29.06.2006
Leggendo Uomini e topi – Terza parte
Qui la prima parte.
Ascrivere la coppia Lennie-George a quella tipologia di personaggi letterari conosciuta come coppia di sosia (o doppi) parodici è qualcosa di più che un azzardo critico. E’ qualcosa che rasenta il grossolano errore. Ma tant’è. Non sono un critico. Mi interessa poco dimostrare l’assoluta validità di quanto propongo e mi concedo la libertà di procedere, nello scrivere e nel pansare, per similitudini, assonanze, suggestioni.
Mentre, ultimamente, rileggevo il primo capitolo di Uomini e topi mi è venuto in mente che la dinamica di rapporto che più ricordava da vicino le modalità che interorrono tra Lennie e George è quella messa in scena da Samuel Beckett in Aspettando Godot, attraverso le figure di Estragone e Vladimiro. Mi sono evidentemente sorpreso di questa istintiva associazione, vista la distanza siderale che esiste tra i due testi, fino ad accorgermi che la prima impressione era tutt’altro che fallace. Come Estragone e Vladimiro, Lennie e George sono due viandanti. Ambedue le coppie vengono sorprese, in orario serale, durante una pausa del loro probabilmente lungo peregrinare in un’ambientazione di campagna. In entrambe le rappresentazioni una meticolosa attenzione ad oggetti e indumenti indossati tende a raccontare qualcosa che va oltre la materialità di quegli stessi oggetti e mira a definire caratteri, posture, tic, vizi del pensiero.
Ma è soprattutto una qualità di fondo della relazione Estragone-Vladimiro che mi ritorna in mente nel leggere questo primo capitolo di Uomini e topi: una relazione esclusiva tra due uomini, legati da una sorta di destino comune indissolubile, cui certe volte si sentono quasi costretti senza sapere nemmeno bene perché, e la cui inevitabilità si ritrovano spesso a maledire; la tensione, insieme utopica e sfiduciata, che ha la consistenza di un miraggio, verso un altrove migliore, u-topico appunto: che sia l’arrivo di Godot o l’Eldorado; una dipendenza reciproca che mischia elementi di crudeltà ad altri di tenerezza.
L’ascendenza dei personaggi beckettiani da modelli rappresentativi tipicamente comici, buffi, ridicoli è caratteristica evidente e del tutto assimilata. Altrettanto non si può dire per i due protagonisti di Uomini e topi, che anzi sono caratterizzati da tratti tipicamente drammatici. Ma nonostante questo: un rapporto di parentela tra coppie di personaggi come Lennie-George e Estragone-Vladimiro è riconoscibile, pur essendo certamente una forzatura usare la tipologia del doppio parodico per definire una coppia drammatica come quella costituita da Lennie e George.
Ma se prescindiamo dalla componente buffa, tutti i tratti presenti nelle coppie parodiche più classiche della tradizione letteraria si ritrovano in Lennie e George.
