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18.02.2006
‘In filosofia’ – Bengasi e la teologia politica: come un intervallo
a Gianfranco
Vorrei essere, nello stesso tempo, molto netto e molto preciso. Lo farò, insieme, per dichiarazioni di principio e spiegazioni. Le dichiarazioni di principio e le spiegazioni implicano, per essere comprensibili, una chiarezza dello scenario e delle scelte. Non sono in grado, per la mia posizione, di poter incidere sulle scelte ‘politiche’, ma, poichè io sono un intellettuale che prima degli studi ha praticato quotidianamente la politica, non solo non ho paura di dire ‘il da farsi’ – la paura che porta alla ‘sfumatura’ -, ma, ancor di più, mi ritengo responsabile di vedere quello che ‘accadrà’, o potrebbe accadere. E, ancor più, mi ritengo più responsabile degli altri ogni qualvolta io ‘parlo’ di politica. Poichè ogni qualvolta io ‘parlo’ di politica, io parlo del ‘futuro’, distinguendomi, con forza, dallo statuto delle ‘parole’ politiche che sento pronunziare intorno a me.
Ed è una posizione che prendo, davvero, di fronte ‘l’oggi’ della ‘politica’.
Non solo io rivendico questo statuto, ma, ancor più, io me ne faccio forza, sapendo che esistono momenti in cui la ‘falsa moderazione della falsa modestia, del silenzio’ è più ‘colpevole’ dell’immodestia e del ‘dichiararsi’.
Serva come ‘prefazione’ alle cose che scrivo.
1) Chiunque e ovunque, dopo Voltaire, ha ‘diritto’ di ‘insultare’ il proprio ‘dio’. Di sbeffeggiarlo. La bestemmia e il dileggio di ‘dio’, logicamente, attengono ai credenti. Nessuno, tra i non credenti di nessuna religione, può ‘infamare’ un ‘dio’ che non è suo. In questo, i ‘non-credenti’ hanno una ‘responsabilità’ grande; ed ancor più i ‘credenti’ parlando del ‘dio d’altrui’. La bestemmia e la recriminazione attengono alla ‘fede’: in Occidente, esse sono inscritte nella fede stessa. Lo stesso ‘disconoscimento’ di ‘dio’ attiene alla statuto stesso dell’Evangelo. Pietro è colui che ‘disconosce’ il suo ‘dio’.
Uno studio ‘serio’ sullo ‘statuto della bestemmia’ farebbe emergere come il ‘dileggio’, la ‘distanza’, il ‘disconoscimento’ dell’esistenza di ‘dio’ attengono all’esperienza tipica dell’Occidente, precedente a Voltaire stesso. Non solo la ‘bestemmia’, come insulto al ‘dio’ a cui si crede, ma ancor più il suo ‘disconoscimento’, la ‘maledizione’ lanciata contro la sua assenza, si installa esattamente nel ‘cuore’ della fede cristiana. (L’assenza di ‘dio’, nel cristianesimo, si misura di fronte la morte dell’ ‘infante’, nel suo statuto stesso rispetto tutta la ‘storia della salvezza’, posizione che duemila anni di teologia non hanno saputo ‘sistematizzare’.)
2) Esistono, in Occidente, ‘epoche’ in cui ‘l’assenza di dio’ – non io la chiamo così – è stata ‘patente’. Sono passati solo sessant’anni dai ‘campi’. Abbiamo, oggi, ancora oggi, un’esperienza della ‘patente assenza di ‘dio” di fronte la storia. Il cristianesimo è questo: è la responsabilità di fronte la storia della ‘storia della salvezza’ inscritta nell’Evangelo. Esistono pagine di riflessione ‘verticale’ su questa ‘assenza’ che non spetta a me commentare. Ma che non posso fare a meno di ricordare quando si parla di ‘un dio’ qualsiasi’. Ecco: della ‘morte senza giustificazione’. Sergio Quinzio ha scritto pagine memorabili su quest’assenza, questa sofferenza e questa domanda. Tutta la ‘riflessione teologica’ precedente i ‘campi’, salvo pochi e poche, non può assumere questa ‘assenza di dio’, non ci riesce. E dunque, per questo, noi siamo ‘nani’, proprio perchè la ‘miseria’ della nostra domanda e della nostra risposta, di fronte ‘gli infanti’ gasati e inceneriti in ogni campo nazista, è di una tale miseria e povertà, così come tale è la miseria di ogni teologia morale, anzi: di ogni ‘filosofia morale’, da portarmi, da ‘ri-portarmi’ alla domanda che, dopo Voltaire, si ripresenta: ‘dio’, la ‘politica’.
