6.08.2010
Lingue, patrie, dialetti
A partire da una mera osservazione dei fatti.
Vengo da una terra dove la comunicazione ’esistenziale’, diretta, avviene in dialetto. In Sicilia, come sanno i professori di glottologia siciliana, il dialetto non è una lingua parallela, ma la lingua madre perchè altra: in questo senso attiene alla ’comunicazione esistenziale’. Faccio un esempio: da tre giorni a casa mia ci sono gli operai: hanno da intervenire per evitare infiltrazioni d’acqua. Bene: nessuna comunicazione è avvenuta in italiano, solo in siciliano dell’area linguistica dello Stretto.
Scena seconda: ho abitato 7 anni in Svizzera tedesca. Non ho mai praticato l’Hochdeutsch poichè lo SD è la lingua praticata IN TUTTI i Cantoni di lingua tedesca. Lo HD è la sfera pubblica, è una lingua che non interviene, nè interferisce, nelle relazioni individuali-private, nelle relazioni amorose, non si istituisce come ’lingua di letto’ – in tutti i termini in cui questa formula può essere declinata. Lo HD è la lingua del ’pubblico’, dell’esterno, universitaria come istituzionale, documentale come ’altra’. Si preferisce, in Svizzera tedesca, parlare in francese o italiano con uno straniero, a tavola o mentre si conversa, che in HD – lo dico per esperienza diretta. I ’piccoli contadini’ che gli svizzeri germanofoni sono – definizione loro – di fronte l’altezza e l’abissalità dell’HD, compiono un gesto di sovversione silenziosa e non sospetta – scriverebbe Edmond Jabès – per praticare scarto ed autonomia dalla ’Grande Madre’ linguistica.
In entrambi i casi, la disposizione linguistica muta rispetto l’interlocutore, l’interlocutrice che si ha davanti: si parla siciliano come SD per produrre uno scarto rispetto il quadro ufficiale e dettato, rispetto la potenza del potere – in Sicilia, una volta, parlare italiano significava appartenere alle classi dei possidenti, alle classi ricche ed istruite.
E dunque: io credo ai luoghi artificiali. Sono i luoghi della mediazione e della sporgenza dove, al richiamo dei miti e delle mitologie di qualsiasi destra simbolica (Jesi) si sostituisca quella che Canetti chiamava ’la lingua come mia patria’. La lingua è quella che io imparo parlando con la mia compagna, come quella che imparo a mediare con chi parla una lingua diversa, la mia patria è la lingua che, di volta in volta, mi importa imparare per poter dire che ogni lingua che attraverso è la mia patria, anche e soprattutto quando mi serve per attraversare etnie diverse.
Ogni lingua, come ogni nominazione, denominazione, connotazione, è artificiale ed in questo la sua forza. La forza di una non naturalità. Il dialetto, nella sua pretesa immediatezza, nell’utilizzo che se ne fa oggi nelle parti dell’Europa che possono traversare quest’esperienza, il dialetto è anch’esso costruzione di ’lingua come patria’.
Di ogni lingua che attraverso come una patria diversa che mi aspetta.
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