28.02.2007
La verità e il tempo della creatura
à T., E., V., à côté du silence qu’on sait
- In quest’epoca tutto sommato abbastanza superflua, se guardo alle persone che ho amato, e che mi hanno amato, vedo che misura di questo amore è stata ed è l’espressione delle nostre verità. Ho amato, e amo, le persone che mi hanno detto, una sera o un giorno, la “mia” verità. Che hanno letto, con me, il buio scomposto che mi stava davanti, che, con me, si sono fatti carico, misurandoli, i miei luoghi. -
Una delle più terribili fatiche delle esistenze di questo tempo, si dice, è la solitudine. In questo senso, è una fatica: che nessuno, e noi per primi, sa riconoscere la “misura” del nostro tempo. Che nessuno sa dire, a un altro, a un’altra, insieme a lui o lei, la verità del “suo” tempo. “Partager”, in questo senso, assume il significato di un condividere il tempo. Di sapere, e di riconoscere, il tempo altrui, il “possibile” temporale della creatura che noi guardiamo. E che ci tocca. “Riconoscere”, questo verbo proprio della “filosofia” e, per altro verso, della “democrazia”, questo verbo che opera sollevando la creatura dalla nebbia del “senza nome”, questo verbo che dà nome e concetto a un mondo, al mondo, questo verbo riunisce, come in un filamento di dna, il “politico” al “filosofico”.
Dire la verità significa farsi carico del tempo creaturale che noi guardiamo. Il tempo della creatura che io sono attende questo dire come sua espressione: questo dire è sempre dire-insieme, è un dire “rivolto a”, a chi attende questo dire e l’espressione del proprio possibile “vero”. In questo senso, la creatura, ogni creatura, come voragine spalancata al mondo, attende alla sua verità, ci lavora, vi si dedica: la sua solitudine è la sparizione della speranza nella sua possibilità di espressione. Che sia detta, un giorno o l’altra, la verità della sua presenza al “tempo”, del suo “presente”. Riconoscere è esprimere, dichiarare, alla creatura, quel presente che essa è. E’ aggregare un nuovo insieme simbolico, un “nodo” nuovo, di fronte allo sguardo spaurito e sperso, è il “contenimento” dell’occhio rivolto al vuoto: la solitudine, come mancanza di un simbolico condiviso, prelude alla disperazione di una possibile comune espressione di un “presente”. Se impossibile è il divenire della creatura, l’espressione condivisa del suo presente non nasconde questo “impossibile”, ma lo riconosce, appunto, a partire da quel “possibile” che è.
Ora, non esiste alcun tempo che non sia “delle” creature. L’epoca è data, può essere data, dal reciproco “riconoscimento” delle creature. Dal riconoscimento della pertinenza del tempo singolare all’altrui singolarità, del “tempo” singolare alla “pluralità” dei tempi. In questo senso si può comprendere come il “tempo” sia affare di un essere “singolare-plurale”. In mancanza di tale “riconoscimento” dire “epoca” equivale a un non senso. Se le esistenze delle creature costituiscono un orizzonte ontologico, l’“epoca”, come tale, non esiste. Il tempo delle creature, cioè la sua precisa espressione, la sua verità, è tutto. E’ ciò che le creature sanno, possono ed esprimono insieme. In questo senso, “dire la verità” è riconoscere tutto il possibile che nel presente di una creatura compare. Dire la verità è “salvare al linguaggio” la creatura. È rendere possibile alla creatura stessa il “riconoscimento” del suo “mondo”. Il suo riappaesamento, il suo sempre possibile riappaesamento al mondo. La sua “possibilità”, innanzitutto intesa come luogo di dicibilità dell’impossibile, come linea di espressione, e cioè di “creabilità” di mondi.
Opera della verità è in questo senso lavoro epocale. Restituzione della forma “tempo” al suo contenuto creaturale. Riconoscimento condiviso dell’eccezione imprevista dall’ordinamento formale delle solitudini: la “presenza” della creatura e della sua opera di espressione.
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