26.06.2006
Una messa a punto – sulla filosofia
Il dispositivo fondamentale che attiene alla scrittura è quello ‘dell’esclusione’. Ma la filosofia ha una responsabilità ancora più fondamentale nei confronti della ‘scrittura’.
La ‘filosofia’ è responsabile della scrittura ‘esclusa’, della scrittura che il ‘pubblico’, il ‘comune’, esclude.
Tutto quello che il ‘comune’ esclude, la filosofia lo accoglie in sè.
Non significa che non sappia ‘capirlo’ e non sappia ‘valutare’ il ‘suo’ valore’. E la sua possibile incidenza. E la sua ‘forza’ politica.
Ma mai, di per se stessa, la ‘filosofia’ è un’esclusione: al contrario.
La filosofia è una ‘battaglia’, una ‘battaglia’ che si svolge al suo interno: accogliere il nemico, l’amico, l’amore e chi lo lascia è, davvero, una battaglia radicale.
La potenza e l’amore della ‘pratica della scrittura e dell’interrogazione filosofica’ implica, insieme, questa follia e questa persistenza nel suo profondo rinvio alle ‘sue’ questioni ‘ontologiche’. La filosofia reinvia, sistematicamente, ad una pratica quotidiana, sistematica, dell’onestà e dell’esposizione. Ma, anche, ad una potenza dell’interogazione ontologica del suo esistere.
Questa pratica quotidiana e sistematica, chiama, richiama, ad ogni passo, la sua messa in questione.
Si dice, della filosofia, che sia estranea, lontana dalla vita che attraversa il mondo, astratta e incomprensibile.
Al contrario, la filosofia nasce nel cuore di un mondo: nasce nel cuore del porto del Pireo, ad Atene, quando il porto di Atene era il cuore del ‘mondo’ di allora.
La filosofia ‘sta’ nel cuore del mondo. Ancora. Lo pensa.
Non esiste senza ‘abitare’ questo cuore. Se posso dire: la ‘filosofia’ è il cuore del mondo quando ‘ama’ il mondo che le sta intorno.
Essa, nello stesso tempo, ne è esclusa per paura: la filosofia ‘domanda giustificazione’. Essa, nello stesso tempo, incide lo statuto del presente, ne cambia il ‘tono’, ‘fa paura’, e lo rigetta, lo rifiuta.
La filosofia è esclusa dallo statuto politico del mondo di oggi proprio per la forza che la abita, per la sua insubordinazione radicale, per la sua inclassificabilità, per la sua pratica di rifiuto dei ‘gesti’ di potere, come per la forza che la abita, per l’accoglienza delle scritture altre, per il riconoscimento delle vite esposte, per le domande che pone.
Anche, semplicemente, per la sua inutilità radicale. Dove tace, essa è inutile.
A che serve la filosofia? La filosofia non serve a niente. Banalità.
Appunto.
***
Per molto tempo, da sempre, la filosofia si è intrecciata con la riflessione politica. A volte ne è stata riconoscimento, a volte rifiuto, a volte disconoscimento, a volte rivolta o rivoluzione.
Ciò che fa male, oggi, è una persistente, sistematica, cieca, privata e rivendicata ‘destinazione’ del lavoro filosofico, che tutti noi attraversiamo e riconosciamo al ruolo che ‘questo’ mondo ci assegna, ci ha assegnato. Ovunque noi siamo, in qualsiasi ‘situazione’ siamo.
Ciò che fa male è la totale ‘rimozione’ dell’incidenza, quotidiana, sistematica, che l’interrogazione filosofica può proporre: non tanto un ‘mancato rifiuto’, quanto un ‘mancato pensiero dell’altro, di altro’.
Ecco, finalmente, adesso, lo so e lo posso dire, davvero: un mancato pensiero ‘in-comune’.
Questa ‘incidenza’, più che alla pratica di chi attraversa ‘quotidianamente’ le strettoie di ruolo che la filosofia accademica impone, le regole di scrittura – necessarie -, questa forza che ‘permane’ a distanza di anni, e che ricorda tutti i volti e tutte le parole che ‘in nome della filosofia e di una politica in-comune’ sono state dette – questa incidenza e questo ‘amore’, in fondo: questo che continuo a fare ‘insieme a voi’ – tutta questa ‘rivendicazione’ del ruolo della filosofia, non fa che rinviare e richiamare alle esperienze, politiche, in comune, ma anche quelle semplicemente quotidiane, che ognuno di ‘noi’ ha attraversato. Insieme con i nostri amori, o senza, richiamando tutti i nomi e quelli che non volevano, quelli che sono andati/e via, quelli/e che ne hanno declinato diversamente la ‘potenza’, o hanno avuto paura, quelli/e che, davvero, anche all’ombra di un Lenin mortificato in un hotel, continuano a pensare, o quelli/e che invece non pensano più, perchè o non hanno mai pensato o hanno smesso per ‘impossibilità, innanzitutto ‘materiale’.
In qualche maniera, non solo esiste, sempre, una certa ‘via di fuga’. E tutti noi, ormai, conosciamo la nostra, la propria.
Ma anche e soprattutto, in qualche maniera, in fondo, esiste una ‘via’ per ritornare.
Tutto questo per dirvi che vi ho dedicato la mia tesi di dottorato sulla ‘questione della comunità in Marx’.
“Alle mie amiche e ai mie amici ‘veneziani’,
che, dall’inizio, più che il ‘comune’, mi hanno insegnato a pensare la ‘differenza’ che lo fonda.”
un bacio
emilio
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