi alla quale egli si trovò, rappresentò allora per tanti altri esseri umani, da una parte e dall’altra.
In questo, almeno in questo, mi sento di poter dire che egli non è stato all’altezza della memoria di quel giovane contadino e dell’amico. Ma, ed è questo il punto che può trasportare la discussione dal piano storico-individuale a quello generale-collettivo, l’istanza morale rispecchia in qualche cosa chi la riconosce come tale, ovvero in questo caso la Germania. La Germania o, meglio, una sua parte, si vedeva, infatti, ben rappresentata da uno che, come la stragrande maggioranza dei figli della nazione, era stato entusiasta adepto del nazismo e, dopo la catastrofe bellica, nel confronto con questo passato, era divenuto un intransigente moralista e grande scrittore. Per dirla volgarmente, ma pensando alla volgarità di Maria Braun: una storia quasi a lieto fine.
L’ammissione di essere stato nelle SS ha, invece, destato orrore, sconcerto, riprovazione, choc (e può portare all’ostracismo e all’emarginazione, come è accaduto di recente a uno dei più grandi studiosi tedeschi di lingue e letterature romanze, Jauss), perché ripropone un nesso, che non è stato percorso fino in fondo. Giacché il problema, nell’elaborazione di tale passato, è, sempre e poi sempre, lo stesso, e cioè, nel caso della Germania, il passaggio da ciò che non si può negare e si ammette, ovvero il consenso e l’entusiasmo, per i quali si cercano e si trovano spiegazioni o assoluzioni storiche, sociali, economiche, psicologiche (la propaganda, Versailles, la svalutazione del marco, l’impotente disordine della democrazia reale a Weimar), a ciò che viene posto al di là della comprensione, ma che non si può negare, e che, non a caso, viene spesso condensato ed evocato in forma esclusivamente simbolica, cioè a un tempo parziale e figurata, come l’Olocausto. Con il risultato, a volte, di non considerare adeguatamente il resto o una sua parte. Detto altrimenti, il passaggio da ciò che si ammette nel novero della storia e ciò che disperatamente si cerca di fare uscire dalla storia e dall’uomo (cui pure purtroppo appartiene integralmente), parlando, per esempio, del silenzio o del ritrarsi di Dio, oppure dell’inspiegabile: il Wie konnte es geschehen?, il Come poté succedere? di cui parlava, fra gli altri, Stresemann (su questo punto, non voglio negare abissi, ovvero che si provi vertigine e che non si pervenga a valutazioni definitive, ma mi interessa di più come sono sorti, perché li abbiamo scavati e che forma gli diamo; giacché sono nostri). L’adesione di Grass alle SS riporta così in seno a questa Germania scissionista e trascendentista il suo problema irrisolto e rimosso, ovvero, per il gioco di proiezioni insito nella generazione di un’istanza morale, la Germania a se stessa: tale movimento è contrario a quello reso possibile dall’istanza morale e, nel processo di esclusioni e inclusioni che esso incorpora, conduce al rifiuto e all’espulsione di questultima. Ma non anche all’ultimazione dell’elaborazione di ciò che, per il suo tramite, si credeva di aver stigmatizzato, dunque, in fondo, all’elaborazione compiuta di sé.
La storia del ventesimo secolo ha conosciuto più giovani Grass che anonimi figli di contadini della regione dei Sudeti. Da ciò, io credo, non si deve concludere che gli intellettuali debbano essere consegnati alle guardie rosse, ma neanche appoggiare una sorta di dittatura morale della maggioranza. Il dramma di Grass è che un’istanza morale non può essere, nel bene e nel male, avulsa dall’essere umano, con cui la si identifica e che la porta avanti. Ritorno così, per un attimo, a uno dei punti accennati. Il problema del rapporto, se così posso esprimere, tra la carta e la carne non è soltanto il problema di come si incide con la propria scrittura sulla propria carne, e con quanto sangue si tinga la propria carta, ma anche quello che questo bagno di sangue, che sembra essere la scrittura, non può essere fatto tutto in apnea, perché la scrittura in questo è un cubo magico, ma trasparente.
L’identità assoluta di carne e scrittura non è, cioè, possibile, perché la loro relazione è metamorfica, mentre accettare in partenza un’identità relativa infiacchisce la scrittura, rendendola priva di senso e finanche di gusto: lo stesso autore, che aprisse con quella premessa un proprio romanzo o testo, ci indurrebbe con ciò a leggerlo per la nostra presupposizione che si tratta di una finzione o, comunque, una sfida attraverso cui raggiungere una verità più alta. Parlare, invece, di quell’identità in termini proiettivi, come quando se ne fa un’idea regolativa, è una soluzione di comodo e approssimativa, che fa svaporare la stringenza e la passione del giudizio. In un certo senso, tutto dice ciò che siamo, ma niente riesce o può costringerci o aiutarci a
dire tutto, e a credere che tutto sia stato detto.
Un commento a “Grass e l’anonimo. Qualche proposta di discussione”
Commenti





Grazie, Mario. Bellissimo contributo.
Rino