4.07.2006
Leggendo Uomini e topi. Quarta parte (e penultima)
(ancora sulle coppie di personaggi).
Così Steinbeck introduce i due personaggi, in una sorta di improvvisa apparizione: “La sera di una torrida giornata mosse il venticello ad agitarsi tra le foglie. L’ombra scalava i colli verso la vetta. Sulle sponde sabbiose i conigli sedevano cheti come piccole pietre grigie scolpite. Ed ecco che dalla parte della strada statale venne un rumore di passi sulle foglie secche di sicomoro. I conigli balzarono silenziosamente in cerca di riparo. Un airone appollaiato sulle zampe si levò pesantemente nell’aria, sbatacchiando le ali, giù per il fiume. Per un attimo, il luogo fu privo di ogni vita; poi due individui emersero dal sentiero e giunsero nella radura presso la pozza verde. Erano scesi per il sentiero in fila indiana, e anche nello spazio aperto restavano l’uno dietro all’altro. Vestivano, tutti e due, pantaloni di tela e giacche di tela con bottoni d’ottone. Tutti e due avevano un cappello nero e informe, e portavano uno stretto rotolo di coperte buttato sulla spalla. Il primo dei due era basso e vivace, fosco in viso, dagli occhi impazienti, dai tratti taglienti e vigorosi. Tutto in lui era risoluto: mani piccole e forti, braccia smilze, naso sottile e ossuto. Dietro gli camminava il suo opposto, un giovanottone dal viso informe, occhi grandi e pallidi, spalle ampie e cascanti; e camminava pesantemente, trascinando un poco i piedi, a quel modo che un orso strascina le zampe. Le braccia non gli scattavano ai fianchi, ma ciondolavano molli. Il primo dei due si fermò bruscamente nella radura, e l’altro che lo seguiva, quasi gli cadde addosso”.
Il rapporto con i vestiti nel capitolo introduttivo di Uomini e topi, soprattutto in questa prima apparizione dei due personaggi principali, ricorda in qualche modo uno dei segreti dell’arte dell’attore e della sua capacità di costruire attraverso un linguaggio ben preciso di segni esteriori un personaggio.
Vediamo ad esempio come il modo di usare il cappello da parte dei due protagonisti del testo di Steinbeck sia ulteriore espressione di identità e opposizione. Riprendiamo il testo da dove lo abbiamo lasciato nella parte precedente di questi appunti (ricordo che in questo punto i due personaggi sono appena apparsi sulla scena e noi di loro non consociamo niente, nemmeno i nomi). “Il primo dei due si fermò bruscamente nella radura, e l’altro che lo seguiva quasi gli cadde addosso. Si trasse di testa il cappello e passò l’indice sul nastro interno sudato, scagliandone via le gocciole. Il suo gigantesco compagno lasciò cadere le coperte e si buttò innanzi disteso, bevendo a fior d’acqua nella pozza verde; bevendo a lunghe sorsate, sbruffando nell’acqua come un cavallo. L’uomo piccolo gli venne nervosamente al fianco. “Lennie!” disse seccamente. “Lennie, santo Dio, non bere tanto”. Lennie continuava a sbruffare nella pozza. L’uomo piccolo si piegò innanzi e lo scrollò per la spalla. “Lennie. Starai poi male come l’altra notte”. Lennie tuffò tutta la testa, cappello compreso, e poi si sedette sulla sponda, col cappello che gli grondava sulla giacca turchina e sgocciolava giù per la schiena”.
Insomma, anche nei gesti minimi, ancora una volta l’esatto opposto. Gesti che sono costantemente significanti, non sono mai usati a caso, servono a definire e raccontare il personaggio nelle sue qualità, caratteristiche, peculiarità.
Per Estragone e Vladimiro contano invece più le scarpe. Si dice che questa delle scarpe fosse una fissazione di Beckett, nata probabilmente dalla sua estrema difficoltà a camminare. Anche in questo caso le scarpe raccontano qualcosa di ulteriore. Ricordate? comincia proprio con questa azione, posta in didascalia, Aspettando Godot: “Estragone, seduto per terra, sta cercando di togliersi una scarpa. Vi si accanisce con ambo le mani, sbuffando. Si ferma stremato, riprende fiato, ricomincia daccapo. Entra Vladimiro”. Non ci sarebbe possibilità di linguaggio, per un attore, senza questa crittografia del gesto e dell’oggetto. Anche Steinbeck, che non scrive per una messa in scena teatrale, sembra conoscerne il segreto. Anche lui, come un attore, mette in scena una microdrammaturgia del personaggio.
