5.03.2007
Memorie familiari – 4 [R. Strauss, "Metamorphosen, studio per 23 strumenti a corda" - in limine]
Negli archivi di famiglia viene conservata una fotografia di Piazzale Loreto.
È una fotografia, in presa diretta, che viene dalla ‘collezione’ di mio nonno Emilio.
Ci sono ‘due corpi’ che pendono da due corde, in secondo piano, quasi fossero lo sfondo della fotografia. Due corpi a testa in giù.
Ed un ‘militare’ con un moschetto in spalla. In primo piano.
Un ‘militare’, un qualcuno vestito da militare con un moschetto in mano che aveva meno dell’età che ho io mentre scrivo queste righe, ha i capelli neri tirati indietro, le sopracciglia nere rotonde, delle labbra regolari, una fronte alta, e guarda solo la camera, senza nessun gesto di piacere o soddisfazione. È un giovane, molto giovane, snello, con i baffi sottili, che guarda la macchina fotografica e nulla più; come potesse essere in qualunque posto altrove, mentre invece è lì, che ‘fa la guardia’ a due morti, come se si riuscisse a freddare, d’improvviso, il tempo, ad assassinarlo, a fermarlo, ad immobilizzarlo in un immagine: un giovane italiano, con il moschetto, che fa la guardia al corpo di ‘due morti’. E guarda l’obiettivo della ‘camera’.
Che guarda la ‘camera’?
A mio nonno, nel tempo della ‘guerra’, era morto un altro fratello – anzi: a sua madre era morto un altro figlio, in guerra -, mentre lui aveva avuto il suo primo figlio – mio padre – in Jugoslavia, dove era funzionario civile dell’Arsenale. E dove era riuscito a salvarsi dalla ‘furia’ dei partigiani comunisti, solo perchè i partigiani jugoslavi comunisti, la notte prima, lo avevano avvertito, in fretta e furia, di alzare il culo, lui, sua moglie e il suo infante e cambiare aria. Il racconto della notte della fuga che mio nonno mi ha fatto, è stato molto semplice: “Sono venute le donne di alcuni amici nostri jugoslavi, che noi avevamo aiutato, e hanno detto a tua nonna e a me che dovevamo andare via subito, immediatamente. Hanno detto che avrebbero ammazzato tutti i fascisti. E che noi dovevamo scappare subito. Noi non eravamo fascisti, ma erano gli italiani che erano fascisti. Noi eravamo italiani, eravamo fascisti. Io fascista mai sono stato. E quindi sono scappato con Irene e tuo padre”.
Bene, mio nonno ha riportato a Messina, con una pausa a Perugia, sua moglie e suo figlio. Dalla Jugoslavia li ha riportati a Messina – via terra -. Era l’inizio dell’autunno del 1943. E poi è risalito, inspiegabilmente, verso nord, sparendo la bellezza di 18 mesi.
Nessuno sa dove sia stato.
Io sì.
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