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    29.12.2005

    Il termometro delle competenze. Da un giorno di ordinario turbamento. 2-


    Qui la prima parte.

    Ho lasciato la mano di mia nonna solo dopo che lei stessa aveva allentato la presa nell’abbraccio del sonno. Sul letto accanto, nella camera di degenza dell’ospedale dove era ricoverata, in questa vigilia di Natale, stava distesa ancora una signora, con la gamba sinistra, già paralizzata in seguito a un ennesimo ictus, fratturata due volte in punti ravvicinatissimi.
    Ad accudirla, una signora bionda sulla quarantina, figlia non sua, ma solo di suo marito, e tuttavia premurosa, e ferma. Chiesi permesso di andare al bagno della camera di degenza, e vidi sul suo volto un sorriso di fredda ironia.

    Nel bagno, il neon era rotto. In una camera di degenza di un reparto di ortopedia, il neon della toilette era rotto. Alla mia cupa e interrogativa
    constatazione, la signora bionda aprì maggiormente il suo sorriso, senza perdere nulla di quella freddezza, che si tingeva di rabbia. “Sono quattro giorni che lo faccio notare. Mi si risponde, da parte degli infermieri, che non è certo compito loro”. Del resto, si tratterebbe certamente di un
    inutile spreco. Che fretta c’è? Mia nonna ha il femore rotto, la vicina di letto ha addirittura perso per sempre la funzionalità di una gamba, prima
    che possano andare al bagno con i piedi loro…

    Gli infermieri, del resto, fanno altro: in assenza dei parenti delle due degenti, verso le 15.30, quando mia sorella, la signora bionda e io, approfittando di un momento di riposo, ci spostiamo nell’androne, ne passa una che infila termometri sotto le ascelle. Così, almeno, apprendiamo trenta minuti dopo, quando l’infermiera ripassa, rivolgendosi a me, mia sorella e alla signora bionda con le seguenti parole: “gliel’avete tolto il termometro?”. E chi lo sapeva?
    A mia nonna, il termometro è rimasto sotto l’ascella, ma glielo deve prendere mia sorella. Le si chiede: “quant’è”, dice “trentotto”, e l’infermiera si segna su un foglio: “Allora, camera 2, signora Esposito, trentotto”. Ma mia Nonna si chiama Grimaldi. Ai piedi di nessun letto sta attaccata una scheda personale con i grafici della febbre. A sera, risulterà che mia nonna non ha mai avuto in giornata la febbre. Si tratta evidentemente della prova che mia nonna non è la signora Esposito.

    Ma mia sorella mi riferisce anche che, il mattino prima, mia nonna aveva rischiato di prendere due volte la stessa pillola, quella per il diabete:
    verso le undici a stomaco vuoto, e alle tredici a stomaco pieno. Per la caposala, non l’aveva ancora presa, e bisognava costringerla a mangiare, altrimenti non poteva prenderla. Per un’altra infermiera, passata un quarto d’ora dopo, le era stata, invece, già somministrata la mattina verso le undici.
    Comincio a immaginare la cartella clinica di mia nonna come un foglio bristol su cui tanti infanti impiastricciano a turno – eccolo, il turno – colori e figure, pastorelli e pecore, campanili e macchinine.

    Alla povera signora accanto, invece, il termometro non si trova: le è scivolato lentamente dietro la schiena. La figliastra, da sola, deve recuperarlo, sollevando la paziente con cura. L’infermiera aspetta sulla soglia il responso termometrico. Devo uscire, per non finire dentro.

    Vado a mangiare qualcosa. Sono tre ore che non mangio nulla. Entro nel bar all’interno del “nosocomio”: scorro la lista dei panini, e ne scelgo uno
    con il formaggio e il salame. Ma ce ne è anche uno con la “rugola”. Tra un ospedale e il bar sport non c’è più ortograficamente soluzione di continuità.

    Ma risalendo in ascensore, mi viene in mente che potrebbe trattarsi di un conflitto di interessi: forse, l’equipe di “traumatol-ogia” gestisce anche
    il punto di ristoro dell’ospedale.

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    scritto da mario
    il 29.12.2005
    come visto da fuori
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