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    17.04.2005

    Sulla vicinanza e sul silenzio sulla Serbia


    Ogni tempo ha il luogo della sua ingiustizia.

    I loro nomi, le testimonianze dai luoghi d’ingiustizia, le parole che li fanno vivi, fanno parte della rivolta e della politica che non sappiamo costruire.

    Ogni testimonianza che viene dal luogo dell’ingiustizia, sa dire della politica che non sappiamo fare, che abbiamo lasciato ad altri, che non siamo riusciti a pensare in-comune, che non siamo riusciti ad imporre.

    Ognuno di questi luoghi, che portano il loro nome e che qui non riesco a nominare per l’urgenza che mi impongono tutti, ognuno di questi luoghi, tutti questi luoghi mi impongono un pensiero della politica che non è un pensiero della recriminazione.
    Ma un pensiero, insieme, dell’urgenza e dell’incapacità.

    Continuando a fare politica anche dove la politica tace, io so che le responsabilità personali non contano.
    Come so che la recriminazione non diventa ‘una politica’.
    Così come lavoro perchè ad ogni parola corrisponda una responsabilità.

    Mio padre è nato in Montenegro, a Kotor. A Cattaro.

    La Serbia è uno dei nomi dell’ingiustizia che fa di questo mondo il regno di una politica senza sguardo.

    Ma io so, e lo voglio dire, che l’ingiustizia ha molti nomi e che ‘testimoniare l’ingiustia’ mostra e dice la politica che viene, la pazienza che non si ha,
    la forza che bisogna condividere.

    E, insieme, con la più grande forza, voglio dire che nessuna scrittura che non condivide questa forza e questa politica che, anche in silenzio, invoca, nessuna di queste scritture è una scrittura politica, nessuna di queste scritture sa pensare la comunità, nessuna di queste scritture sa farsi più grande di quanto è.

    Essa rimane, nel suo grido, un grido solo.

    Nella pazienza, nella forza e nell’insistenza, io credo che queste scritture non pensano il futuro, non attraversano la politica, non mostrano se non la propria forza.

    La politica ha bisogno di queste voci.
    Ma la politica non è queste voci.

    Io credo che, anche grazie a queste voci, la politica può pensare altro.
    Questa politica e questa forza in-comune passa, indica, indirizza verso qualcosa di altro.
    Di cui, questa sì è una responsabilità personale, mi assumo il carico del pensiero e della pratica.
    La forza, insieme, della responsabilità e del suo mettersi in-comune.
    Una politica.

    scritto da millepiani
    il 17.04.2005
    come una scheggia

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