3) Questa ‘patente’ ‘assenza di dio’ attiene all’esperienza ‘cristiana’. Essa non tocca – anche se sì, ma qui non è il caso di pensare anche questo – lo statuto del ‘dio ebraico’ dell’Antico Testamento. Questa esperienza non tocca lo statuto della terza religione monoteista, l’Islam. In questa esperienza si installa un intervallo che la terza religione monoteista non ha vissuto. In questo ‘intervallo’, in questa differenza la misura e la percezione dell’insulto a ‘dio’, la ‘bestemmia’, il suo ‘disconoscimento’, ‘ci’ separa.
Sarebbe ovvio rivendicare, oggi, una certa integralità di una fede cristiana che ritorna. Questo ritorno si installa, per colmarlo, esattamente in questo ‘spazio’, in questa ‘assenza’. La secolarizzazione – che è il processo di ricollocazione della presenza di ‘dio’ all’interno di una società, quella occidentale -, mentre ha risolto la sua ‘laicizzazione’, non ha risolto le implicazioni ‘politiche’ nè della sua presenza nè della sua assenza. Tutta la riflessione sulla ‘secoloarizzazione’ si muove su questa dorsale ambigua: mentre da un lato essa si muove per voler regolare e sistematizzare la presenza di ‘dio’ in società de-cristianizzate, dall’altro lato non riesce a risolvere la persistenza del rinvio a ‘dio’ presente nelle società occidentali, pur nella sua assenza. E’ la discussione tra Schmitt e Blumenberg. Si tratta di una discussione eminentemente ‘politica’, ove ‘politica’ deve leggersi come quella che nasce – come nel Platone della ‘Repubblica’ – come contemporanea alla ‘teologia’. I due termini non sono, mai, separabili.
4) la definizione di ‘teologia-politica’ che emerge dalla rilettura di questo dibattito da parte di Jakob Taubes, al contrario, ne declina, esattamente, i contorni e le conseguenze. Opterò, qui, per una declinazione ‘strabica’. La riproposizione di un ‘tutto pieno’ di ‘dio’, come viene ‘rilanciato’ dai ‘credenti islamici’, non fa che colpire questa aritmia profonda del ‘dio’ delle Tavole e dell’Evangelo. E, in qualche maniera, ne coglie gli elementi di debolezza. Mentre l’incardinamento della presenza di ‘dio’ nelle politiche occidentali – come ha fatto il presidente degli USA negli ultimi 6 anni – è un’incardinamento delle politiche all’interno di un ‘ombrello’ teologico ‘vuoto’, la voce dell’Islam rimanda ad una pienezza della presenza di ‘dio’ dentro ‘le politiche’ che travalica le stesse politiche statuali, e reinvia ad una ‘politica teocratica’ che, se in ‘Occidente’ non è più possibile, grazie alla ‘bestemmia’, a Voltaire, a questa ‘assenza’, nell’Islam trova il suo ‘completamento’ nella rivendicazione di una ‘politica’ all’altezza della ‘presenza di dio’.
Questa politica è il ‘fantasma’ che l’ ‘Occidente’ ha risvegliato, senza avere la forza nemmeno di un conflitto ‘teologio-politico’ classico: una ‘guerra di religione’.
