22.06.2006
Tornare [1]: ‘Campari’
Tra le prime cose che si vedono quando si entra nel porto di Messina con il traghetto delle Ferrovie (e non con quello dei ‘privati’), oltre alla ‘Madonnina’, brutta statua campeggiante su un’ ancora più brutta piattaforma di cemento armato depositata sul punto più estremo, e più rientrante, della ‘falce’ - lì dove il porto naturale si torce maggiormente verso la città -, oltre all’immane massa di palazzazzi che si arrampicano vomitandosi verso le amene colline, oltre al bernoccolo della Cupola di Cristo Re, santuario posto in uno dei posti più ‘panoramici’ dello Stretto e antica sede di una delle stirpi più antipatiche di pappagalli cacatua, sistemati dal proprietario del bar della zona a esclusivo divertimento delle mamme dei bambini messinesi e delle attempate turiste tedesche, oltre a tutto questo insomma, e molto altro ancora, una tra le cose che più colpisce chi giunge nella ‘mia’ città via mare (e cioè chi ‘veramente’ vi giunge) è una grande scritta pubblicitaria posta, anni e anni or sono, su uno dei disgustosi edifici che rimpiazzarono in epoca fascista e immediatamente post-fascista la grande ‘Palazzata’, ininterrotta costruzione chiara che fino al terremoto del 1908, che la distrusse, si ergeva lungo tutta la ‘cortina’ del porto. A questa grande scritta, che annuncia ormai al viaggiatore attardatosi sul ponte più alto del traghetto l’ingresso imminente della nave negli imbarcaderi e al messinese la ‘fine’ del suo viaggio (la più violenta conseguenza della rivoluzione dei trasporti degli ultimi anni è che il messinese non conclude più necessariamente il proprio viaggio con una ‘traversata’), a questa scritta, dicevo, ‘CAMPARI’, è legato uno dei ricordi di quando ero piccolo. Anzi, piccolissimo.
Più che di ‘ricordi’, farei meglio a precisare, si tratta però di una ‘memoria’: la scritta ‘Campari’ rinvia infatti istintivamente, nel mio cervello, alla fenomenologia di un rito. ‘CAMPARI’, che nella miscela dei miei inconsci si àncora chi sa poi perché a tutta una serie di immagini di grattacieli di vetro, salotti, feste e modelle bellissime coperte da un velo sottile di velluto nero, ‘CAMPARI’, aperitivo d’obbligo degli anni ‘80, ‘CAMPARI’, servito a Messina con le più polpose e gustose olive bianche che la storia dell’orticultura possa rammentare, ‘CAMPARI’, per me bambino e ancora oggi quando me lo si serve in quei bicchieri lunghi lunghi e non ci si spiega fino in fondo le segrete motivazioni del mio silenzioso e acido sorriso di ringraziamento, è il ritorno, l’evento-luogo che ricongiunge il ‘possibile’ al ’sopravvenuto’. L’(in)atteso giunto in-fine.
….un disastro.
La ‘partenza’ ha coinciso per molto tempo, per me bambino, con il cartello blu della stazione di Villa San Giovanni (i miei preferivano viaggiare in treno).
Non che per me la partenza non fosse eccezionale. Ma ricordo la gioia viscerale con la quale mio padre preparava la ’sua’ valigia mentre mia madre provava e riprovava come una ragazzina le combinazioni di magliette o maglioni coloratissimi e pantaloni - portava sempre i pantaloni quando viaggiava, e le stavano benissimo - e io trotterellavo da una stanza all’altra con i carichi, ‘quelli assolutamente indispensabili’, di macchinine, palloni e pentole di plastica in compagnia del mio amico Fido, un cagnolino di peluche bianco con le orecchie rosse che a tutt’oggi mi guarda disperato e abbrutito, quando ritorno alla casa dei miei, dall’unico occhietto nero col quale l’ho ridotto. Ricordo la sensazione dominante che in quei momenti mi prendeva. Sentivo, vedevo tutto. Gli odori: potrei indovinare tra mille il dopobarba ‘della partenza’ di mio padre. A distanza di tanti anni non mi sembra un caso che certi odori, una certa prospettiva con cui mi si presenta un oggetto, un bicchiere, un binario a una delle ‘mie’ stazioni e soprattutto l’azzurro di un cielo o di un mare, mi rimandano sistematicamente, nel sogno o in pensieri irriflessi, a volti, storie, date, città la cui combinazione, mi accorgo ogni volta, risale spesso a quei viaggi da piccolo, piccolissimo. Mi fermavo spesso, solo nel mio girovagare tra le stanze dei grandi indaffarati, a guardare dalla finestra dalla stanza in cui dormivo, il mare: che vuol dire, per un messinese, una striscia azzurra con delle montagne dietro, quelle dell’Aspromonte. Era in questa posizione che mi trovavano i miei quando venivano a cercarmi perché era ‘tardi’ (ed era sempre ‘tardi’). Mi chiamavano prima da lontano, poi scuotevano le tende dietro di me, poi guardavano anche loro ‘com’è il mare’, e le montagne dietro (è una delle cose che meno capiscono oggi i messinesi: la lenta sparizione dello sguardo di chi abita un’isola, quello rivolto al mare davanti, quasi un’invocazione, una proiezione, una preghiera cioè, ‘com’è il mare’…). E’ questa l’immagine che segnava la ‘partenza’, da bambino, l’irruzione in un tempo nuovo. L’assenza delle montagne dietro il mare era la fonte principale del disagio che mi prendeva quando, sul lungomare laziale, giocavo sul bagnasciuga e le cercavo sgomento con la coda dell’occhio, senza trovarle. L’irruzione di un tempo strozzato tra un inizio e una fine, per i grandi. Un ritorno, una fuga nell’unico tempo che mi piaceva vivere, per me bambino.
