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    Senza farlo capire »


    21.04.2005

    Varcare


    di Gianfranco Ferraro

    Brucia, violentemente. E’ un colpo, senza possibilità di replica, a quell’attesa che l’agonia, la morte di Wojtyla aveva suscitato. Miope, leggerlo come un “affare dei cattolici”. E’ un esito.

    L’elezione di Ratzinger è la cristallizzazione di un tempo di attesa, di un campo di forze. Cristallizzazione che è ormai caratteristica, segno, tra gli altri e tra i più cruciali, del tardo moderno e del suo destino.
    Se la lunga agonia, precisamente, se il corpo in agonia di Wotyla esposto sacrificalmente dalla Chiesa a se stessa e al mondo, ha costituito un dispositivo di attesa che si è strutturato come tensione progressiva all’interno di un processo, più ampio, di statificazione, la morte aveva improvvisamente avvicinato il tempo della “venuta”. Aveva pressato, strizzato il tempo che il dispositivo agonico aveva portato su un piano di progressione, per quanto impercettibile. Quell’attesa - che tutti i dispositivi tipici della rappresentazione dell’attesa propri della tecnica del tardomoderno puntavano appunto a potenziare - quell’attesa ha avuto uno sbocco gelido, si è cristallizzata.

    Qualcosa è interrotto. Lo sguardo ha un brivido.
    Si mostra, può solo mostrarsi. Nient’altro che questo. Un’icona.

    Si sorride, eppure, si vede, è un sorriso gelido: da qualunque parte esso venga.

    La festa, la festa che segue all’attesa, la festa non rimandabile, quella che segue al lutto, è questa che, adesso, manca. Il protocollo del tempo messianico che ha caratterizzato il tardo moderno la prevederebbe. La festa che riapre la vita, che la reinserisce dentro un processo di circolazione che dia il segno della fine del tempo progressivo dell’agonia: questa festa oggi manca. Alla fine del moderno la festa è divenuta impossibile. Troppo distante, troppo scaltro è lo sguardo per non intuire da subito che “gioia”, la gioia di una corte cinquecentesca, non può più darsi. Del sorriso può darsi solo un ghigno: come quello dei quadri di Bacon. La distanza tra il “politico” e la sua rappresentazione è, ora, quella di un corpo putrefatto. Il conato festivo, il passaggio, quella pasqua che, anche se come dispositivo di memoria, il giudeo-cristianesimo ha conservato in ogni più lontana terminazione, non ha sviluppo, seguito. Il conato si interrompe, trattiene il fiato.

    Sfondare. Questo è proprio della festa, guardare il circolo della danza, guardare lì dove il circolo si apre (a che cosa? Alla città, a quella, questa città, la megalopoli tardomoderna). Guardare altrove è negare che la festa sia il centro. E’ non riconoscere neanche più la sua necessità, lo spazio, precisamente, del politico. E’ guardare la forma delle colonne. E’ cercare tra di esse. Il “politico”, per un’icona, è, tutt’al più, una colonna.
    “Abbiamo”. E’ visibile adesso, eccola: la cesura. Il frammento di storia che “non quadra” e che rende visibile, evidente, quello che nella rappresentazione di quella storia è stato, attraverso un continuo battagliare, rimosso.
    Il tempo si arresta, il velo del Tempio si squarcia. Ma non fa rumore.
    Si squarcia, però.
    Appare, alla città e al mondo. Appare chiaro che non vi sarà alcuna festa. Che la festa, non rimandabile, assolutamente non rimandabile - si è tutti lì?. - è, è, è saltata.

    Un’altra battaglia si apre.

    Contro quanti non vedono che nello squarcio aperto da questa esposizione, dall’esposizione del “segno rappresentante”, fulcro su cui il moderno ha costruito la propria fede in se stesso, nel proprio essere altro E INSIEME portatore di salvezza, cioè di speranza, si apre oggi un tempo durissimo.
    Contro quanti non credono che qui e ora quello “che già avevamo” si è reso manifesto, visibile.
    Non è in gioco una chiesa, tantomeno la Chiesa cattolica. Ciò è che in gioco adesso, davanti a questa cristallizzazione, a questa immagine, è, ci sembra chiaro, nientedimeno che la fuoriuscita del “politico” dalla storia della modernità. La NOSTRA fuoriuscita. La battaglia è contro quanti, su questa scena altra dal moderno, non si riconoscono come voci politiche, non riconoscono le altrui voci. Quanti, allo sforzo della “traduzione”, allo sforzo del varco, contrappongono il proprio silenzio. Il proprio scimmiesco imitare. Quanti, di questo sforzo, non si assumono la responsabilità.
    Ne va di un futuro.