5) la nozione di ‘guerra di religione’, che sempre più si accentuerà giornalisticamente come ‘categoria ermeneutica’ nei prossimi anni, espone la nudità dell’ ‘Occidente’ di fronte questa ‘sfida’. Questa categoria verrà declinata, come già lo è già, come ‘sfida di civiltà’, ‘guerra di civiltà’, ‘scontro di culture’. Queste definizioni mostrano la paura che alberga nell’inconscio dell’ ‘Occidente’, come lo chiama Emanuele Severino. L’ ‘Occidente’ ha paura di chiamare questa ‘sfida’ ‘guerra di religione’, poichè l’ ‘Occidente’ ha paura di nominare la ‘religione’ come una causa di ‘guerra’. La ‘guerra di religione’ è una categoria che, grazie a Voltaire, gli è divenuta ‘estranea’. Ma, nello stesso tempo, tutto il dispositivo culturale ‘occidentale’ non ha pensato la persistenza dell’incrocio tra ‘dio’ e ‘politica’. Quello che gli intellettuali ‘liberali’, forse gli stessi ‘filosofi politici’, nella loro generalità, quello che non vogliono capire è che esiste una radicale differenza tra ‘religione’ e ‘teologia’. Mentre la ‘religione’ attiene allo statuto fondamentale della politica ‘moderna’, la teologia attiene allo stesso statuto delle definizione di ‘politica’ (Platone). Esse nascono ‘insieme’. Ogni processo di ‘laicizzazione’ attiene alla ‘religione’ ma non alla teologia. ‘Laicizzare’ la teologia è impossibile. Ma la ‘teologia’ è assolutamente consustanziale alla politica ‘occidentale’.
6) Dove si colloca questa ‘sfida’? Essa si colloca esattamente in quell’incrocio, cruciale, che esiste tra ‘teologia’ e ‘politica’. Essa si colloca, perfettamente, in quella sfera, su quel piano, che Taubes, e sulla sua linea Assmann, chiamano ‘teologia-politica’. Da intendere come nozione che rende ragione – Kant – della persistenza della ‘pienezza’ di ‘dio’ sul piano ‘politico’.
Essa richiama, in maniera cogente, l’inconsistenza del richiamo alla ‘laicizzazione’ della politica, così come rende evidente la persistenza di un ‘tutto pieno’ da opporre alla ‘sincope’ religiosa che attiene alla ‘laicizzazione della religione’, che è la caratteristica dell’ ‘Occidente’.
7) Questa ‘sfida’, che certo è ‘gonfiata’ dai poteri ‘politici’ teocratici di un Islam assediato dalla ‘potenza’ militare degli USA, e affonda le sue radici in una condizione di ‘disperazione’ di alcuni ‘popoli’, che prima che islamici, sono arabi, questa ‘sfida’ non è, in nessuna maniera, una sfida alla ‘laicità’ dell’Occidente. Al contrario, essa se ne fa forte, si fa forte di questa ‘patente mancanza’, che è la nostra forza. Diciamolo: la ‘storia’ delle vignette è, precisamente, in termini teologico-politici, la ‘differenza tra un ‘tutto pieno’, una ‘coincidenza’ tra la tota-presenza di ‘dio’ e il nostro ‘disincanto’.
E solo la nozione di ‘bestemmia’, la sua ‘intelligenza’, il suo ‘scarto’, rende giustizia di questa ‘differenza’.
8) Decostruire comunità è l’unica pratica ‘politica’.
9) Citando Foucault, un certo Foucault, io mi assumo quella responsabilità che, sola, mi attiene. Lo faccio, ormai, da anni. Citando Jakob Taubes, i suoi colloqui sulla teocrazia, la ridefinizione del concetto di ‘teologia-politica’, citandolo da anni, io mi sono assunto la responsabilità che mi attiene rispetto quello che ‘vedo’.
Decidendo, volontariamente, di tenere un seminario su Foucault, dalla definizione di ‘biopolitica’ sino alla declinazione della ‘cura di sè come pratica riflessa della libertà’, quello che mi sono sforzato di fare è cercare di capire, in prima persona, come innanzitutto Kant e la sua ‘Pace perpetua’ possano essere riletti alla luce del nuovo scenario ‘biopolitico’. Cercando di rileggere, di nuovo, il ‘Che cos`è l’Illumismo’ di Kant proprio alla luce di queste categorie.
Insistendo, in ogni luogo, su questi due concetti, ‘biopolitica’/'teologia politica’, non ho fatto altro che metterli in rapporto. Ma non basta. Non basta certo ancora.
10) se io facessi oggi politica, come l’ho fatta per pochi anni, ma intensi, io andrei in ogni luogo ‘religioso’ per ripetere, insistere, ribadire, imporre la differenza, evidente ai miei occhi, tra la religione e la politica. E parlerei di teologia. E parlerei, in ogni luogo, della teologia e della politica. Parlerei di ‘dio’. Io che ‘non credo’.
Perchè, poichè io ho studiato filosofia, io ‘non posso non pensare dio’. Proprio ‘facendo politica’.
Io non ho smesso di fare politica.
(à suivre lo sviluppo della tesi 8)
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