Erano viaggi che poi non portavano da nessuna parte, in fondo, quasi circolari. C’erano, sempre, alcune mete fisse, città dentro le quali aggiungevamo ogni volta un nuovo itinerario. Poi visitavamo parenti, sparsi su e giù per la Penisola, che l’emigrazione prima, le fughe da casa dopo, avevano separato dalle protezioni di una comunità familiare senza per questo renderli più capaci di darsi un qualche terreno sotto i piedi. Uno dei punti più lontani che toccavamo era Venezia. Per me Venezia erano le colombe, che mi terrorizzavano e che pure mi obbligavo a rincorrere per tutta Piazza San Marco. E poi una sensazione di silenzio: era, ma l’ho capito con certezza solo quando ho lasciato Messina, l’assenza di clacson delle auto, uno dei rumori con cui accoglie l’incauto visitatore la città in cui sono nato e con cui devasta chi la abita.
Poi tornavamo. Ricordo che ‘l’ultimo giorno’ non aveva per me quel significato che aveva per chi mi circondava: continuavo a pensarmi fuori, come se fuori fosse sempre, interrotto magari da una sosta nella città dove ’stavamo”. Ciò che però abitavo - e che abita probabilmente qualunque ‘bambino’ - era proprio il ‘fuori’. L’immensa capacità di creazione di mondi dei bambini sta in fondo, penso, proprio qui. Tornavamo. Le ultime stazioni della Calabria ci coglievano appena svegli o sul punto di addormentarci, a seconda che ‘loro’ avessero deciso di viaggiare di giorno o di notte (io preferivo viaggiare di giorno per vedere il sole al tramonto sul mare di Amantea e soprattutto per nascondermi presto la faccia e il groppo in gola su un cuscino, senza dovere troppe spiegazioni). Suddividevo le ore che ci dividevano dall’arrivo in tutti i loro minuti, contandoli e ricontandoli, quasi che i minuti potessero, come delle spugne, aumentare il loro volume. Contavo le fermate, i cambi dei binari e, quando potevo, col viso sul vetro dello scompartimento, i centimetri tra il filo azzurro dell’orizzonte e il sole rosso. I miei, ricordo, non sapevano bene cosa fare con me, in quei momenti. Potrei direi adesso che quasi ogni genitore ha una difficoltà istintiva a guardare negli occhi il ‘bambino’ che torna da un viaggio. Poi mi facevano sedere tra di loro.
La ‘città’ appariva all’improvviso. Nello scompartimento gli anziani ringraziavano il Signore e la Madunnuzza che tutto era andato bene. Io mi spingevo a immaginare qualcosa che potesse collocarsi all’estremo opposto di quel ringraziamento.
Eppure, è strano in effetti, degli arrivi a Villa ho solo ricordi belli. Mi fiondavo sulla banchina dei binari urlando e gridando come un forsennato. Se era mattina, mi ricordo, mio padre offriva la colazione a mia madre al bar, proprio lì vicino. E’ uno dei ricordi più teneri che ho degli approcci sentimentali dei miei durante la mia infanzia: loro che si guardavano sorridendo, anche senza dirsi niente, sorseggiando un cappuccino, mentre io mi catapultavo insieme alle valigie tra i clienti indispettiti o curiosi del bar, che non sapendo che altro fare, come del resto io, mi facevano complimenti scemi.
