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    30.10.2005

    Mosca, la prima neve


    a Silja

    Come ogni giorno, ho provato a comprare le mie sigarette. Era difficile, più difficile che una settimana fa. A Mosca è caduta la prima neve. Quando a Mosca cade la prima neve, cambia tutto. Mentre sembra che tutto continui come prima, come il giorno prima, i moscoviti, dopo la prima neve, cominciano a guardare ciò che li circonda diversamente.

    Tutto diventa, improvvisamente, lontano e stanco. Più duro e difficile.
    Perchè, a Mosca, la prima neve non è solo una neve che arriva. Ma è come un ‘tempo’ che si apre.
    Ormai, ogni fine ottobre è, per me, un tempo che si apre, come mi ha insegnato ‘Mosca’. O i ‘moscoviti’. Un ‘taglio’, un taglio radicale che s’incunea nella mia esistenza, senza che davvero io lo possa misurare.

    Quando a Mosca comincia a cadere la prima neve, la politica diventa, com’è giusto, una parte ’seconda’. Perchè prima della politica, come solo i russi sanno, e lo sanno radicalmente, prima della politica, o come una ‘vera’ politica, quello che importa, a partire dalla prima neve, è la ’salvezza’.

    Le parole, la forza o lo ’sforzo’ che ogni giorno, in occidente, facciamo per costruire, per ‘dire’ o ‘condividere’, diventa, dopo aver vissuto la prima neve a Mosca, diventa ‘vuoto’, diventa ‘inutile’, diventa assolutamente ‘inconsistente’. Non tocca più, in alcuna maniera, la nostra ‘vera vita’.

    E tutto, in tutte le maniere, si ridicolizza, tutto è - di fronte la prima neve - come una sfida, una sfida ‘vera’, solo perchè è la ‘neve’, la ‘consistenza’, la verità dell’inverno che ci si prepara ad attraversare, che rende ‘vera’ la falsità di tutto quello che ci sta intorno.

    A Mosca, le ‘falsità’ dell’esistenza, quelle che quotidianamente attraversiamo o dimentichiamo, si scontrano, sempre, con la prima neve.
    Che richiama, in fondo, quello che si è.

    Solo chi ha attraversato, tutt’intero, l’inverno russo, può misurare la distanza che trapassa, silenziosa, il gesto umano e la forza della persistenza e del ritorno che la ‘natura’ impone all’uomo.
    L’occidente non ha, in nessuna maniera, la coscienza di questa ‘potenza’ della natura.
    La ‘potenza’ di questa natura non è l’ imponenza di una montagna, nè la forza di un deserto, nè l’imprevedibile di un mare.
    Questa forza, che la prima neve moscovita ricorda, ‘tace’ tutto quello che intorno sta.
    E il tutto intorno, in fondo, non fa che battersi contro questa ‘potenza’.
    Il tutto intorno, che oggi è così ricco o così povero, così infimo, non fa che battersi contro questa ‘potenza’.
    E chi sfida, a viso aperto, a mani nude, questa forza, viene ‘riconosciuto’ non solo per la sfida, ma per la sua forza e la sua ‘vittoria’.
    Perchè contro l’inverno russo non c’è sfida senza vittoria. Perchè così è.
    Perchè chi sfida, o vince o muore, muore davvero.
    E proprio per questo, non c’è sfida, ma solo vittoria o morte.
    Solo vita o morte. Difesa e resistenza. Difesa o morte.

    E dunque, tutte le forme di forza, di resistenza, di persistenza, di passione, di intensità sono proprie del ‘popolo russo’, che è il più grande e forte popolo che io abbia mai conosciuto. Più forte di quello siciliano, con cui, ovviamente, non può che avere le più grandi ‘intensità’ in-comune. L’uno per la violenza del sole, l’altro per la violenza della neve.
    Entrambi per la violenza della ’schiavitù’. Entrambi per la coscienza di questa ‘violenza’ che appartiene all’umano, che è la violenza della morte.
    Entrambi per la tenerezza che, contro questa violenza, hanno saputo ‘costruire’, per salvare della vita il loro amore.
    Ma la violenza dell’inverno russo è immensamente più intensa della ‘passione’, nel senso religioso, del ’sole’ siciliano.

    Chi conosce la violenza, inenarrabile, dell’inverno russo, sa che la ‘natura’ è un’infamia, come lo sanno i siciliani, e che tutto quello che si fa nell’umano, lo si fa contro questa ‘infamia’, questa ‘natura’.
    Lo si fa per ‘conservare’ questa tenerezza, lo si fa per dire, dell’umano, quello che questa natura non sa dire, quello che tace, quello che nasconde.
    Quello che la ‘natura’ uccide e che, invece, contro tutto, l’umano si batte per ricordare e per amare.

    Come nessuno questo sanno fare i ‘russi’.

    scritto da millepiani
    il 30.10.2005
    come un diario moscovita

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