Infine Gustave Flaubert, che nel presentarci, a inizio romanzo, l’incontro fra i due personaggi che formano una celebre coppia di sosia parodici, Bouvard e Péecuchet, ci propone lo stesso inventario e lo stesso uso meticoloso dell’indumento, anche qui con estrema attenzione al cappello. Si noti inoltre come ci sia anche qui una ben precisa sequenza di elementi di Opposizione, Unione, Relazione. Cambia solo l’ordine in cui questa sequenza viene proposta, rispetto all’inizio del romanzo di Steinbeck. Scrive Flaubert, dopo una breve introduzione descrittiva di un paesaggio parigino: “Apparvero due uomini. Uno veniva dalla Bastiglia, l’altro dal Jardin des Plantes [opposizione]. Il più alto, vestito di tela, camminava con il cappello all’indietro, il gilet bottonato e la cravatta in mano. Il più basso, con il corpo insaccato in una finanziera marrone, teneva la testa china sotto un berretto con la visiera a punta. Arrivati al centro del boulevard, nello stesso minuto si sedettero sulla stessa panchina [unione]. Per asciugarsi la fronte, ognuno di loro si tolse il copricapo e lo appoggiò vicino a sé; e il piccoletto vide scritto nel cappello del suo vicino: Bouvard; mentre questi leggeva facilmente nel berretto del tipo in finanziera la parola: Pécuchet.
- Guarda!, disse, abbiamo avuto la stessa idea, scrivere il nome all’interno del cappello.
- Dio mio, sì! il mio potrebbero prendermelo in ufficio!
- Lo stesso io, sono impiegato.
Allora si osservarono. [qui comincia la relazione]”
In Bouvard e Pécuchet c’è il trionfo del cappello come attributo imprescindibile di un personaggio. E questo avviene non solo perché un tempo il cappello era attributo irrinunciabile in qualsiasi abbigliamento. Qui c’è qualcosa di più.
Essi, i cappelli, esprimevano un carattere. Cura o meno, vezzosità, narcisismo, eccentricità e quant’altro. Erano portatori di un segno e di una componente più profonde. Il cappello è ciò che sta sulla testa non come una seconda pelle (come avviene per le camicie, per le giacche, per i pantaloni). Esso differenzia, contraddistingue. Si vede chiaramente in lontananza. Cambia un volto e la fisionomia di un’intera figura, anche a distanza di metri. Può stare sulla testa come un ridicolo monumento. Può essere un berretto affondato nella testa di un cafone e indicare la durezza della vita, l’ostinazione con cui questi si impegna a tirar fuori dalla terra qualche frutto. Può essere portato con disagio e essere continua occasione di gag, come nello Charlot di Charles Chaplin. Nelle comiche c’è sempre un cappello. Esso è ciò che più facilmente si perde, si scambia con il vicino per sbaglio, si dimentica e viene recuperato dal compagno. È dunque un oggetto simbolicamente fortissimo in questo tipo di relazioni a due, in questi casi di doppio parodico. Estremamente funzionale, più di giacche, cravatte, scarpe e quant’altro. Giacche, cravatte, scarpe sono simboli dell’identità più radicata (dell’opposizione pura e semplice); i cappelli sono simboli di un’identità più mobile e scambievole. In qualche modo, smussano l’identità, ne fanno qualcosa di grottesco. I cappelli sono facili a perdersi, a essere dimenticati, sottratti, scambiati con il vicino di posto. Sono maggiormente simboli della reciprocità nonché del lapsus, del fraintendimento, oltre che del gioco teatrale (e dunque proprio del doppio). Se vengono appoggiati su una sedia possono significare che un posto è occupato, ma se qualcuno non se ne accorge possono essere schiacciati, calpestati. Ancora una volta: fraintendimenti, lapsus, gags. Identità flebili, deboli, sottoposte a continui stati di collassamento.
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