Apici [6] - Come un omaggio a Thomas Bernhard - Addenda prima
“[…] Avevamo spesso ‘parlato’ della morte, dopo che lui non era morto. Anche se mi aveva detto spesso di non ricordarlo, ricordavo perfettamente anche quando ne avevamo ‘parlato’ insieme, senza che lui potesse rispondere. Ricordavo perfettamente, mentre tutti quanti continuavano a parlare della ’sua’ morte, come riuscissi a ‘parlare’ della morte senza che nessuno mi rispondesse, senza che, in nessun momento, avessi un solo segno di assenso mentre lui era disteso sul suo letto della ‘rianimazione’ di quell’ospedale che ho promesso di non nominare e non nominerò mai più.
Non avevamo mai ‘parlato’ della morte prima che lui stesse per morire. Il fatto che poi, solo dopo, ne potessimo parlare ’senza angoscia’, non significava in nessuna maniera che nè io nè lui non avvertissimo l’asimmetria che ci sarebbe toccato raccontare. E la più grande angoscia che proprio da quella ‘visione’ ci era nata. Nè io nè lui avevamo assistito alla morte di nostra madre. Nè io nè lui avevamo assistito alla morte di un nostro figlio, di nostra figlia.
Noi continuavamo a ‘parlare’ della morte, come molti ci dicevano, senza che questa morte, in fondo, all’apparenza, avesse davvero toccato la radice dei nostri più vitali nervi. Ammesso che continuassimo ad averne. Forse solo lui poteva ‘rivendicare’ una certa ‘primazia’ dell’esperienza’ della morte. Senza che però essa potesse estendersi all’esperienza di ‘assistere’ ad una ‘quasi’ morte. Se lui poteva rivendicare la primazia di avere vissuto l’esperienza di una ‘quasi’ morte, io potevo rivendicare quella di aver assistito ad una ‘quasi’ morte, la sua.
In questo, il nostro ‘gioco’, dopo, era assoluto ed ineguagliabile.
Ed in fondo, questo non era per noi un ‘gioco’, nè una ‘discussione’ su cosa fosse la morte. Non avevamo mai ‘giocato’ con la morte, nè avevamo mai ‘parlato’ della morte se non a partire dall’amicizia. E poichè, come sapevamo sia lui che io, l’ ‘amicizia’ e la ‘morte’ sono le uniche due ‘forze’ che si incrociano - in finale di ‘partita’ - a partire dalla sfida reciproca che si lanciano, ne parlavamo, sempre, con il pudore, l’amore e lo scherno che si riservano agli ‘amici’ che ci accompagnano. Sin dentro la ‘morte’.
Ne avevamo sempre ‘parlato’, dopo che lui ‘non’ era morto, con l’assoluta consapevolezza di chi non aveva vissuto nè la morte della propria madre nè la morte di un figlio.
La sua ‘esposizione alla morte’, così certa e inequivocabile, così come la mia ‘visione’ della sua ‘quasi’ morte, che dava certezza della sua ‘quasi’ morte e della sua vita, erano diventati il luogo da cui continuavamo a guardare l’opera inarrestabile del disfacimento dell’umano sin dentro la vita.
Tanto avevamo aguzzato la vista, da poter vedere sin dentro la più grande affermazione di onnipotenza il germe del suo declino, della sua morte.
Tanto il nostro sguardo si era affinato, l’uno dall’ ‘interno’ della morte, l’altro nello sguardo sulla morte, tanto potevamo percepire il farsi di ogni morte nel luogo della vita, la morte sin dentro la vita.
In questa sfida che avevamo lanciato, sapevamo cosa ci sfuggiva. E solo in quella ’stanza’ sapevamo, con certezza assoluta, di trovare il nostro luogo. […]”
(segue)
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