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    2.10.2005

    Apici [13] - Come un omaggio a Thomas Bernhard - Estratti dal capitolo ‘A colpi d’ascia’ - un’altra bio-grafia (2)


    a G., che mi ha scritto le ’sue’ lettere

    “[…] Non solo, dunque, non avevo immaginato come quello che era chiaro ed evidente non potesse essere. In più, avevo costruito tutta la mia ‘identità’, come diceva il mio maestro, su questa ‘falsa’ idea. Avevo costruito la mia ‘forza’ su questa ‘fuga’, la ‘fuga’ che io stesso avevo anticipato, la ‘fuga’ che, adesso, io rimproveravo, ogni attimo, a chi avevo creduto riuscisse a ‘condividere’ questa sfida e questa ‘forza’.
    La ‘loro’ fuga io l’avevo anticipata; ero riuscito, per uno scherzo del destino, o, meglio, per una di quelle ‘intuizioni senza fondo’, ad anticipare la loro ‘fuga’, la fuga dei miei ‘amici’, la loro assenza e la loro debolezza.
    Quando, una sera, avevo ricevuto la ‘loro’ lettera, quella che mi parlava dell’Arno, quella che avevano scritto ‘insieme’, quella che mi diceva della loro ‘paura’, della ‘paura’ che avevano dell’irruzione del ‘loro’ fiume nelle ‘loro’ case, io mi ricordo, perfettamente, come, allora, io abbia ‘riso’ della loro paura, senza capire, già allora, che la ‘paura’ è, forse, uno dei pochi sentimenti che fa ‘vivere’ la ‘politica’ come se essa toccasse, come deve, le esistenze.
    In quella ‘lettera’, che io rileggo tutte le volte che posso, ‘loro’ avevano scritto, ognuno con la ‘propria grafia’, una frase, per dirmi, in fondo, che io ero fuggito.
    E se, ogni volta che posso, io rileggo quella lettera, lo faccio guardando solamente le ‘loro grafie’, la ‘firma’ che ‘loro’, senza sapere, avevano messo per controfirmare la mia lontananza.
    Per attestare la mia ‘lontananza’ e la mia ‘fuga’.
    Questa ‘lettera’, che certo non parlava a me, ma anche a me, è la dimostrazione tangibile ed evidente della mia ‘fuga’. O, se vogliamo dirlo meglio, dell’intuizione che io ho avuto, prima di loro, e, insieme, del mio fallimento.
    In questo senso, il mio ‘ritorno’ non aveva alcun senso. Come infatti non ne ha avuto.
    Quella ‘lettera’ che cercavamo di scrivere con il mio amico, che nulla sapeva di ‘questa’ lettera, era, esattamente, e nello stesso tempo, il contrario della lettera che io avevo ricevuto.
    In una certa maniera, la lettera che io avevo ricevuto, senza averlo detto mai, era per me, insieme, la dimostrazione tangibile della mia fuga, come la dimostrazione ‘reale’ della mia ‘intuizione’. Della ‘verità’ che la mia ‘fuga’ manifestava. Della ‘lontananza’ che la mia ‘fuga’ mostrava ‘di per se stessa’.
    Mentre la ‘lettera’ che cercavamo di ’scrivere’ con il mio amico era inviata non a chi, dopo di me, aveva abbandonato una ‘politica comune’, ma a chi, chiuso nella sua cassa, aveva scelto, da vivo, la sua morte.
    Non aveva nemmeno visto la distanza tra una ‘politica in comune’ e una ’solitudine in comune’. E aveva scelto, senza ‘gridarlo’, un’incomune. La sua ‘fine’.
    Quello che non avevo capito, pur avendo perfettamente capito la fine di una ‘politica in comune’, era l’idea e la pratica di una solitudine.
    Per anni, ho cercato, senza ‘misura’, questa ‘politica in comune’. Essendo stato io il primo che aveva ‘intuito’, forse costruito, la fuga, la fuoriuscita da questa ‘visione’. E l’avevo fatto ‘tradendo’ la lettera che avevo ricevuto. L’avevo fatto tradendo la lettera che avevo ricevuto prima di riceverla.
    Mentre cercavo questa ‘lettera’, nello stesso tempo ne stavo scrivendo, senza saperlo, un’altra.
    Una lettera, scritta con il mio amico, dove, senza che lui lo sapesse nemmeno, una ‘politica in-comune’ uccidesse la paura. […]”

    scritto da millepiani
    il 2.10.2005
    come tra apici

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