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Mosca, la prima neve »
30.10.2005
La ‘quarta’ ondata: in forza del movimento universitario [1]
Come ogni volta, bisogna ricominciare, di nuovo, dall’inizio. E con memoria.
Questa volta, come le altre volte, la forza che ‘viene’ dal rifiuto della definizione dello statuto dell’università si traduce, e diventa, la forza ed il rifiuto di un sistema di valutazione della ‘nostra’ vita, del nostro ‘stile di vita’, della nostra forza e irrudicibilità.
Ancora, e di nuovo, la posta in gioco è enormemente più grande e più amplia di quella che un ministro – come un altro – mette in pubblico e ‘in politica’.
E questa volta, come ancor di più che le ‘altre’ volte, la forza e la violenza dell’irruzione di questa ‘messa in questione’ tocca, nella maniera più incerta e nascosta, lo stesso statuto degli ‘studi’ e del futuro che attende chi, oggi, attraversa l’università.
Non solo bisogna dire, chiaramente, che il 68 è finito – ed è morto solo guardando la parabola esistenziale di chi l’ha sostenuto e condiviso-, ed il 77 è esaurito. Non solo bisogna ricordare che il 90 appartiene alle memorie dei propri amici, ma, di più, bisognerebbe rivendicare lo statuto ‘cosmopolita’ della condizione studentesca. Quella che era mancata al ’68, al ’77 e al ’90.
Quella che oggi è propria di ‘ogni università’.
Seppellire e costruire: in qualche maniera queste, per me, sarebbero le parole d’ordine, quelle politiche, quelle forti, con cui riutilizzare, di nuovo, la leva universitaria per imporre le proprie priorità.
La condizione universitaria costituisce, oggi, uno dei luoghi di leva per trasformare e stravolgere la ‘precarietà’ che, ci si dice, sia il nostro destino. Al contrario: la nostra precarietà, questa frantumazione sistematica, regolare, politicamente indistinta e condivisa, che accompagna me, ma anche chi, oggi, inizia il suo ‘percorso’ universitario, questo termine e questo orizzonte, costituisce, oggi più che prima e come mai, la nostra forza.
Precari noi siamo perchè grande, più grande che mai, è il nostro multi-versum e la nostra pluri-versitas. Perchè noi, già oggi, sperimentiamo la differenza delle strutture e dei luoghi come passione e amore per la nostra formazione. Precari siamo – e in questo senso vogliamo rimanere – dell’esistenza ‘nello stesso luogo’ che vuole imporci questa riforma universitaria.
Questa ‘quarta ondata’ che comincia a travolgere e mettere in questione lo ‘statuto universitario mondiale della ricerca’ non richiama nessuna memoria. Di questa memoria, in qualche maniera, se ne fa forte. E, per questo, sarà incompresa.
Almeno subito. Per come tutti cominceranno a capirla.
Ma, come in forza del movimento universitario che viene e per quello che ne so, non solo questa ‘messa in questione’ non si interessa della memoria – e non se ne deve interessare più di tanto, ma, ancor di più, esso costituisce la prima svolta sostanziale, forse ancora inespressa, ma che verrà, del nostro statuto, dello ‘statuto univerisitario mondiale’ della ricerca.
Proprio perchè, in tutti i sensi, è il primo movimento universitario mondiale di messa in discussione dello statuto mondiale della ricerca, che tutti, senza eccezione alcuna, continuiamo a vivere senza coscienza, o mettendola da parte, tra parentesi.
La sua dimensione ‘mondiale’ verrà, si ‘dirà’ anche criticamente. E, certo, sarà molto più forte, almeno a livello universitario, di quello che è stata la ‘prima ondata’. E farà ‘rivolta’.
Dove si riuscisse a focalizzare, da subito, che non la precarietà, ma la dimensione mondiale della ricerca – e dunque la sua ‘libertà – è la cifra del processo che traversa, silenziosamente, l’università, ove si riconoscesse questo, fuori dalla ‘politica’, lì si troverebbe la chiave di fuoriuscita dalla dimensione universitaria contemporanea.
E si riuscirebbe a pensare, fino in fondo, la posta in gioco di oggi.
Dove la politica domanda la sua ‘pena’, la sua ‘forza’, esiste sempre un’altra forza, che non si oppone, ma che va di ‘passo’. Va di ‘passo’ con la politica.
Diventando ‘vecchi’, quello che si perde non è la forza della ‘rivolta’ di quando si era giovani. Questo è sbagliato, è errato. E’ ‘semplice’.
Diventando ‘vecchi’, quello che si perde è ‘l’altra logica’, quella che si affianca alla logica che, sin da giovani, abbiamo imparato a conoscere bene.
La ‘logica’ della ‘politica’, quella che si costruisce.
Perchè questa è la politica.
Diventando ‘vecchi’, è la forza di ‘vedere’ quello che c’è oltre ‘noi’ che si perde. Oltre quello che noi sappiamo decifrare.
Se la politica, sempre, è l’arte e la capacità di pensare dove il futuro comincia a presentarsi, l’università è il luogo dove ‘tutti’ misurano questa irruzione.
L’irruzione del ‘futuro’.
In forza del movimento universitario. Di oggi, di ora.
Di nuovo, in rivolta.
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