In pubblico: filo-sofia, bio-grafia, in-comune
Tra l’ottobre 1989 e l’ottobre 1991 ho abitato a Pisa. È lì che ho iniziato a studiare filosofia. Nel maggio del 1991 ho scelto di trasferirmi a Venezia. Perchè? Cosa sia successo nei primi due anni di Università, ed il perchè della scelta di trasferirmi aVenezia, universitariamente, ma non solo, è il canovaccio fondamentale di quello che io attraverso facendo ‘filo-sofia’.
Si è trattato, per quanto posso dirne allo stato attuale, di una cesura volontaria, forse più voluta che volontaria. Da che cosa mi separavo? Cosa sceglievo di lasciare?Il movimento del 1990 costituisce il primo, vero rilancio della ‘questione universitaria’ dopo gli anni ottanta.
Per ricordare, ed in breve: la forza di riproposizione dello statuto delle pratiche dei saperi, esposti com’erano, e come lo sono diventati, alla privatizzazione e alla specializzazione, aveva trovato ‘comunità di resistenza’. L’imprevedibilità di tre mesid’occupazione, la radicalità di quell’esperienza, che si intrecciava ed incrociava passaggi cruciali storici, ne hanno determinato la solitudine.
Da un lato, una ‘comunità’, del tutto politica, giovane ed eclettica, che provava a dirsi, a declinarsi per la prima volta; dall’altro, un’accelerazione della storia che, davvero, aveva difficoltà a fermarsi, a soffermarsi, a rapportarsi con ciò che ‘non era proprio previsto’, come mi è stato detto ed ho ascoltato. E che è stata interpretata come ‘marginale’. Diciamo così: in tre mesi si è ‘liquidata’ la pratica.
Questa pratica, invece, continua a rimanere sul tavolo dei burocrati e funzionari del sapere, ed universitari soprattutto, come l’esperienza ‘in-comune’ che per prima ha intuito e colto perfettamente la deriva specialistica dei saperi, la loro distorsione ed inutilizzabilità bio-grafica, la loro progressiva distanza da un’interrogazione che non attraversa solo lo statuto della filosofia, ma, in fondo, la potenza dell’innovazione che attraversa, trasversalmente, lo statuto di tutti i saperi.
Questa liquidazione ha segnato il tornante, definitivo, che ha separato la ricerca e l’interrogazione dal loro luogo tradizionale, quello universitario. Non ne ha riproposto l’espropriazione, ne ha suggellato la realizzazione.
Disperdersi.
Non potevamo che disperderci, per portare con noi e ’salvare’ quello che avevamo vissuto.
Andare altrove. Avrei potuto scavare un ‘altrove’ dove stavo. Ho scelto Venezia. Ed è stata la fine di ‘un mondo’.
La scelta di ‘lasciare’ Pisa, di scegliere Venezia, non solo ha costituito un’incomprensione radicale condivisa, ma, come molti anni dopo ho capito e letto, ha rappresentato la fine di ‘un’ mio mondo come reinvio alla ‘fine del mondo’ proprio come […] necessità di confrontare le apocalissi culturali con i loro rischi psicopatologici e di determinare il carattere di difesa e di reintegrazione che le apocalissi culturali rappresentano rispetto a tali rischi. (E. De Martino, ‘La fine del mondo’, Prefazione, p.6).
Qual era questa ‘fine definitiva’ del mondo a cui quell’esperienza in-comune aveva dato il suo contributo, contributo alla sua fine? In quale maniera la ‘fine del mio mondo’, quello che avevo vissuto a Pisa, si incrociava con la fine di ‘quel mondo’ a cui quell’esperienza faceva segno? In quale maniera quell’esperienza poteva, insieme, disperdersi e salvarsi? Cosa voleva dire ‘andare altrove’?
Ancora la lezione di De Martino: le apocalissi di un mondo, anche quando potrebbero essere inquadrate all’interno di una situazione patologica, non possono che reinviare ad una ‘fine del mondo’ che ci attiene in una maniera radicalmente in-comune, soprattutto nella forma di una reintegrazione nella produzione di nuove forme. Ogni ‘fine del mondo’ non è che ‘una fine di un mondo’ che, se letta alla luce della potenza di immaginazione di forme nuove, trasforma il rischio della psicopatologia nella produzione di nuove forme.
Di tutto questo, non ho trovato quasi nulla, in-comune, a Venezia. E, proprio per questo, non ho esitato un secondo solo ad abbandonarla, appena ho potuto. E scegliere il mio percorso di riflessione sull’ in-comune.
Nel legame che sussiste, fondamentale, fra la crisi degli ordini individuali nella loro incosistente incidenza pubblica, e l’interrogazione personale sul senso delle ‘apocalissi del proprio mondo’, si colloca il mio progetto di ricerca.
E si potrebbe sintetizzare così: quale forma si dà la crisi di ‘un mondo’, quale forma si dà l’apocalissi di un mondo ‘personale’ all’interno di un ripensamento dell’ apocalissi di una forma culturale?
Ancor più chiaro: quali sono le forme attraverso cui il precipitare di un mondo ‘individuale’ può ‘partecipare’ alla ridefinizione del tempo successivo ad ‘un’apocalissi culturale’?
In quale maniere e in quali forme la crisi che attraversa l’esperienza individuale dell’apocalissi di un mondo diventa elemento cruciale e decisivo per ridefinire e re-immaginare le ‘forme in-comune’ dopo un’apocalisse culturale?
Per essere ancora più chiaro: quando parlo di ‘apocalissi culturale’, parlo dell’esperienza della consunzione della possibilità, della difficoltà di costruzione di legami ‘comunitari/in-comune’ che attiene alla mia generazione. Impossibilità ancor più vertiginosa, proprio perchè segnata da una sconfitta definitiva che riguarda lo statuto stesso di questa ricerca, di quest’esperienza.
Disperdersi, riprendere.
La scelta di ‘lasciare’ Pisa, nell’incomprensione generalizzata, non ha fatto che radicalizzare questa domanda; e mai avrei potuto fare scelta migliore. Questa domanda risuona ancora incessante, un risuonare continuo, anche adesso nel silenzio generale, nella ritrazione, nella convinzione assunta che quando un certo proprio mondo termina, è il mondo dell’esperienza che finisce, soprattutto quello ‘in-comune’.
In quella trasformazione che dal comunismo porta all’ in-comune, non solo si mostra il segno di una ricerca bio-grafica, quella che mi attiene, ma sopratutto quel transito fondamentale che lega bio-grafia ad in-comune.
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