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    20.06.2009

    Siciliana


    « Ardenti amici e pessimi inimici, subbietti ad odiarsi, invidiosi e di lingua velenosa, di inteletto secco, atti ad apprendere con facilità, e in ciascuna operazione usano astuzia. »

    Giovanni Maria Cecchi

    « La Sicilia [...] è sgradevole per la cattiveria dei suoi abitanti al punto che a me sembra odiosa e quasi inabitabile. [...] come pure le frequenti velenose calunnie, il cui immenso potere pone la nostra gente, per la sua disarmata semplicità, in costante pericolo. Chi, io mi chiedo può vivere in un luogo dove a parte ogni altra afflizione, le montagne stesse vomitano in continuazione fiamme infernali e fetido zolfo? Perché qui certamente, si trova l’ingresso dell’inferno … dove gli uomini sono rapiti alla terra e scendono ancora vivi nelle regioni di Satana. A questo vorrei aggiungere che,com’è scritto nei libri di scienza, gli abitanti delle isole sono, per lo più, gente infida e quindi gli abitanti della Sicilia sono amici falsi e, in segreto spregiudicati traditori. Da te in Sicilia, carissimo Padre, non farò mai più ritorno. L’Inghilterra nutrirà teneramente me vecchio come fece con te bambino. Tu piuttosto dovresti lasciare questa terra montagnosa e mostruosa per far ritorno al dolce profumo della tua terra natia. Fuggi, padre, da quelle montagne che vomitano fiamme e guarda con diffidenza alla terra dell’Etna, affinché le regioni infernali non abbiano ad accoglierli alla tua morte. »

    Pierre de Blois

    « È il segno di un’identità: per la Sicilia per la nostra storia. Noi abbiamo avuto cinquecento anni di feudalesimo. Se ci si rendesse conto che il siciliano è prima di tutto siciliano, poi medico, avvocato o poliziotto, si capirebbe già meglio. »

    Giovanni Falcone

    « Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola, come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere. La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia! La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium storico, fattispecie nel Nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera. »

    Manlio Sgalambro

    "Ho dimenticato il mare, la grave/ conchiglia soffiata dai pastori siciliani,/ le cantilene dei carri lungo le strade/ dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie, [...] Oh, il Sud è stanco di trascinare morti/ in riva alle paludi di malaria,/ è stanco di solitudine, stanco di catene,/ è stanco nella sua bocca/ delle bestemmie di tutte le razze/ che hanno urlato morte con leco dei suoi pozzi/ che hanno bevuto il sangue del suo cuore".

    Quasimodo

    "Sono almeno venticinque secoli che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche ed eterogenee civiltà, tutte venute da fuori, nessuna fatta da noi [...] Siamo molto stanchi, svuotati, spenti [...] Il sonno… un lungo sonno: questo è ciò che i Siciliani vogliono. Ed essi odieranno sempre tutti quelli che vorranno svegliarli, sia pure per portar loro i più meravigliosi doni [...] Da noi ogni manifestazione, anche la più violenta, è unaspirazione alloblio, la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre è desiderio di morte, la nostra pigrizia, la penetrante dolcezza dei nostri sorbetti desiderio di voluttuosa immobilità, cioè, ancora di morte. [...] Voi avete ragione in tutto, tranne quando dite "I Siciliani certo vorranno migliorare". Non vorranno migliorare, perché si considerano perfetti. La vanità in loro è più forte della miseria."

    Tomasi di Lampedusa

    « …la specificità interna del siciliano mi sembra l’assoluta astoricità. Egli è il prodotto di un territorio… che non ha mai fatto parte di alcuna parte del mondo in epoca storica, che è stato occupato da nord, sud est, ma mai è stato assimilato. L’isola in cui niente è stabile se non il movimento, il non-stabile, dove un giorno distrugge quanto l’altro giorno ha costruito, dove vulcanismo e nettunismo sono continuamente all’opera. »

    Yorck von Wartenburg

    "La storia più importante di Catania non è quella dei costumi, del commercio, degli edifici e delle rivolte, ma la storia degli sguardi. La vita della città è piena di avvenimenti, amicizie, risse, amori, insulti, solo negli sguardi che corrono fra uomini e donne; nel resto è povera e noiosa".

    Vitaliano Brancati

    "Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione".

    Leonardo Sciascia

    "La Sicilia rappresenta lidea di un particolare mondo che è insieme, si sa, idea del Mondo".

    Vincenzo Consolo

    « [...]Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…
    Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.
    Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.
    [...]Ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un’invidia degli dei.
    Da questa soperchieria del morire prende corpo il pessimismo isolano, e con esso il fasto funebre dei riti e delle parole; da qui nascono i sapori cupi di tossico che lascia in bocca l’amore. Si tratta di un pessimismo della ragione, al quale quasi sempre s’accompagna un pessimismo della volontà.[...]
    Il risultato di tutto questo, quando dall’isola non si riesce o non si voglia fuggire, è un’enfatica solitudine. Si ha un bel dire – io per primo – che la Sicilia si avvia a diventare Italia (se non è più vero, come qualche savio sostiene, il contrario). Per ora l’isola continua ad arricciarsi sul mare come un istrice, coi suoi vini truci, le confetture soavi, i gelsomini d’Arabia, i coltelli, le lupare. Inventandosi i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o Grand-Guignol. Ogni occasione è buona, dal comizio alla partita di calcio, dalla guerra di santi alla briscola in un caffè.
    Fino a quella variante perversa della liturgia scenica che è la mafia, la quale fra le sue mille maschere, possiede anche questa: di alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra e nello stesso tempo inetta a sopravvivere senza le luci del palcoscenico.
    [...] Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non si finirà mai di contarle. »

    Gesualdo Bufalino

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    scritto da millepiani
    il 20.06.2009
    come en sourdine, millepiani rizomatici
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