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25.01.2006
La ‘memoria’: sulla ‘dedica’, la ‘lettera’ ed il ’silenzio’, oggi
A Piero, che ne avrebbe certamente riso. Dolcemente.
[post molto, molto lungo - per chi vuole]
Sapere della morte di un amico, una morte improvvisa, ti dice di te, di come vivi, di come sei e di come era, e di come, forse, avresti voluto essere o fosse lui, è forte. Ma ‘morire’, oggi, così, è una ‘lacerazione’ più profonda perchè ti chiede di pensare su ciò che hai fatto, scritto, richiesto, risposto, domandato, preteso ed abbandonato. In una maniera diversa da come io stesso, a 34 anni, avrei mai immaginato quando ho incontrato Piero - ne avevo 22 e lui quasi la mia età.
Ho ‘incontrato’ Piero in una spiaggia. Nel senso che lì, per la prima volta, non solo gli ho detto di me. Ma abbiamo ‘festeggiato’, come dopo molte volte, sempre quando potevamo.
Ho dovuto pensare ‘alla’ sua ‘memoria’ in molti sensi, come mai mi era accaduto sino ad ora. Nè per me, nè per altri miei amici.
La ’sua’ memoria, per chi conosceva Piero, era doppiamente legata alla musica e alla sua ‘tastiera’. Dove in questo termine cerco di condensare il suo stare ‘dietro’ la tastiera, il suo ‘luogo’.
Starci, sempre, con una curiosità che ci aveva aperto ‘molto’: quasi sempre quello che ‘non sapevamo’.
Siamo adesso di fronte un computer che, a noi, dice poco, ma che costituisce molta parte del suo ‘essere’.
E la difficoltà non è, ‘durante la sua morte’, ‘tenerlo acceso’; ma molto di più.
E cioè: cosa fare??
Noi sappiamo che lì dentro c’è ‘tutta’ la sua ‘memoria’. La ’sua’, in quel ’senso privato’ in cui la memoria si declina, che si condivide come le lettere che abbiamo scritto senza scrivere, quelle che abbiamo letto senza rispondere, quelle che abbiamo fatto nostre senza che ci cambiassero la vita, quelle che abbiamo deciso, oggi, inevitabilmente, essere in ritardo, che arrivano a cambiarci la vita ma che noi decidiamo di lasciare ‘lì’, perchè ‘vogliamo’ stiano lì e lasciamo cadere.
E noi sappiamo come lì ci siano, oggi molto più di sempre, tutte le note, i files, ciò che è importante e ciò che non lo è - la musica, dei testi, le pagine salvate che erano importanti per lui, le ‘note private, scritte a sè - che, prima, facevano parte di una memoria tangibile e verificabile e che, invece, oggi non solo noi siamo pronti a cancellare, ma non potremmo nemmeno ‘capire’, ’selezionare’, scegliere di conservare, per farle diventare parte della ‘memoria di Piero’, di come era, fosse, e, a questo punto, di come nessuno, in nessuna maniera, potrà mai riuscire a sapere davvero sia stato senza ’sapere come’ conservare questi ‘gesti d’infinito’ che sono i nostri gesti, quelli solo nostri.
Non che la difficoltà, e spesso l’impossibilità, di ricostruire i percorsi nascosti, o semplicemente ‘privati’, anche solo ‘banalmente troncati’, sia qualcosa di nuovo.
Quello che di nuovo c’è si apre su due fronti: il primo è quello della ‘memoria materiale’; il secondo è della ’scelta’ di chi debba’ scegliere di conservare. Ammesso che si voglia.
La ‘memoria materiale’. Faccio un esempio ‘banale’. Per molto tempo ho scritto ‘lettere’. Il ‘destinatario’ delle lettere era, ed è, sempre ’senza nome’. Non c’è, infatti, nessun segno che ‘ricordi’ le lettere che io ho inviato. Se non la lettera stessa. E, poichè per tanto tempo e ancora ora, una lettera è sempre una ‘dedica’, la ‘dedica’ è sempre ‘a chi’, ‘a chi la riceve’. La ‘persona’ che riceve, ha ricevuto quella lettera, può, in linea teorica, ‘per sempre’ conservare quella ‘dedica’. Non esiste nessuna traccia che ‘tracci’ la mia dedica, la renda riconoscibile, renda riconoscibile il ‘destinatario’.
Il ‘dedicatario’, la ‘dedicataria’ è ‘padrone/padrona’ di una ‘memoria che ‘ci’ attiene, me e lui, me e lei, senza che, in nessun modo, tra me e lui/lei ci sia una ‘base materiale’, una traccia’ che possa ricostruire questa ‘dedica’.
Per un certo tempo, ho ‘ricopiato’, a mano o con altri ’supporti’, le lettere che scrivevo.
C’è una parte delle mie lettere che è ricostruita ‘didascalicamente’ - come ‘a domanda-risponde’.
Mentre questa è la felicità dei ‘biografi’, noi tutti sappiamo come ‘alcune lettere’ non possano essere in nessuna maniera ‘ricopiate’, poichè esse portano con loro una violenza e una eccezionalità che non consente questa ‘operazione’. Nè quella della ricopiatura, nè quella della copiatura.
