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    31.01.2005

    Diario moscovita: Russia


    La Russia è un paese che non esiste nell’esperienza di un ‘occidentale’. Oggi. E’, almeno per me, una ‘grande nostalgia’. La Russia, con le sue campagne infinite e i suoi treni, le sue risa, i suoi laghi ghiacciati e la sua primavera che non conosco, i suoi fiori, le ragazze che ridono dei ragazzi e i suoi bimbi, gli abissi delle sue differenze e la forza così sempre uguale, la sua forza immensa e la sua musica, i suoi fiumi ghiacciati e i laghi di nuovo vivi e le sue foreste sempre abitate, con questa forza della vita non umana che, in ogni luogo, ti è accanto, la Russia, questo paese, oggi, non ha volto. La Russia è questo ’silenzio’. Non ha più la ’sua’ parola. E’ Mosca, vuole esserlo, e offre il suo volto, all’Occidente, fantomatico e fasciato, di una città come San Pietroburgo. La Russia, oggi, è un paese mutilato, triste per la sua forza venduta, un paese, una città, forse due, piene di denaro come la neve scende, che non parla. E il resto un silenzio immenso. La Russia, oggi, tace. O, meglio, parla attraverso ‘luoghi’ e ‘gente’ che non la rappresenta. La ‘nostalgia’ che si vive in Russia non è ‘ideologica’. Non rinvia a nulla se non a se stessa. La Russia ha nostalgia di se stessa. Il fondo tragico dei russi, silenzioso, che forse solo i siciliani, da lontano, possono, fino in fondo intuire, questo fondo è, appena usciti da un caffè ‘nuovo-occidentale’, per me, la loro voce. E questo urlo è così forte da tranciare tutti i nostri racconti. La Russia, per i russi, nel mondo non conta più nulla. Basta guardare i loro occhi, a Mosca, chiedendo al tuo interlocutore se parla ‘inglese’. I loro occhi che non ti guardano più. Ho ‘imparato’ a parlare italiano con i russi. Rispondo in italiano. E ho imparato a non chiedere più se parlano ‘inglese’. Io frequento la strada. A San Pietroburgo, a Mosca. Poi, di notte, anche di giorno, chi deve parlare ‘altro’ lo sa fare. E mai ’solo’ inglese. La Russia è questa ‘grande nostalgia di se stessa’ di cui i russi, come i siciliani, non parlano mai. Ed è la loro tragedia. Come sempre è stato. I russi mancano il loro paese per troppo amore e per la storia. Ed inventano il loro paese. Sempre di nuovo. Per raccontare, ancora una volta, quello che non hanno più e che hanno perso. Che sono sempre stati. Godendo, sorridendo di nascosto, di quello che sono diventati.

    scritto da millepiani
    il 31.01.2005
    come un diario moscovita

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