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Apici [13] – Come un omaggio a Thomas Bernhard – Estratti dal capitolo ‘A colpi d’ascia’ – un’altra bio-grafia (2) »
1.10.2005
Apici [12] – Come un omaggio a Thomas Bernhard – Estratti dal capitolo ‘A colpi d’ascia’ – un’altra bio-grafia (1)
“[...] Avevo, in ogni momento, cercato di misurare come ‘inventare’, materialmente, la vita di chi mi stava accanto. Tutto era fallito, me lo aveva ricordato il ‘mio’ amico, mentre continuava a vivere la sua vita come fosse stata davvero la sua. Tutto quello che avevo cercato di ‘costruire’, tutto quello che avevo cercato di ‘fare’, in qualche in modo ‘insieme’, era diventato il mio incubo. Tutte le facce, i personaggi, la loro esistenza, i loro ruoli, le loro frasi, le loro ‘paure’, le loro ‘movenze’, quello che riuscivano a fare ‘oggi’, era diventato il mio ‘incubo’, quell’incubo da cui non riuscivo a uscire. Ad ogni passo, ad ogni parola, mi ritrovavo accanto, intorno, quello che ‘loro’ avevano detto, fatto, quello che loro avevano pensato. Prima di ‘far finta’ di essere quello che erano oggi.
Il mio ‘incubo’, quello dove solo io mi ritrovavo, si incarnava, radicalmente, nell’esistenza; e questo era quello che mi ‘impediva’ di ‘guardarlo con distanza’, come mi avevano detto.
Non avevo ‘via d’uscita’. Continuavo a ripetermelo in maniera assolutamente ‘delirante’. Continuavo a ripetermelo come fosse un ‘ritornello’. Non solo non avevo via d’uscita, ma più la cercavo, più ritornavo, non potevo che ritornare nel ‘delirio’ che io stesso avevo costruito. Come avessi creato, con una precisione ‘allucinante’, la mia ‘fine’. Come l’avessi ‘costruita’, passo dopo passo. Ero riusciuto a ‘costruire’ la mia ‘fine’.
Avevo pensato, in molti ‘momenti’, di voler cambiare ‘bio-grafia’. Come se questo avesse potuto salvarmi, in fondo, dalla ‘responsabilità’ che toccava al mio nome. Come se, d’un colpo, si potesse ‘sfuggire’ al proprio ‘nome’.
In molti momenti, mi ero detto che una cosa è la ‘morte’, una cosa la ‘fine’. E mi ero detto che, in fondo, io ero ‘chiamato’, sempre, ad accompagnare una fine. E solo una volta ero quasi riuscito ad ‘accompagnare’ una morte, a tenere testa alla sua presenza, alla sua irruzione.
Così come mi ero chiesto, quando me l’avevano rimproverato, perchè avevano avuto paura di farmi ‘vivere’ la ‘morte’ che io conoscevo già, anche quando ero ‘troppo’ giovane. Anche quando si era trattato del ‘mio amico’, mi avevano nascosto, per una settimana intera, che lui stava per ‘morire’, senza capire che ripetevano, nascondendola, la sua ‘morte’. Non solo l’avevano ‘nascosta’ già una volta, ma volevano nascondere un’altra volta quello di cui aveveno paura: un’irruzione.
Avevo, in ogni momento, cercato d’inventare una ‘politica’ in comune, o semplicemente ‘un’amicizia’. Tutte le volte, avevo provato, prima che potesse farmi ‘male’, avevo provato, contro tutto, a ‘dire insieme’. Avevo provato. Avevo, nello stesso tempo, ‘ricordato’ le loro parole e quello che sapevano essere nel ‘massimo pericolo’.
Non avevo più via d’uscita. Non ne avevamo più.
Eravamo tutti, indistintamente inchiodati alle nostre ‘frontiere’.
Solo per questo, una volta avevo chiamato mio ‘fratello’. Solo per dirgli che era ‘importante’ ciò che accadeva di fronte i nostri occhi.
Solo per dirgli la ‘fine’ di ‘alcune’ frontiere.
Avevo, in ogni momento, cercato di misurare lo spazio di una ‘politica in-comune’.
Avevo imparato, prima di ‘spedire’ la lettera che continuavamo a scrivere, la differenza tra una ‘fine’ e una ‘morte’. [...]“
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