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    5.08.2011

    A Venezia c’è l’albero della libertà – Adriano Sofri


    [in dialogo con Gabriele]

    A Venezia c’è l’albero della libertà

    Adriano Sofri 18/11/1999
    Si trova sulla fondamenta del Malcanton. Nasce dentro il pianterreno di una casa abbandonata e sgattaiola fuori dalla grata in ferro di una finestra per cercare il sole e poi slanciarsi per tre metri. Verso il cielo.

    Vogliate accogliere un’altra puntata veneziana. Vi prometto che ha una sua piccola originalità, e una morale universale. Protagonista è una pianta, che altrove sarebbe un arbusto da giardino e qui è diventata invece un albero, con un tronco spesso 20 centimetri e una chioma frondosa, perchè ha dovuto farsi una strada fuori dalla grata di una finestra. Dunque, c’è una finestra a un pianterreno abbandonato, con una trama di sbarre di ferro all’esterno e una grata più fitta e sottile, anche lei di ferro, all’interno.

    Sotto, contenuta sul davanzale da un ripiano di compensato fradicio, c’è della terra, dalla quale sbucano ciuffi d’erba, una rosellina fiorita e appunto il tronco: che cresce diritto fino a mezza finestra, poi gira e si sporge in fuori, in cerca di luce, si infila in un buco ritagliato nella grata, come una gattaiola per il gatto di casa, e sgattaiola (ma lentamente! rugosamente!) fuori dalle sbarre, arrampicandosi verso l’alto come una bandiera verde. In tutto, dalla finestra allo sventolio delle foglie, è un albero di tre metri. I passanti, come me, lo notano, e magari lo fotografano anche. Ma, se non sbaglio, nessuna guida lo segnala. La mia ambizione è di firmare la prima menzione pubblica di una meraviglia veneziana. Ecco allora tutte le istruzioni necessarie. La finestra è sulla fondamenta del Malcanton, a Santa Margherita. E’ un posto suggestivo, in cui il rio fa una svolta. Il modo migliore di arrivarci è senza saperlo, dal sotoportego di Ca’ Surian, perchè vi si spalanca davanti di colpo l’ansa del canale, e perchè da là uscivano le spose per montare sulla gondola nuziale. Malcanton, cioè angolo malaugurato, si chiama perchè la curva del rio, quando era stretta, faceva cadere la gente in acqua, o perchè favoriva gli agguati notturni; oppure perchè nel Trecento, i fedeli di San Pantalone, arrabbiati col vescovo Ramperto che aveva revocato loro un’esenzione fiscale, lo facero fuori in quella svolta pittoresca.

    Sono notizie cavate dalle ’curiosità veneziane’ di Giuseppe Tassini (1863), ristampate dalla preziosa famiglia di editori artigianali venezianisti Filippi alla cui ospitale bottega in San Lio vado a lezione. Sul lato opposto del rio, rispetto al nostro albero, c’è un rigoglioso giardino di pitosfori e palme (facile crescere e fiorire quando si nasce in un giardino!) con una statua di sant’uomo sopra una colonnetta. Una signora mi racconta che un tempo aveva un coltellaccio sulla testa, e che si è perso, perchè le cose di metallo a Venezia si perdono e resta il marmo. Forse era un San Pietro Martire, forse il povero Ramperto. La signora mi ha raccontato anche cose più appassionanti: per fortuna, perchè avevo già interpellato duecento passanti e dell’albero evaso non sapevano dirmi niente, e guardavano prima l’albero poi me con l’aria di chiedersi chi fosse il più spostato. La signora aveva abitato lìaccanto, e lì era nato, 39 anni fa, suo figlio.

    L’albero era già lì; e il piano terra era occupato dal laboratorio di un marangon, cioè di un falegname. Il bambino della signora un giorno era scivolato su una barca ormeggiata, aveva battuto la testa ed era finito in acqua svenuto: gli salvò la vita il figlio del falegname, che si tuffò nel canale. La signora poi aveva avuto lo sfratto e si era trasferita: non ve ne importerà niente, ma a lei dispiacque, e anche a me. Il figlio del falegname è a sua volta un signore anziano e abita ancora lì, al piano superiore, ed è contento di raccontare la storia dell’albero. Che fu piantato (o si piantò da solo) da suo nonno, ben novant’anni fa. Ora, dice, si è scavato le radici dentro il muro e il pavimento fino nella fogna, da cui prende acqua e concime. Il piano terra è abbandonato, ma a ogni primavera potano la chioma dell’albero. Una volta, dice, dei ragazzi ne hanno spezzato un ramo a cui si erano appesi: peccato, perchè era bello quando, uscito dalle sbarre, si biforcava in una doppia fronda.

    Bene, sapete quel che c’è da sapere. Il numero civico è il 3551 del sestiere di Dorsoduro. Svoltato l’angolo c’è il rio del Gaffaro. All’altro lato c’è il palazzetto dell’Autorità sui fiumi, il Piave, il Sile, il Bacchiglione, il Brenta. Autorità un tempo decisiva per la salute della laguna, e spero ancora. A Venezia tanti giardini sono bellissimi, ma i nomi delle piante sono ignoratissimi, compreso il nostro sempreverde. A uno ho chiesto come si chiamava e mi ha detto allegro: ’Albero’. Il nome dell’albero, ho detto. ’Enrico’ ha risposto, e se n’&è andato per la sua strada. Il giovedì e il martedì sul rio attracca un barcone con la frutta, la verdura e i vasi di ciclamini.

    Dopo un po’ che state lì fermi ad ammirare l’albero arriva un piccione scuro, e dopo un altro po’ arriva una coppia di gabbiani. Quando capiscono che siete lì per guardare l’albero e non per mangiare panini o buttare scovazze nel canale, se ne vanno, indignati.

    E la morale? Be’, è la solita. C’è un seme, o un arboscello, cui è capitato di trovarsi di lì dalle sbarre. Si è dato da fare ed è riuscito a venire all’aria. Gli è costato, è diventato un bonsai alla rovescia, ha storto il suo legno ma poi si è ributtato in alto. è l’albero della libertà, in parole povere. Se siete stati in galera, passate a salutarlo. E anche se non ci siete stati.

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    scritto da millepiani
    il 5.08.2011
    come Nostalgia.exe
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