9.02.2006
Memorie ‘dal’ sottosuolo
Caro Emilio,
Stamattina, mentre ti scrivo dalla mia postazione dalla quale vedo uno scorcio di Stretto, aspetto che, come riportato nel comunicato n. 234 del Comune di Messina datato 8 febbraio, tre navi della marina militare russa, arrivate a ‘mille yards’ dal porto, si annuncino con ventuno salve di cannone. Appena dopo, la nostra marina risponderà con altrettanti colpi distanziati l’uno dall’altro da cinque secondi.
Noto spesso, ma ogni volta con intatto divertimento, che ciò che tu conosci, in questo caso la ‘forza della Russia’, in me è sempre un eco pallido, una semplice suggestione. Ti uso come il mio organo intellettuale, se così si può dire: tu fatichi per conoscere il mondo ed io ne traggo giovamento.
Ti voglio raccontare come e quando la ‘forza’ che costantemente evochi ha incrociato la mia vita. È una storia vecchia.
Io sono russo, devi sapere. Non lo parlo, non lo capisco, non ci sono mai stato. Non ho forse nemmeno un particolare trasporto, non superiore rispetto a quello per altri posti: certo, se ci penso ci sono mille suggestioni letterarie, ma esse non rappresentano altro che se stesse.
Diciamo che sono russo mio malgrado.
la nostra città, come tu sai meglio di me, ha un rapporto decisamente irrisolto con la propria memoria. Non solo per le normali patologie cui la memoria, collettiva o individuale che sia, è soggetta. E nemmeno per quella vera e propria ‘soluzione finale’ nei confronti di ogni storia e di ogni narrazione, per quel terribile nulla che l’eterno presente nel quale ci costringono impone alle coscienze ammutolendole.
Siamo inciampati nel terremoto cadendovi dentro fino al collo. Anche lì, “si parva licet componere magnis,” ci furono “i sommersi ed i salvati”.
Ma anche quelli che, letteralmente sommersi, si trasformarono in salvati. Per questo, le mie, ancora prima della mia oscurità che tu conosci, sono ‘memorie dal sottosuolo’. E non ‘del’.
Mi sento debitore a tante cose. Ci sono anche debiti remoti, che nessuno esige. Debiti morali.
Per farla breve, insomma, la madre di mio padre, con sua madre e una sorella, venne estratta dalle macerie della sua casa dai marinai russi tre giorni dopo il terremoto del 1908.
Per questo motivo, intendo non solo per mia nonna, ma più in generale per la loro opera, una volta ogni decennio circa (di solito in quelli con il numero otto alla fine), si vedono le navi russe nel porto. Per ricordare.
Suo padre e il suo fratello più piccolo non ce la fecero.
La vita è un filo sottile, della cui fragilità a volte ci sorprendiamo. La genealogia è comunque la storia di un equilibrio dato da molteplici casi. Esserci, in un certo senso è un po’ un miracolo.
Devo ammettere che non ho nessuna voglia di partecipare alle iniziative pubbliche. Mi ci sentirei a disagio. Conoscendo il mio pessimo carattere, saprei soltanto raccogliere la bruttezza protocollare e militaresca delle fanfare e delle uniformi e perdere quella sensazione di polverosa luce che mia nonna dovette provare sopra qualsiasi altra, nel sentire voci dagli accenti sconosciuti vicino a sé.
Accidenti, io sì che dovrei conoscere la forza (muscolare) della Russia.
Invece non ci penso quasi mai. Però, per fortuna, ci sei tu che tutto quello che vedi lo rendi lucente e condiviso.
Sabato, dunque, verrà intitolata una via alla Marina Russa. Viale della Marina Russa. Ma nel comunicato non hanno specificato quale strada sia a prendere questo nome.
Tipicamente messinese.
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