Per il tema del doppio parodico punto di riferimento è un saggio di Gianni Celati presente nel vecchio ma non datato volume Finzioni occidentali, nel quale si definisce in questo modo questa particolare coppia di figure tipica della narrativa occidentale: “[...] la tradizione della coppia buffa, fatta di segni invertiti, di due sosia parodici, l’uno savio e l’altro sciocco, l’uno troppo grasso e l’altro troppo magro, ecc. Il sosia parodico è dato dal riflesso invertito delle qualità di un personaggio in quell’altro: così l’aspetto della sapienza si riflette nell’aspetto della stoltezza, svelando la stoltezza della sapienza e la sapienza della stoltezza[...]. È stato Michail Bachtin il primo a parlare di sosia parodici e di raddoppiamenti parodici, riferendosi particolarmente a quel doppio costituito dalle figure di Carnevale e Quaresima, da cui discenderebbero tutti gli altri.[...] Bachtin poi è stato il primo a indicare la necessità di una stilistica del dialogo, tale cioè da accertare i rapporti di enunciazione tra voci diverse citate a parlare in un’opera” G. Celati, Il tema del doppio parodico, in: id., Finzioni occidentali, Torino, Einaudi, 1975, pp.107-108.. Secondo Celati, dunque, l’origine del tema del doppio parodico è contadina e trova la sua prima immagine nelle figure prototipiche di Carnevale e Quaresima, due opposti che convivono e sono compresenti, l’uno a braccetto dell’altro, e che sono portatori di segni invertiti: la penuria e l’abbondanza, la morte e la rinascita, la magrezza e la grassezza, la debolezza e la forza, ecc. Poi Celati introduce quello che è il maggiore segno distintivo della critica bachtiniana: il dialogismo, la plurivocalità o polifonia portata entro lo spazio di un unico testo letterario. E in seguito al brano già citato infatti scrive: “[...] le conseguenze, semplificate, abbreviate e trascritte, sarebbero che la parola dialogica consente un superamento della nostra nozione di logica, con riferimento a questo problema essenziale: possono due criteri di verità convivere e interagire in un unico spazio testuale? [...] Bachtin sembra intendere che la rottura del monologismo non avvenga tanto o soltanto in presenza di criteri di verità diversi[...], quanto per il fatto che attraverso il dialogo i diversi criteri di verità si riflettono l’uno nell’altro per mezzo dell’enunciazione, per mezzo cioè di un riorientamento reciproco di due enunciazioni e quindi di due criteri di verità. Perciò è tanto importante in questa faccenda la presenza di una coppia dialogica, d’una coppia di sosia parodici che ripetono tra di loro discorsi, con tendenze invertite, come nel caso di Don Chisciotte e Sancho Panza. [...] Il dialogismo sarebbe una rottura dell’unità del contesto, come presenza di voci di verità miste o ambivalenti nello stesso spazio del testo. Di contro il monologismo della tradizione letteraria istituzionale ridurrebbe tutte le voci alle intonazioni di un’unica voce parlante, la quale organizza le citazioni di voci estranee come drammatizzazione di sue tendenze, per condurle all’esito finale di un’unica coscienza, di un’unica natura, d’un io trascendentale, logos o altro”.
E’ dunque la dimensione del buffo che, almeno da un certo punto in poi, nel corso del romanzo, manca alla coppia Lennie-Georgie, dotata di tutte le altre componenti che possano farne una coppia di sosia parodici a tutti gli effetti. Possiedono perfino, e letteralmente, le origini contadine proprie delle coppie di questo genere. Per il resto: l’uno è saggio, furbo, ponderato, l’altro è stolto ai limiti della demenza; l’uno è intelligente ma non dotato di una particolare forza e ce lo immaginiamo sicuramente magro e brevilineo, l’altro è gigantesco e possiede una forza brutale; l’uno è di poche parole, l’altro è facondo di parole e bisogna ripetergli più e più volte le stesse cose, perché se no se le dimentica; l’uno rassicura, l’altro deve essere sempre rassicurato; ecc. Hanno inoltre un altro aspetto tipico delle coppie di sosia parodici, sebbene più sotterraneo e sottaciuto: la dipendenza reciproca l’uno dall’altro che li rende coppia indissolubile, chiusa a doppia mandata all’interno di un rapporto esclusivo, misterioso, talvolta incomprensibile o addirittura quasi illogico. Un rapporto che li unisce in un unico destino comune a cui vanno incontro insieme, non si sa bene perché. Ma è leggendo di prima mano il testo e soprattutto il momento in cui per la prima volta i due personaggi vengono presentati che ogni dubbio sulla appartenenza di questi due personaggi alla speciedei sosia parodici si dissolve. E questo avviene perché le coppie di sosia parodici hanno questa strana facoltà di apparire sulla pagina e catalizzare su di sé in modo irrefrenabile tutta l’attenzione. Hanno la capacità di portare uno scompiglio assoluto sulla pagina, essendo dei concentrati di pura teatralità, e di non fare più schiodare l’autore (né tanto meno il lettore) dal seguire attentamente i loro passi, le loro avventure, le loro gesta.
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