Poi prendavamo il traghetto delle Ferrovie, che dalla stazione di Villa porta proprio alla stazione marittima di Messina. Lì i miei si incazzavano un po’ per via delle valige. Raggiungevamo il ponte più alto quando la nave era già partita, tremolando tutta. Dall’alto della mia disperazione puntavo ogni tanto il tratto di mare che la nave aveva percorso, ogni tanto le navi che si frapponevano sulla scia del traghetto.
Lo stretto è fatto in modo tale che quasi subito, quando si va verso la Sicilia, sembra di entrare nel ‘campo’ peloritano, tanto grande è l’abbraccio, il respiro, della curva che la terra disegna dalla parte di Messina. Viceversa, andando nella direzione opposta, sembra che lo stesso abbraccio sia destinato ad accompagnarti fino a quando non tocchi terra calabra. Il traghetto si avvicinava il più possibile alla ‘zona falcata’, la striscia del porto, ultima rimanenza della caldera di un vulcano preistorico, sommerso, (è una delle leggende che mio padre raccontava, non so quando credendoci, e a cui io ho sempre creduto) allora sede di una delle più importanti basi della marina italiana. Mio padre mi mostrava ogni volta la finestra dell’ufficio dove lavorava, i giardinetti del mio asilo. Poi, dopo il largo basamento della ‘Madonnina’, la città. La città benedetta in persona da Maria Vergine. ‘Voi e la vostra città benediciamo’, aveva scritto Maria in una lettera rivolta all’ambasciata che la comunità cristiana le aveva inviato. Sapevo a memoria la storia. La città protetta da Maria era lì, sempre più vicina, mi scorreva davanti, con le sue palme californiane, le sue lunghe direttrici su cui nessuna madre lancerebbe il proprio bambino prima dei tredici anni, i suoi palazzi, le piazze di cui ti accorgi solo perché c’è scritto.
Anni dopo, quello stesso momento, sul ponte più alto del vecchio traghetto delle Ferrovie, sarebbe stato nella mia memoria associato per sempre al gusto di arance mangiate quasi di nascosto prima di arrivare, come racconta Vittorini in Conversazioni in Sicilia, viaggio di discesa in quella terra che potrebbe essere - ma non è, Messina non è - il Venezuela. Ma allora, da piccolo, non avevo ancora letto niente, almeno con i miei occhi (mi leggeva, mio padre, i giornalini a fumetti).
Neanche quella scritta, in fondo, la ‘leggevo’, allora. Forse la lessi molto tempo dopo, ma non ne sarei del tutto certo.
‘Campari’ è da sempre, per un messinese, associata ad un’altra scritta, ‘Martini’: un altro grandissimo cartello a neon, ‘più bello’, ‘molto più bello’, dicevano i ‘messinesi di una volta’, quando li vedevano, entrambi, passeggiando lungo la cortina del porto, la sera, tra i pescatori, quando il porto non era ancora chiuso, separato dalla città ‘per sicurezza’. ‘Molto più bella’, la scritta ‘Martini’, che a me è sempre parsa, sin da bambino, veramente brutta, ‘molto più bella’ perché ‘mobile’, dinamica, ho sempre pensato conoscendo un po’ i rudimenti di estetica della piccola borghesia messinese, alla quale appartengo - con i suoi tre movimenti intermittenti coi quali la luce colorata riempiva (oggi manca qualcosa, ma non saprei dire più ‘cosa’, al momento, forse qualche colore…) gli spazi scuri del logo.
(Forse la scritta ‘Campari’ è rimasta allo stato di ’segnale’. Promemoria, sporgenza, per sempre. ‘Eccoti’. Non dice nulla ‘di suo’. Ti provoca: fa dire qualcosa a te, pretende che sia tu a dire, almeno, o a pensare qualcosa, una, una soltanto. Anche anni dopo, quando scappavo ubriaco con pochi amici alle notti addormentate della scuole occupate, alla sua vista rossoazzurrina, sullo sfondo nero del cielo, mi saliva in gola come un’oscura angoscia che conservavo fino all’indomani. La scritta ‘Campari’ è lì da una vita. I messinesi la ritrovano, non la cercano neanche, come in fondo non si cerca nulla nei posti in cui si vive. Io la cerco, istintivamente, prima ancora di sapere che vederla è possibile, riattraversando il mare. A volte nel cielo nero, semplicemente, quando non è facile capire bene ‘dove’ sto ‘veramente’ tornando).
‘Campari’ resta lì, né rovina né maceria, ‘per fortuna’, tutto sommato. Non è una pubblicità, questo è certo: nessuno la legge più, se mai qualcuno lo ha fatto. Nessuno, forse, si ricorda ancora chi o cosa dovrebbe pagare per quella scritta. Non importa. Cade a pezzi. Colore dopo colore. Sta là. THE END.
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