18.11.2005
Il mostro nella tomba
Così Edgar Allan Poe nell’ultima riga de “Il gatto nero”, definisce il felino.
Ci sono tanti mostri in altrettante tombe che anche io, come forse altri, ho murato. Credendo che nulla possa aprirle.
L’esistenza stessa di questa “categoria”, in fondo, dimostra da sola che ogni tentativo in questo senso è del tutto vano.
Il primo gatto che ho conosciuto era un normalissimo tigrato randagio. Poco più che cucciolo, ci veniva incontro dall’inferriata laterale della casa in Via Chiesa dei Marinai dove ho abitato dai sei ai nove anni circa. Ci miagolava tra le gambe. Io ed i miei fratelli lo accarezzavamo. Non so se per un segno di ciò che sarebbe seguito o se per semplice mancanza di fiducia, ci seguiva fino al pianerottolo di casa, senza varcare mai la porta.
Gli davamo una scodella di latte e non so cos’altro.
Un giorno è scomparso e non se ne è saputo nulla. Me ne dispiacqui molto, ovviamente. Per molti anni ho avuto una sorta di antipatia per i gatti. Mi dicevano troppo e non mi spiegavano nulla. Non era soltanto risentimento per un presunto tradimento o il ricordo di “Zip” (questo il suo nome). Il fatto è che la sovrana saggezza felina mi aveva in un momento svelato l’essenza del dolore che non avevo mai conosciuta e che, ora lo sappiamo tutti e so di ripetere una banalità, è l’abbandono.
Certo, forse la povera bestiola sarà invece morta sotto una macchina. Ma non so perchè, ho sempre escluso questa possibilità, preferendo credere, più che a saperlo salvo, ad una sorta di male e di dolore preordinato, che ha preso quella forma, ma che avrebbe potuto averne altre. Povera bestiola innocente, incappata nei dubbi e nel risentimento di chi non accettava di pensarla morta e non ne ha mai accettata la libertà.
Un commento a “Il mostro nella tomba”
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..o l’abbandono..