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    21.01.2006

    In ‘morte’ di Elias Canetti: sul quinto senso


    Due volte, durante il mio viaggio, ho letto di Canetti.
    Due volte, semplicemente tornando da Messina, dopo essere stato spettatore di una morte.
    Due volte, parlando di Elias Canetti, nella ‘Repubblica’ e in ‘Alias’ del Manifesto, ho letto di come Canetti attraversasse la sua scrittura.
    Una volta con ‘l’orecchio’, l’altra con il ‘tatto’.
    Due volte, nella stampa del paese da cui provengo, si è cercato di interpretare la scrittura di Canetti a partire dai ‘sensi’.

    La prima, quella di ‘Repubblica’, citando Sontag pubblicata da ‘Lettera Internazionale’ (scusate, non ho voglia di mettere i links..).
    La seconda volta, citato da una ‘recensione’ di Andrea Cortellessa pubblicata su ‘Alias’ del Manifesto. Recensione sulla ‘pseudo’ ultima parte della autobiografia di Canetti (“Party sotto le bombe. Gli anni inglesi”, Adelphi, 2005).
    Nessuno dei due testi citava mai l’unico ‘nemico’, l’unica ‘nemica’, vera, della scrittura di Elias Canetti.

    La morte.

    Tutta la scrittura di Canetti è assolutamente esposta in questa battaglia contro la morte.
    Tutto quello che Canetti scrive, a partire da uno dei sensi, è indiscutibilmente l’esposizione radicale di una battaglia ingaggiata ‘da sempre’ contro la morte.
    ‘Massa e potere’, al di là della ‘giustezza’ delle parole di Cortellessa, è l’unica, ineludibile, monumentale ‘strategia d’attacco’ contro la morte che l’occidente europeo abbia mai messo in piazza, abbia ‘costruito’. Senza giudizio sull’efficacia.
    Se Cortellessa parla di ‘tatto’ e Sontag di ‘udito’, io mi inoltrerei ancora.
    Mi sembra necessario.

    E dei cinque sensi, l’unico che non ha alcun rapporto con la ‘morte’ è quello che non ricordavo, e che ho dovuto chiedere, in treno, al mio allibito interlocutore.
    Tutta la scrittura di Canetti rientra all’interno di un’ipotetica declinazione dei sensi. Tranne che per il ‘gusto’, che è l’unico senso, ho scoperto stasera, a non avere alcun rapporto con la morte dell’umano.

    Se la vista della ‘morte’ è un topos occidentale, come l’olfatto – la ‘puzza’ della morte -, udire morire attiene alla morte che si ‘accompagna’, quella che ‘ci’ ritrova accanto a chi muore.
    Così come ‘toccare’ chi è morto, come mi è accaduto ancora tre giorni fa, rientra, ancora, in quel ‘dispositivo meridionale’ – ‘baciarlo da morto’ – su cui, so, scriverà il ‘nipote dello zio’.
    L’unico senso che non ricordavo – e che non ha ricordato nemmeno mia madre, a ‘colpo netto’, – è quello del ‘gusto’.
    Perchè, infatti, salvo ‘clamorose rivelazioni’, non ha alcun rapporto con la ‘morte’.

    Questo ‘senso’, il quinto, a questo punto, è quello che, rispetto la battaglia di Canetti, dovrebbe essere interrogato.
    E comunque.

    Dove la ‘morte’, quella contro cui uno dei miei due maestri si è ‘da sempre scagliato’, dove la morte sembra imbattibile, non serve, a mio avviso, interpretare o declinare.
    E i righi di Sontag sono molto più inutili di quelli di Cortellessa.

    Chi conosce, davvero, tutta la scrittura di Canetti non ha bisogno, oggi, di nessun altro rigo.
    Sa, di fronte la morte, guardandola, facendo suo il suo odore, accarezzando chi non c’è più, ascoltando la voce del dottor ‘Sonne’, sa di quale ‘battaglia’ si tratta.

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    scritto da millepiani
    il 21.01.2006
    come un amore per la filosofia
    1 commento »

    Un commento a “In ‘morte’ di Elias Canetti: sul quinto senso”


    1. federico scrive il 23.01.2006 alle 8:44 am

      Je voudrais pas crever
      Non monsieur non madame
      Avant d’avoir tâté
      Le goût qui me tourmente
      Le goût qu’est le plus fort
      Je voudrais pas crever
      Avant d’avoir goûté
      La saveur de la mort…

      Boris Vian

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