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La consulenza filosofica e l’esposizione della bio-grafia all’in-comune (1)
Quando ho cominciato a scrivere, in pubblico, sulla consulenza filosofica sapevo di toccare un nervo scoperto che attraversava l’accademia universitaria italiana. Non avevo certo previsto che una ‘decostruzione’, che non era pensata come un’anatomia, avrebbe anche toccato il corpo di alcuni amici.
Non solo questa ‘decostruzione’ è diventata un’ ‘anatomia’ su un corpo vivo, ma, di più, questo corpo, invece che ribellarsi, ha cercato e trovato le sue sacche di resistenza, le sue vie di fuga, le sue rideclinazioni, gli strumenti della sua sopravvivenza.
Nello stesso tempo, come già allora, ma oggi con più incidenza ed efficacia, il dispositivo formativo della ‘consulenza filosofica’ si diluisce nella sua inconsistenza, sfuma nelle sue diversificazioni, pretenderebbe essere imprendibile e multiforme, altro dal suo nominarsi, autoriconoscersi.
Prima di affrontarne con ancora più precisione una seconda decostruzione, vorrei liberare la scena dall’affollamento spettrale che - a vantaggio di molti - si presenta in ‘teatro’, si accalca e pretende riconoscimento. E, dunque, andrò giù ‘pesante’, senza distinguo. Almeno all’inizio.
La nozione di ‘consulenza filosofica’ non ha alcun statuto filosofico inquadrabile all’interno della tradizione occidentale, e men che meno di quella orientale. Tutti i suoi sforzi di rivendicare una ‘genealogia’ sono destinati a fallire. Sono vocati a rintracciare, in maniera macchiettistica ed estemporanea, volontaristica, precedenti storici che non hanno nulla a che vedere con il suo ’statuto’. Tutti i suoi sforzi di ricostruzione sono ‘a posteriori’, cioè la destinano ad una condizione di minorità costitutiva che la tradizione filosofica, nella forma in cui nel nostro tempo viene rielaborata, non può che marginalizzare e riassorbire.
Lo sforzo stesso di rivendicare una ‘genealogia’ interna alla tradizione filosofica, la condanna ad uno statuto di minorità. Al contrario, nella contestazione dello statuto dell’interrogazione filosofica, la ‘consulenza filosofica’ potrebbe, volendo, costruire uno ’spazio d’innovazione’.
Il suo ’statuto’, per come rivendicato da tutti coloro le/i quali si stanno sforzando di determinare, non solo non ha necessità di un richiamo alle forme di ‘esercizio spirituale’ tipico della filosofia ellenistica, ma non ha nemmeno bisogno di rivendicare una sorta di statuto ‘puro’ della ‘consulenza filosofica’. Mi rifaccio qui alle due declinazioni più conosciute della ‘consulenza filosofica’: da un lato quella della ‘cura di sè’, dall’altro quella della consulenza filosofica come ‘pratica pura della filosofia’. (reinvio a ‘Pratiche filosofiche e cura di sè’, B. Mondadori, 2006 - in particolare agli interventi di Romano Madera e Neri Pollastri).
Non ritorno qui sul convegno di Cagliari. E sull’appropriazione che tutta l’accademia filosofica italiana ha operato nei confronti della consulenza filosofica. Nel silenzio più assoluto - per non dire: nella disponibilità - di chi operava da anni in questo ambito.
Per quanto mi riguarda, il punto focale è questo: lo spazio di innovazione che apre la pratica della consulenza filosofica - pratica, per suo statuto e nascita, extra universitaria - questo spazio ha la necessità di rintracciare antecedenti storici o statuti teorici per essere riconosciiuta, oppure, forse, non ha bisogno di una verticale riflessione sull’attraversamento di tutte quelle forme di interrogazione del sè - come ha tentato di fare Foucault - per ripensare, in maniera radicale, lo statuto della libertà nell’essere in-comune?
Mi rifaccio qui alle ultime, assolutamente criptiche pagine - se non per chi abbia letto Emanuele Severino - con cui Romano Madera ha concluso il suo intervento in ‘La filosofia come stile di vita. Un’introduzione alle pratiche filosofiche”. (B. Mondadori, 2003).
Esiste, è possibile pensare una ‘pratica della consulenza filosofica’ che, nello stesso tempo, riattraversi i modelli a cui si rifà, i modelli della storia della filosofia a cui si rifà, e che sappia rileggerne non solo le potenzialità esplorate, ma sappia farle diventare non solo una pratica necessaria d’esercizio, quanto una riformulazione dell’incrocio che prorpio lei ha riscoperto, quella tra bio-grafia ed in-comune?
(segue)
Qui la seconda parte.
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