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    26.04.2005

    Il battesimo di ogni scrittura


    Io non sono un intellettuale, uno scrittore.
    Non vengo dagli studi. Non vengo e non ho, non ho mai avuto e non avrò mai l’olimpica distanza che si matura nella coscienza di questo ruolo.

    Ho fatto, nella mia esistenza, tutto quanto la mia esistenza mi potesse offrire per sfuggire a questo ruolo.

    Non ho, come non ho mai avuto, non avrò mai e risputerò in faccia a chi lo rivendica, la sensazione di essere un escluso.

    Io provo a vivere nel centro del gorgo del mio tempo, con la lucidità che la politica mi ha insegnato, con la forza che con la scrittura mi sono conquistato.
    Interrogo, mi sforzo di interrogare il presente, e non me ne sento, mai, escluso.

    Anzi: dove non capisco, dove mi sento ‘a lato’, ancora più incandescente si fa la mia interrogazione, innanzitutto politica, più freddo e certo si fa il mio rifiuto di giudicare, più serena e convinta si fa la mia pratica di con-divisione.

    Per essere più chiaro: detesto, alla stessa maniera, i pinguini dell’accademia come i polli e le galline d’allevamento che si dicono altro,le galline e i polli d’allevamento dell’esclusione, che fanno della loro marginalità la loro forza, dell’esclusione il loro luogo, della disperazione della loro scrittura la forza, pretesa, dell’incomprensione una forza.

    Io non voglio e non so dire quanto questo gesto - di maniera, oggi, adesso - pesi, sempre, sui destini della scrittura.
    Poichè oggi tutti, senza eccezione alcuna, siamo ‘fuori’, nell’escluso, nel tempo accanto al tempo della storia - basta andare in Russia… -, noi tutti siamo chiamati ad attraversare questo tempo senza paura. Come due dei tre maestri della mia vita hanno fatto (il terzo lo conoscono i miei amici e porta un nome ebraico).

    Mai, in nessuna occasione, ho letto una sola riga di Paul Celan o di Thomas Bernhard su questa condizione.
    Nel luogo della scrittura e di questa interrogazione, mai, in nessuna maniera, nè l’uno nè l’altro hanno detto, se non sul piano di una estraneità più radicale, mai hanno detto o si sono preoccupati di dire di essere altro dalla ‘politica’
    Entrambi ‘vivevano’ la politica, o la musica, è uguale. In una maniera così radicale da sembrare ‘estranei’ alla politica e alla musica.

    In breve: lo erano poichè, in fondo, entrami, la vedevano come il luogo assoluto della con-divisione. Luogo che, in nessuna maniera, alcun evento può rendere estraneo a se stesso, può svuotare.
    Entrambi si battevano, politici nel loro luogo, per la verità della parola: l’unica salvezza, oggi, di qualsiasi politica.

    Ma, certo, non finisce qui.

    Tutto questo agitarsi sul destino della letteratura, sulla sua consistenza, sugli autori che sarebbero riferimenti, tutto questo agitarsi, sol perchè si citano i propri autori di riferimento, o non li si cita, tutto questo mi sembra, nello stesso tempo, un provincialismo dell’anima e un’incapacità di fare e praticare scrittura.

    Io non sono un’intellettuale, non sono uno scrittore.
    Io vengo dalla politica.
    Io vengo dalla grande pratica della piccola politica della seconda metà del secolo passato.
    Ne rivendico, in ogni passaggio, la sua forza, la sua tensione, la sua tenerezza.

    Ne rivendico la testimonianza e la potenza nel quotidiano. La sua miseria, il suo fallimento, ma anche, tutto insieme legato, la potenza d’evocazione.
    Rivendico, più di voi, tutto questo proprio perchè ho praticato questa forza, la cogenza, l’incidenza. La precisione e mai l’esclusione; anche quando la ‘mia’ politica era ‘esclusa’ per eccellenza.
    Poichè io ero comunista, lo ero, con forza, in Sicilia.
    Come mi ha insegnato il mio segretario della FGCI di Messina, io, con lui, ero l’ ‘escluso’ per eccellenza.

    Io, di questa ‘politica della parola come verità’, ne rivendico, insieme, la sua forza e la sua tenerezza.

    La politica l’ho fatta nelle strade. L’ho fatta, porta dopo porta, nel meridione d’Italia. In Sicilia.
    Quando avevo quindici anni e voi scrivevate solo per voi.
    Chiusi nei vostri diari.

    Non me ne frega un cazzo di cosa sia letteratura e di come farla. Non me ne frega di tutto questo perchè, lavorando, con tutta la forza di cui sono capace, ad una politica senza recriminazioni, io sono mille miglia oltre la vostra scrittura, oltre i vostri loculi, oltre la storia su cui vi incarognite.

    La distanza non si misura nel presente.
    Non si misura sulle ‘carogne di scritture’.

    La distanza e la fertilità si misurano nel tempo lungo.

    L’esclusione dai circuiti editoriali - questa distanza che scandalizza e che fa scrivere - è elemento radicale di ogni scrittura.

    Dal punto di vista di Dante, ciò che lo ha costretto all’esilio è, certo, una ‘restaurazione’, una potenza degli apparati di controllo - politici, tutti politici - che lo ha costretto a non ’scrivere’ nel senso in cui lui intendeva la scrittura.

    La sua reazione la si può ‘LEGGERE’. E’ la ‘Commedia’.

    La distanza e la potenza degli apparati di controllo della scrittura, appunto, si misura in un tempo lungo.

    Da letterati, quali siete, non misurate, proprio dal lato della politica, la necessità dell’esilio, nè la forza del silenzio sugli autori. Nè ciò che esso implica.
    Nè, in maniera speculare, la capacità, tutta politica, di trasformare il presente, anche senza citare i ‘vostri’ autori.

    Oggi, nè condanna nè assoluzione fanno il gioco della scrittura. Non riescono ad imprigionarla.

    Noi siamo per una terza posizione.

    Per quanto mi riguarda, ancora una volta, ancora oggi, a fronte del vostro agitarvi, non posso che ribadire che la forza della scrittura è quella di una con-divisione, di una scrittura in-comune, che impone la deposizione di tutto, dei propri riferimenti, dei propri autori, delle levatrici di risulta, di tutti i nomi, nessuno escluso, che fanno sorgere, governano, guidano, influenzano e determinano le nostre scritture.

    Rifiutare non solo ‘un’ battesimo, ma il ‘battesimo di ogni scrittura’.

    scritto da millepiani
    il 26.04.2005
    come un archivio di scritture

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