Mentre io conservo le ‘risposte’ a tutte le mie lettere, le risposte e tutte le scritture a me ‘dedicate’, ed anche i silenzi, io ’so’, ‘conosco’ tutte le lettere che ho inviato, io lo so, lo so con la forza della mia memoria, che esercito ogni giorno, io so non solo la ‘risposta precisa’, il mio ’silenzio’, ma la ‘domanda precisa’, la ‘lettera’ senza altro destinatario che me, il suo lasciarla cadere, la distanza e la vicinanza di ogni sillaba, ciò che metteva in gioco, so, soprattutto so, perfettamente, ma solo con gesto di ‘memoria’, esattamente a quali delle mie ‘dediche’ ‘nessuno’ abbia risposto, a quali delle dediche inviatemi io non abbia mai risposto, dove io ho pianto e dove hanno pianto. Una ‘dedica’ senza ‘traccia’, un amore dichiarato, una violenza, un abbandono, come se la mia ‘dedica’, o quella di chi mi ‘dedicava’, rimanesse ‘tra noi’, ‘tra noi vivesse’, ‘morisse’ o, di nuovo, ‘tornasse’. Come mi è accaduto.
Tra noi. “Tra me e te, amore.”
La ‘posta elettronica’ traccia questa dedica e sa, può, per statuto, ricostruire non solo l’invio, ma l’intreccio stesso di quello che avviene tra ‘dedica e dedica’.
In questo senso, a differenza di quando io scrivevo le mie ‘lettere’, le mie ‘dediche’, da un lato io ‘non ho più memoria’, dall’altro ne ho troppa.
‘Non ho più memoria’: io non ricordo più quante ‘mails’ abbia perso da quando uso la ‘mail’. Ne ho ‘troppa’ poichè, assolutamente, e senza fallo, colui o colei che mettesse mano sul mio computer e riuscisse ad aprire il mio programma di posta, saprebbe tracciare, esattamente, sia le ‘dediche’, sia i ’silenzi’, sia riuscirebbe a ritracciare, in fondo, quando, dove e come io mi sia ‘addressato’, con un termine che amo, a qualcuno. E la differenza fondamentale è che lo saprebbe SENZA CHE CHI HA RICEVUTO LA DEDICA LO VOGLIA.
In questo senso, e in termini filosofici rispetto la memoria, tutto il rapporto tra l’io e l’altro è totalmente da ripensare a partire da questa ‘morte’-.
In questo quadro, ’scegliere cosa conservare’ - ed è il secondo scacco di fronte la morte del mio ‘amico’ - costituisce non tanto il dramma ‘cattolico’ dell’assenza, della ‘morte’, quanto quello laico della ‘presenza’ e della ‘destinazione’ della nostra memoria.
Poichè la memoria, oggi, non ha una destinazione ‘esclusiva’ - direi violentemente: non ha ‘dedica’ - essa è esposta, insieme, alla ‘cancellazione totale’, così come ad una scelta ‘impossibile’.
Per i ‘non-credenti’, la destinazione della memoria è un punto focale.
Di fronte la morte improvvisa di un amico, di noi stessi, oggi, per i non credenti, la ‘destinazione della memoria’, di quello che siamo stati, con i nostri silenzi, le nostre disperazioni, la nostra forza e la nostra ‘autonomia’ non può più porsi nei termini di una ‘dedicazione senza nome’: essa non esiste più.
Non si tratta più di aprire una qualsiasi agenda, un quaderno di appunti, di leggere una serie di note, le ‘lettere scritte’.
Si tratta, in fondo, di potere conservare questa ‘dedica’, senza che questa dedica diventi la leva di giudizio di tutta una vita.
Si tratta di potere conservare la ‘dedica’ come gesto non solo di ‘anonimato’, ma di profonda ‘autonomia’.
In questo senso, ’scegliere cosa conservare’ è un gesto impossibile per chiunque. Ma più radicale e insostenibile per chi non creda che la ‘memoria’ sia la memoria di una ‘consolazione’ che prenda il posto della ‘morte’, dell’assenza, in vista di una ‘resurrezione’ qualsiasi, più radicale e insostenibile è poter cancellare, per difetto di forza e di scelta, cosa ‘deve’ essere conservato e cosa no.
Esattamente sulla memoria la debolezza dell’ateismo, come la volgarità di una ‘certa’ fede, si misura in maniera ‘palpabile’….
Leggevo appena ieri una delle ultime conferenze di Davide Maria Turoldo. Dove il grido risuonava proprio rivendicando, ‘ricordando’ la necessità della fede ‘nel cuore del venerdì santo’, nel cuore della morte del ‘figlio di Dio’ appeso sulla croce.
Nel luogo dell’impossibilità della fede stessa.
E, insieme, nel ‘ricordo’ di ‘una certa origine’, nella memoria’ di questa ’solitudine’ e ‘dell’appello’. Della ‘dedica’ senza ‘ricevimento’.
Se, come dice P.Turoldo, la morte è, esattamente, il ‘dramma di Dio’ - ricordando, in questo, Pareyson -, la ‘memoria’ è il luogo che i ‘non-credenti’ dovrebbero decidere a chi ‘inviare’. Davvero.
Sì, davvero con la più grande forza. Decidere, prima, durante e dopo.
La morte.
A Piero, che ne avrebbe certamente riso. Dolcemente.
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