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Per dire, tanto per dire (2) »
Per dire
Segnalo, in finale di nottata o inizio di mattinata, l’articolo di Adriano Sofri che, non sapendo dove sia stato pubblicato, cito da Wittgenstein. Il titolo è ‘Una fede ragionevole’. Non lo linko direttamente perchè non riesco a re-indirizzare il link.
Ma non è difficile trovarlo sul sito indicato.
Vivo all’estero: anche se non sembra, mi costa una fatica enorme e un tempo infinito cercare di seguire quello che si scrive in Italia.
Cito questo passo, lungo, che leggo solo ora:
“[…] In due giorni successivi, a Monaco e a Ratisbona, il Papa ha detto (sulle interpretazioni ci si divide) due cose diverse e forse contrastanti. (Quella che segue è una mia liberissima ricapitolazione). A Monaco, che la concordanza fra i credenti nelle fedi monoteiste è un bene cui deve piegarsi lo stile di vita che espelle Dio e gioca con la relatività dei valori. A Ratisbona, che c’è una incolmata differenza tra religione cristiana (anzi, più esattamente, cattolica) e musulmana, che la combinazione fra fede e ragione che nutre l’amore cristiano è incomparabile con il Dio inafferrabile e arbitrario che ispira la soggezione islamica. La citazione di Manuele II Paleologo, durissima com’è, è tuttavia quasi un incidente nell’argomentazione di Ratzinger, che sembra avere d’occhio soprattutto l’Europa. La nostra ragione sa riconoscere la razionalità della natura, e questo è il fondamento della scienza; e sa riconoscere la razionalità di Dio. Noi siamo a immagine di Dio, il Dio dell’islam è, alla lettera, inimmaginabile. Non possiamo figurarlo, e nemmeno figurarcelo. Capovolta, questa constatazione significa che il nostro Dio è fatto a nostra immagine, e dunque la nostra fede può essere razionale, anzi, come al Papa piace insistere, «ragionevole». Il Dio inimmaginato dell’islam si nega alla ragionevolezza umana, e pretende solo obbedienza: ciò che può tradursi nell’arbitrio dei suoi stessi fedeli, magari in una aggressività conquistatrice. In questo «secondo discorso» - conterà anche che questo sia pronunciato in una università, l’altro fosse l’omelia durante una messa - il dialogo fra credenti e non credenti, eredi comuni del pensiero ebraico, greco, cristiano, illuminista, è infinitamente più ricco e favorito che non la comunanza obiettiva fra i credenti delle grandi fedi monoteiste. Il centro del «secondo discorso» sta, mi pare, nella ripresa della vexata quaestio delle radici dell’Europa, qui così pianamente allargata ad accogliere l’ellenizzazione e lo stesso illuminismo ben temperato. Al punto che ci si chiede se una svelta Costituzione europea, invece di accapigliarsi sulle radici, non farebbe bene a formulare una dichiarazione di principii, una «carta di valori» desunta da quelle tortuose e robuste radici: siamo anche noi infantilmente permalosi, infatti. Il «secondo discorso» del Papa è notevole e bello, tanto più per chi non riesce a immaginare una ricapitolazione organica di qualche millennio di storia umana, con un capo e un fondo, incapacità, o riluttanza, che ha a che fare con molti fattori, e anche essenzialmente con l’assenza di Dio: la dichiarazione della morte di Dio richiese anche un pensiero e una prosa frammentari. Se la mia lettura è verosimile, si capisce che il passaggio, benché così pregnante e puntiglioso, sul retaggio di Maometto, valesse soprattutto a mettere in più chiara luce l’itinerario del cristiano e cattolico e della sua Chiesa romana (e della sua prossimità alla ortodossa); e che il Papa non si aspettasse, e tanto meno si augurasse la risonanza che, estratto dal suo contesto e diramato dalle agenzie dell’intero pianeta, quel passo avrebbe avuto, fin nelle strade di Islamabad. […]”
Mettiamola così: questi righi citati, impongono spiegazioni. Sofri scrive un articolo lunghissimo, rispetto i parametri giornalistici. Direi che assomiglia quasi ad un mio post, solo per lunghezza però…
Poi Sofri si fermerà lì.
Noi no. Io no.
Valga a dimostrazione della crucialità della cosa. Ed anche alla sua ‘intelligenza’.
Ma valga, ancor di più, per mostrare che, mentre ad un primo ‘colpo d’occhio’, da un lato, ne si coglie la crucialità, il peso, il valore, le sfumature e la logica, dall’altro, il vero ‘dramma’ del tempo che ci attiene è la profonda incapacità di fare diventare l’intuizione della ‘crucialità’ di alcuni passaggi una ‘politica in-comune’.
E questo non si risolve nè tra le pagine dei giornali, nè fra i posts di un blog.
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