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    22.06.2010

    Il funerale di Magnago – dentro la Chiesa – III


    I Sindaci, le Sindachesse avevano il collare che mostrava la loro appartenenza alla loro Gemeinde, alla loro città, alla loro comunità. Non parlerò di Golser, del Vescovo che parlava in tre lingue e non ha saputo porre il nodo centrale che quella bara mostrava. Quella bara era coperta da una bandiera. In bianco e rosso. E l’aquila. La comunità italiana era assente, o, in fondo, non incidente. Quella bara stessa non era incidente. La morte, in fondo, se pensata nel tempo, depotenzia la sua forza. La morte non è, in fondo, il luogo da cui guardare ’la vita degli altri’, ma, bensì, e con più forza, il luogo della nostra vita, la vita di chi resta. Nell’imponenza statuale con cui il funerale si è svolto, nel luogo in cui mi ero imbucato, la morte di un vecchio era, in fondo, la liberazione della realtà, di quello che abbiamo davanti. Nell’imponenza statuale, nella forma con cui tutto il funerale si è svolto, nella nullità delle parole di Golser – un intellettuale che ha scelto, prete, di fronte la realtà, di tacere – la bara si è mossa verso l’Oltre Isarco, nella zona più che italiana, dove il cimitero l’aspettava. Quello stesso cimitero che ero andato a visitare prima della morte del ’padre della patria’. [ma, come si sa, la patria non esiste, oggi]. Muovendosi verso l’Oltre Isarco, quella bara non era portata a spalla, come mi aspettavo. Era su un ’carro’. Prima e dopo, le formazioni dei cacciatori delle Alpi la sopravanzavano e la seguivano. Per un attimo, ho visto, finalmente immerso tra le ’autorità’, come ero, il gesto di riconoscimento ad una ’patria’ che finiva con quel feretro, con quel morto. Riccardo Dello Sbarba lo chiama il ’Calicanto di Magnago’ [ne ha riproposto l’intervista, lui toscano, del viaggio di Magnago proprio in Toscana]. Ho visto Dello Sbarba in chiesa e poi dopo; e io la chiamerei la Califine di una politica, di uno sguardo.

    In niente la comunità italiana si è distinta durante la ’procedura’ di sepoltura, procedura statuale, intensa e lunga. Dalla Cattedrale sino al Cimitero, dove ero fortunosamente andato prima dell’inumazione del ’padre della patria’. Ci sono dei discorsi che non vale la pena riproporre o ripetere. In fondo, era una Califine.

    Il corteo che si è snocciolato tra il centro di Bolzano e il ’sepolcro’ era di ordine. Strutturato con forza e pazienza, attenzione e controllo, era attorniato dalla polizia italiana, attenta ed accorta. Le necessità di fronte il feretro, al Cimitero, hanno, in fondo, cancellato la potenza dell’ordine e della precisione con cui, per più di venti minuti, quasi mezz’ora, il corteo funebre ha accompagnato il feretro. Da siciliano, posso dire che c’erano le bande e che suonavano. E che le parole, di fronte il feretro, prima dell’inumazione, risuonavano come interventi in parlamento. Erano, per me, distanti. Non toccavano quella bara. Che, ancora come ha scritto Dello Sbarba, si era sottratta per la prima volta, alcuni giorni prima, scivolando, al voto per decidere il governo della città.

    Mentre il calicanto rimaneva estraneo alla potenza del gesto statuale, i giornalisti per quali il riconoscimenti e quali analisi erano intensamente impegnati a riempire le pagine dei loro giornali? I colleghi, il giornale del giorno dopo.

    Dentro la Chiesa, davanti, tra le autorità, continuavo a chiedermi, di fronte la bara che non avevo ancora seguito sino al Cimitero, mi chiedevo cosa potesse rimanere di un’intensità, di una unicità, della libertà che Magnago aveva costruito.

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    scritto da millepiani
    il 22.06.2010
    come Südtirol-Alto Adige
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