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28.06.2010
Rina Gagliardi come l’ho vissuta io. In memoria ed in forza.
Rina Gagliardi non è mai stata una grande giornalista, ma, bensì, una grande polemista. Per tratto caratteriale, per potenza di scrittura, per scelta e scelte, Gagliardi apparteneva a se stessa.
Per quanto mi riguarda, e di fronte la morte, e pensando al fuoco della forza delle sue parole, Rina Gagliardi, tra tutte le giornaliste e i giornalisti del Manifesto, mi sembra fosse quella più atipica e più ‘altra’ all’interno del gruppo fondativo del mensile e poi del quotidiano. I coccodrilli e le mezze cose dette non appartenevano alla sua potenza di fuoco, al suo carettere fiero, ribelle ed individuale, alla forza che aveva preso come ‘normalista’ pisana. Molte delle informazioni su Pisa erano da lei mediate nella redazione del ‘Manifesto’, mediate e veicolate da chi Pisa la conosceva bene e aveva abbandonato prestissimo, conservando questo ‘diritto’ primigenio.
Il radicalismo e la forza che la sua scrittura ha sempre espresso non si meritano i commenti ecumenici e superficiali che stiamo leggendo. Al contrario, come ha scritto Niki Vendola, la sua scrittura viveva nella polemica e nel confronto aspro. La rottura con il ‘Manifesto’, ad esempio, la sua fuoriuscita ed il suo impegno politico diretto con PRC, non ha niente di giornalistico, ma è tutto politico, innervato dall’abitudine a scelte fortissime e individuali, senza paura.
Il racconto dei burocrati della memoria può, ovviamente, dire di una storia che non sa, e la può mettere in forma come vuole.
La memorialistica superficiale dei giovani-vecchi può raccontare e raccattare tutte le storie che vuole. Gagliardi era una polemista di razza, più unica che rara, dove l’acume dell’analisi si incrociava, quasi sempre, con scelte, viste dall’esterno, quasi sempre coerenti: PRC, poi Sinistra e Libertà, poi Sinistra Ecologia e Libertà. Candidata a Pisa nelle ultime elezioni, ai miei occhi visse questa esperienza come qualcosa ‘lontana’ dopo il suo primo mandato pisano. Ricordo di averci parlato per oltre mezz’ora all’Hotel Victoria, durante un dibattito inutile sui destini dell’Università. Era evidente la sua lontananza da Pisa. La sua non conoscenza. Ma, come tutti i buoni giornalisti polemisti, era immensamente interessata a sapere, a conoscere le parabole dei relatori. Il suo passaggio da PRC all’area vendoliana, prima che polemico, era giornalistico e politico.: come molti che avevano attraversato gli anni sessanta e settanta, era più interessata ad una liquidazione politica dell’esperienza comunista, senza pensarne le conseguenze nè teoriche nè storiche, differendo con me, e me lo disse più di una volta, sullo scotto da pagare più che sullo sforzo da impegnare. La potenza dell’immissione del femminismo nella politica era, invece, senza misura. In quella forma polemica ed antagonistica come molte forme dei sui scritti giornalistici e dei suoi interventi politici. Nominare quattro donne come Rosa Luxemburg, Arendt, Simone Weil, Simone de Beauvoir come punti di riferimento continua a fare problema a chiunque si avvicini alla politica, maschio per prima cosa. In questa potenza dell’incontro, in questa sfida lanciata alla fallocraticità della politica italiana, anche a sinistra ed innanzitutto, e che si annida anche in tutti i maschili, melliflui riconoscimenti del ruolo di Rina Gagliardi e della sua parola scritta o parlata, c’è il suo più grande dono e ciò che resta. Come nella voce di Maria Callas, che, come sappiamo tutti/e, insieme a Mina, mostrava la sfida, la forza, la polemicità e l’amore che risiedevano nella sua parola politica, nei suoi scritti giornalistici, nell’eredità che, come donna, giornalista e politica ci consegna.
Il racconto dei burocrati della memoria può, ovviamente, dire di una storia che non sa, e la può mettere in forma come vuole.
La memorialistica superficiale dei giovani-vecchi può raccontare e raccattare tutte le storie che vuole. Gagliardi era una polemista di razza, più unica che rara, dove l’acume dell’analisi si incrociava, quasi sempre, con scelte, viste dall’esterno, quasi sempre coerenti: PRC, poi Sinistra e Libertà, poi Sinistra Ecologia e Libertà. Candidata a Pisa nelle ultime elezioni, ai miei occhi visse questa esperienza come qualcosa ‘lontana’ dopo il suo primo mandato pisano. Ricordo di averci parlato per oltre mezz’ora all’Hotel Victoria, durante un dibattito inutile sui destini dell’Università. Era evidente la sua lontananza da Pisa. La sua non conoscenza. Ma, come tutti i buoni giornalisti polemisti, era immensamente interessata a sapere, a conoscere le parabole dei relatori. Il suo passaggio da PRC all’area vendoliana, prima che polemico, era giornalistico e politico.: come molti che avevano attraversato gli anni sessanta e settanta, era più interessata ad una liquidazione politica dell’esperienza comunista, senza pensarne le conseguenze nè teoriche nè storiche, differendo con me, e me lo disse più di una volta, sullo scotto da pagare più che sullo sforzo da impegnare. La potenza dell’immissione del femminismo nella politica era, invece, senza misura. In quella forma polemica ed antagonistica come molte forme dei sui scritti giornalistici e dei suoi interventi politici. Nominare quattro donne come Rosa Luxemburg, Arendt, Simone Weil, Simone de Beauvoir come punti di riferimento continua a fare problema a chiunque si avvicini alla politica, maschio per prima cosa. In questa potenza dell’incontro, in questa sfida lanciata alla fallocraticità della politica italiana, anche a sinistra ed innanzitutto, e che si annida anche in tutti i maschili, melliflui riconoscimenti del ruolo di Rina Gagliardi e della sua parola scritta o parlata, c’è il suo più grande dono e ciò che resta. Come nella voce di Maria Callas, che, come sappiamo tutti/e, insieme a Mina, mostrava la sfida, la forza, la polemicità e l’amore che risiedevano nella sua parola politica, nei suoi scritti giornalistici, nell’eredità che, come donna, giornalista e politica ci consegna.
scritto da millepiani
il 28.06.2010
come una politica
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