    L’icona che ormai ci sta davanti è la cristallizzazione di questo tempo, la sua stasi. Il dispositivo autoreferenziale che la tarda modernità woityliana (e potremmo dire, con pari forza, “vittoriana”) si è talmente avvinghiato su se stesso da formularsi adesso come icona. L’icona, si sa, vive solo all’interno di cerimonie: cerimonie immense, in cui si dia anche sacrificio, sono necessarie perché la memoria sia riacquisita, riassunta da un tempo che non è lo stesso da cui proviene ma che pure non ha nulla perché essa non possa esserci, o avere senso.
    Ma nessuna cerimonia può, adesso, riattivare una simbolica che non appartiene a questo tempo. Altro preme.

    Il cristallizzarsi dell’icona implica, necessariamente, anche una consegna. E’ qui che si coagula l’interrogativo sulla “nuova scena”. Lo spazio vuoto, vuoto di “pubblico” che l’icona abbandona nella sua ritrazione è in realtà il luogo in cui l’attesa della catastrofe o della salvezza che ha caratterizzato il tempo messianico si rovescia nell’esatto contrario. Il campo di forze, il campo in cui le forze si concentrano nell’attesa viene deposto con violenza dal vento gelido della ritrazione. Sulla scena restano le forze, però, le forze che in questo tempo hanno chiesto, con forza, speranza. Dovunque fossero, qualunque luogo abitassero: con forza, speranza. Lo stupro della speranza, ultima dea, dea che si dà solo nelle forze e nello sguardo delle donne e degli uomini di un certo tempo, questo stupro caratterizza questo tempo. Sulla scena restano le forze. La cesura che questo tempo pone - e in cui si dà assalto alla speranza - deve fare i conti ancora con queste forze. Sono, dovunque esse siano, qualunque luogo abitino, ancora una volta, forze che portano su questo tempo il carico dell’oppressione di tutti i tempi. Ogni presente oppresso porta su di sé incisi i segni di tutte le storie di oppressione, di tutte le volte che violenza si è usata. Per ammutolire, per tacciare, per inchiodare. E’ questa l’immensa consegna che in questo tempo rimane inevasa. L’immensa consegna che oggi trova davanti a sé un’icona, incredula. Se battaglia ci sarà, nei prossimi anni, non sarà contro l’icona o le icone di questo tempo. Il tempo moderno, il Novecento, si chiude così, davvero, impietosamente. Non sarà un icona il centro del fuoco. L’icona lascia libero il campo della consegna della speranza: è il campo politico, è la scena, fuoriuscita dal moderno. E’ sulla libertà di questo campo, per la sua libertà, contro qualunque teatrino delle marionette, che si ingaggerà battaglia.
    E’ come se gli attori smettessero, improvvisamente, di recitare e confabulassero tra di loro su una ripresa, impossibile, della tragedia, lasciandosi andare a intrecci architettati sul momento. Le architetture della modernità sono crollate e lasciano posto a questa lontana immagine che nulla dice e nulla rappresenta per quanto possa sbracciarsi scimmiescamente, mimare. E’ questo sfondamento del moderno, ora visibile eppure già previsto, con sofferenza, dopo la Rivoluzione francese, da Hölderlin e da Büchner ad esempio, due scrittori tedeschi E rivoluzionari, è questo sfondamento che si dà, per assurdo, come scandalo estremo del moderno, come scandalo per quello che il moderno ha voluto, ha combattuto per rimuovere, è questo sfondamento ora visibile, nel momento in cui la storia si dà come rappresentazione assoluta, come immagine, e in cui però nulla più c’è da rappresentare, è questo sfondamento che un’”intenzione politica”, un tale pensiero, una tale volontà, assume in consegna. Varcare. Questo è varcare. Far varcare le soglie ALLA speranza. A questo spettro. Questo è l’imperativo della politica che già, oggi, preme.

    scritto da millepiani
    il 21.04.2005
    come una scheggia

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