È tempo: dal bordo del comunismo italiano
Ho cominciato a fare politica quando avevo quindici anni. Sono tra coloro i quali/le quali vengono, da giovanissimi/e, dall’esperienza del PCI.
Me ne faccio fregio.
Ho imparato a leggere, dall’inizio, gli incroci che costituiscono la politica, che ne fanno carne e sostanza prima e dopo ogni dichiarazione. Ho imparato a leggere la politica come la cartina tornasole non solo del tempo presente; ho imparato a leggere la politica come quella giuntura che lega a sè il passato e il futuro, radicandosi nella memoria, credendo di poter progettare il futuro, che ci attiene e ci riguarda, proprio oggi, prorpio ora. Se mi è capitato di vivere un’epoca dove nè la memoria nè il progetto del futuro attengono alla politica, non per questo io ho smesso di pensarla, di pensare la politica, come l’unico luogo dove la riflessione, la comprensione distaccata, l’analisi fredda, ritrova la sua incandescenza, l’incrocio con le biografie, la sua forza, la sua potenza in-comune. Basterebbe solo volgere, per un istante, lo sguardo a ciò che accade altrove dalla nostra ‘Europa’, questo gelido mostro che occupa la nostra vita e che ci offusca non solo lo sguardo, ma soprattutto la memoria e lo sguardo del futuro.
Quando ho cominciato a fare politica nel maggiore partito comunista dell’occidente, non mi sono mai sentito comunista come mi avevano raccontato sarebbe necessario essere. Io appartengo a quell’ultima generazione che potrebbe raccontare, insieme, sia i riti di un partito comunista che comunista non era più, sia le difficoltà di dirselo, di riconoscerlo e nominarlo.
Appartengo a quell’ultima generazione di ‘comunisti’ che, prima di diventare maggiorenni, hanno saputo di non essere più comunisti. E lo sapevano già.
Lo hanno saputo per ‘decisione e congresso’. Lo sapevano già, perchè il partito a cui si erano iscritti, ben prima, non solo non era più comunista da molto tempo - se mai questa parola sia mai stata una parola politica giocabile in Occidente -, ma soprattutto perchè le torsioni e le declinazioni della società italiana, durante gli anni settanta, avevano indicato una molto maggiore e radicale torsione, un moto più inusitato ed imprevisto, un’ ‘uscita’ dal ‘comunismo’ del PCI di quello che l’oggi, il nostro, può raccontare.
L’Italia, ancor più che tutti gli altri paesi occidentali, non solo ha a che fare con questa forma di ‘comunisti senza comunismo’, esperienza che ha segnato, profondamente, la sua storia, ma, ancor di più, ha a che fare con il portato, il ricordo, le scorie, di questa ‘chiusura senza fine’.
Le forme, la fenomenologia, la presenza, le rivendicazioni che ancora incidono e inquietano, nella politica, la marcia trionfale di un riformismo senza spina dorsale, affondano la loro radice in questa ‘chiusura senza fine’, nella ‘forma’, nel ‘modo’ attraverso cui, ‘per decisione e congresso doppio’, in due anni, si è preteso di concludere - si diceva ‘trasformare’, ‘rilanciare’ - un’esperienza politica imponente. Senza prevederne le conseguenze, le persistenti presenze, la presenza spettrale che è sfuggita a qualsiasi revisione, rilettura, riscrittura.
Sino a quando questa ‘partita’ non verrà chiusa, tutti gli spettri, con il loro carico, con il loro corpo - il corpo della memoria -, si ripresenteranno, richiamando, in tutti coloro i quali hanno conosciuto quell’esperienza, le donne e gli uomini che hanno declinato quelle parole, non solo la memoria da cui vengono, ma anche la lacerazione di un ‘tradimento senza politica’: il riformismo che ci sta attorno.
Sino a quando questa ‘partita con gli spettri del comunismo italiano’ non verrà regolata, mai potrà esistere una sinistra riformista in Italia, e sempre debole sarà la sua forza, la sua reale capacità d’incidenza politica. E sempre forte sarà la forza di ricatto dei piccoli gruppi, dei grandi parassiti, di una estrema sinistra che, di estremo, non ha che il suo sinistro rantolo.
È tempo: dal bordo del comunismo italiano, dalla sua fine, non solo è tempo di relegare al ruolo di ‘parassiti della memoria’ chi vive politicamente in questo intervello, di riportarlo alla sua reale consistenza politica, ma, ancor di più, è tempo di riattraversare la tensione - incompiuta e contraddittoria - che ha innervato non solo il ‘comunismo italiano’, ma anche chi gli si è opposto nel tempo, chi gli si è adeguato, chi ha contribuito a liquidarlo senza pensiero e senza politica, chi, di nuovo, e diversamente, si è fatto fregio e sfida non solo di ripensarlo, ma di chiuderlo. Di abbatterlo.
La fretta è stata, ancora una volta di fronte la storia, cattiva consigliera.
Commenti




