“Mache dich, mein Herze, rein […]: apologia della ‘Passione secondo Matteo’ di J. S. Bach
“Mache dich, mein Herze, rein,
Ich will Jesum selbst begraben.
Denn er soll nunmehr in mir
Für und für
Seine süße Ruhe haben.
Welt, geh aus, lass Jesum ein!”
da “La Passione di Matteo” - J. S. Bach, BWV 244,-
65. Aria B: Oboe da caccia I/II, Violino I/II, Viola, Continuo (nella partit. orig.).
Rilling [(Hänssler 1999)Ediz. Bach 2000: opera completa].
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solo grazie a P. e a R.
Prima ascolta, poi…
La voce wikipedia sulla ‘Passione di Matteo- Bach’ si trova solo in cash: è fatta con criterio, e non si capisce perchè non ci sia più in linea.
Traduce più o meno correttamente così: 65-Aria “Purifica il mio cuore, voglio donare a Gesu’ la sua tomba…” (Basso)
Che non è sbagliato.
Solo, oggi, begraben lo intendiamo male. Appunto: seppellire, solo seppellire. Quando vuol dire anche ‘abbandonare’, ‘lasciare’ Diciamo che, come al solito, il testo, da solo, non significa. Certo, sta dicendo: ‘purifica il mio cuore, che io, io stesso, con le mie mani, lo voglio seppellire.’ Ma, come si capisce ad un primo ascolto, si tratta, della tristezza dell’abbandono. Tutto il gioco dei violini all’inizio questo cuol dire: sì, lo voglio seppellire io, purificami, perchè si possa stare, infine, tristi. E senza questa assenza del corpo stesso.
Il trattamento vocale delle possibilità del basso è straordinario: si tratta, letteralmente, di arrampicarsi sugli specchi, tali sono sia le curve espressivi e tonali a cui il cantante è sottoposto, senza pressochè mai alzare il tono. Un delirio per un basso.
Come vocalmente il basso è costretto a ‘limitarsi’, l’orchestra non va mai oltre il canone stabilito.
Ed infatti è il continuo che la fa da padrone, anche senza emergere più di tanto.
Qui trovate una recensione appassionata dell’esecuzione di Richter, scritta da uno dei tanti tso che ascoltano musica classica, e che però, anche a parer mio, come interpretazione non ha e non avrà mai alcun possibile confronto (per molti motivi che è troppo lungo spiegare qui). A confronto, quella che abbiamo ascoltato è ‘acqua fresca’. È di un didattismo pietoso. (Insomma…per Karl c’era Fischau che cantava “Mache dich, mein Herze, rein […]”… e chiudiamo l’argomento…Cito, eh, cito solo, la follia: “Con la splendida voce di Dietrich Fischer-Dieskau che, come in una berceuse, intona “Mache dich, mein Herze, rein”. In un’aria barocca che si perde come in una brezza in un lied romantico.” Ecco: controfirmo (anche se se ne dovrebbe discutere su altri aspetti…ehehe).
Perchè, infatti, precisamente in questa aria, non si tratta per nulla della ‘morte’; al contrario, si tratta della paura assoluta dell’infranto. Della paura di non poter più, appunto, ‘ricomporre l’infranto’.
Le banalità o l’eccesso di 3/4 delle esecuzioni della ‘Passione secondo Matteo’ su questo si infrangono: sull’esposizione tragica, ad es., dell’attacco, dell’entrata del coro, proprio nell’inizio della ‘Passione’, e, soprattutto, nei due corali successivi.
Quando il coro entra in ‘Chorus Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen’, nel tutto primo pezzo della ‘Passione’, per nulla al mondo deve entrare di forza, e per nulla al mondo sono da sottolineare tutte le linee degli alti - sia strumentali che vocali -, nè può passare che con il rubato del coro si crei un’atmosfera di tragedia incombente, come fossimo in attesa dell’apocalisse.
Per questo, e per una certa macchinicità di quasi tutte le orchestre nell’interpretare tutte le linee degli archi, con le grida inutili di tre quarti del coro, per questo, dicevo, siamo difronte ad un’opera in cui la complessità sopravanza l’effetto, la potenza interna, la stabilità, la persistenza si insinua nei recitativi come nelle arie: stiamo parlando di una delle opere strumental-vocali più difficili da eseguire ed ascoltare in generale, figuriamoci dignitosamente.
Si tratta di uno dei più grandi capolavori della storia della musica di tutti i tempi, questo tanto per intenderci. Che meriterebbe altro che un post in un blog infame. Oltre ad essere di un ascolto durissimo, che mette, davvero, a dura prova anche il miglior ascoltatore di musica classica, per la diversificazione interna imponente che propone; per la lunghezza; per l’incalzare continuo di moduli musicali conosciuti, ma trattati genialmente; per l’impatto emotivo del testo; per la potenza musicale extra-religiosa che riesce ad evocare per la chiarezza musicale che mai l’abbandona.
Direi che si tratta di una di quelle vie maestre all’intolleranza musicale - e all’educazione che implica, oltre alla fatica - di cui si nutrono i necrofili ascoltatori di musica classica. E che, ovviamente, negli ultimi tempi, vive in solitudine assoluta per - ecco, ho trovato quello che volevo dire - per l’immane potenza musicale che trattiene e mostra, e che affatica, stanca ed innamora. Perchè la musica la pensa con una tale, grande potenza certa, da fartela toccare.
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