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    Apici [7] - Come un omaggio a Thomas Bernhard - Addenda seconda


    “[…] Avevamo cercato di ‘parlare’, prima di scrivere la lettera che volevamo spedire, della morte di sua madre e di mia madre.
    Nessuno dei due era riuscito, in fondo, a parlare di quello a cui pensavamo.
    Nessuno di noi due aveva ancora vissuto questa ‘morte’.
    Entrambi sapevamo come questo evento, che ancora non ci era accaduto, non avrebbe rappresentato nient’altro che la separazione definiva dall’esistenza che avevamo cercato di costruirci. Ma sapevamo, entrambi, che questa separazione, che era radicalmenta legata alla morte di nostra madre, avrebbe cambiato completamente la visione di quell’irruzione della morte sin dentro la vita che cercavamo di descrivere. Sapevamo, altrettanto bene, come tra noi avessimo, lui più di me, parlato con le parole dei nostri padri.
    E come intorno a quelle parole avessimo costruito la nostra ‘flebile’ forza pubblica.
    Quando poi, in fondo, entrambi, da lati opposti, ci eravamo trovati esposti alla ‘testimonianza’, non avevamo potuto fare a meno, quando si era trattato di parlare di noi, di ‘parlare’ con la ‘voce di nostra madre’. E questa voce, noi,uomini, l’avevamo trovata subito più adeguata alla nostra sfida rispetto la voce dei nostri padri.
    Che, per tutta la loro vita, avevano continuato a raccontare la loro storia e la storia della loro memoria, senza riuscire a cogliere, fino in fondo, la storia di un’altra memoria, che, in fondo, era la memoria che più ci interessava.
    Nè io nè lui avevamo ancora vissuto la morte di nostra madre.
    E, forse, in tutti questi anni, non avevamo fatto altro che nascondere la memoria che sapevamo di ‘nostra’ madre.
    Questa memoria, lo sapevamo bene, non era compatibile con nessuna delle nostre memorie e nessuna delle nostre forze. Questa presenza, e la morte di una delle nostre madri, o solo il pensiero di questa morte, era riuscito a trasferire tutta la nostra discussione sulla ‘morte’ su un piano che cominciavamo a capire lentamente.
    La ‘morte di una madre’, o anche solo il pensiero della ‘morte di una madre’, aveva avuto la forza di cambiare il livello della nostra ‘discussione’ sulla morte.
    Questo ’semplice’ pensiero aveva avuto la forza, senza che lo sapessimo chiaramente, di trasformare la nostra ‘discussione’ in un combattimento.
    E dove sapevamo che il nostro combattimento era perduto, ancor più la nostra violenza e la nostra forza diventava insostenibile per chiunque.
    Perchè tutti, senza eccezione alcuna, avevano ‘paura’ anche solo della parola ‘morte’, mentre ‘noi’, ‘noi due’, avevamo paura della morte che vivevano gli altri. Ma avevamo trovato la chiave per spiegare l’eperienza di questa morte che gli altri vivevano come sonnambuli.
    Avevamo paura che dimenticassero la differenza, vista da una madre, tra la morte di una madre e la morte di un figlio.
    E, insieme, avevamo paura di non riuscire a dire nè i silenzi nè le violenze dell’esperienza della morte di una madre. Di chi, in fondo, anche non volendolo, ci aveva permesso e ci permetteva di insultare la nostra vita ed ogni potere. […]”

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    scritto da millepiani
    il 27.08.2005

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