15.09.2005
Apici [10] – Come un omaggio a Thomas Bernhard – Estratti dal capitolo ‘A colpi d’ascia – Pisa’
a F. O.
“[...] Tutte le volte che avevamo ‘ascoltato’ il ‘ripetitore’ di ‘nostro zio’, non ci aveva fatto effetto. Non ci aveva fatto effetto nemmeno quando ci aveva ‘invitato’ a cambiare ateneo: lo avevamo già deciso. Era arrivato, anche quella volta, troppo tardi. Era ‘sempre’, in fondo, arrivato ‘troppo tardi’. Non solo, negli anni ‘futuri’, lo avevamo trovato a ‘pietire’ una ‘parola’, quella che lui aveva, ‘magistralmente’, esercitata prima della sua ‘pazzia’, così la chiamavano a Pisa.
Lo avevamo trovato, negli anni ‘futuri” del suo insegnamento, ‘un uomo come altri’. Proprio mentre il ‘suo’ amico, senza che lo si sapesse, lo avremmo saputo molto più tardi, ‘teneva posizione’. Il ‘suo amico’ teneva’ posizione e ‘continuava a vivere’, come avevamo capito già allora. Non era il fatto che lui continuasse a ‘pensare nel passato’ e a vivere in un ‘futuro che non sapeva concepire’, che lui ci avesse detto di ‘andarcene’ solo dopo che noi avevamo già deciso di abbandonarlo alla sua ‘fortuna’: ‘niente’ di tutto questo ci colpiva.
Erano i suoi occhi che continuavano a ‘dirci’ quello che lui non sapeva dire più. Anche se ‘quegl’occhi’ ci avrebbero accompagnato per anni, sapevamo con certezza assoluta che quegl’occhi parlavano già del ‘destino’ di quella ‘vocazione’ e della ‘fine’ della città dove lui continuava e avrebbe continuato a vivere, e dove ‘in fondo’ si era nascosto, non potendo vivere in nessun altro luogo se non nella città che continuavamo ad abitare con lui. Anche se lui ci aveva detto di ‘andar via’. Anche se noi lo ‘avevamo fatto’.
Ci aveva detto, senza ‘vergogna alcuna’, di ‘andare via’ ‘dopo’ che noi avevamo deciso di ‘andare via’.
Anche quella volta era arrivato in ‘ritardo’.
Mentre il ‘suo amico’, che non avrebbe mai detto una ‘frase come quella che lui aveva pronunciato’, ‘teneva posizione’. ‘Teneva vocazione’.
‘Teneva vocazione ancora’.
Ed anche se proprio l’autunno in cui ‘siamo andati via’ è stato l’ultimo autunno in cui ‘Pisa’ ha rischiato, davvero, di essere ‘travolta’ dal ‘suo’ Arno, forse anche per questo io mi ricordo ancora i suoi occhi mentre mi diceva che ‘dovevo andare via’, proprio mentre io avevo già deciso di ‘andare via’. Era solo, sempre, un po’ in ritardo: in fondo lo è sempre stato. E lo ‘si sapeva’. Ed ancora ‘io mi ricordo’ la ‘lettera’ dei miei amici, la lettera che i ‘miei amici’ mi avevano spedito, e che, certo, loro non ricordano più, mentre io sì, proprio quando ‘loro avevano rischiato’ di essere ‘travolti’ dalla loro città. E dal loro ‘fiume’.
E quello che mi ricordo è che ‘loro’ l’avevano scritta, e l’hanno scritta, ‘insieme’.
E io, questa ‘lettera’, ce l’ho, ce l’ho ancora.
E a questa lettera, io mi ricordo, di non ‘avere risposto’.
Perchè non avevo nulla da rispondere.
E quando, senza riconoscerlo ‘subito’, anche i miei amici si erano accorti che lui poteva ‘pensare’ solo con gli occhi, e che ‘bisognava guardarlo negli occhi’ per pensare, quando anche i più ‘duri’ dei miei amici avevano capito che ‘lui’ continuava ad avere ‘degli’ occhi e che dai suoi occhi continuava a ‘mostrarsi’ l’intelligenza che non aveva saputo ‘coltivare’ quando era giovane, forse perchè non aveva avuto il ‘tempo’ o forse perchè non lo ‘sapeva fare’, quando anche i più ‘duri’ dei miei amici si erano convinti di questa ‘forza’ ed andavano ad ‘ascoltarlo’, era già tardi.
Anche ‘loro’ erano arrivati ‘tardi’. Per ‘non lasciarlo solo’.
E ‘lui’ era sprofondato nella sua ‘solitudine’ e nella sua ‘follia’, come dicevano a ‘Pisa’. Quella che ‘aveva cercato’ la prima volta che l’ho visto entrare in un ‘aula universitaria’.
Mentre il ‘suo’ amico continuava a ‘serbare posizione’.
E anche il suo amico continuava ad ‘avere i suoi occhi’. Con ‘sofferenza’ e con ‘durezza’, come tocca a noi che facciamo transitare questa ‘vocazione alla verità’.
E che ridiamo, con gli occhi, con chi con noi la condivide.
E tutte le volte che qualcuno mi ha ‘scacciato’ da un luogo, io ho pensato al ‘suo’ luogo, che non era il mio, ed ho sempre pensato, da quella volta in cui si è affacciato alla porta del suo studio tendendo il mio ‘libretto universitario’ in mano e dicendomi che ‘dovevo andar via’, tutte le volte che qualcuno mi ha ‘scacciato da un luogo’, io ho sempre pensato al suo sguardo, e al suo ‘non tenere posizione’, al suo ‘tradimento’, al tradimento che aveva fatto della sua ‘intelligenza’, e tutte le volte io mi sono ricordato che, prima che me lo dicesse ‘lui’, io avevo deciso di ‘andar via’, ed ho sempre pensato che lui arrivava sempre ‘in ritardo’, ho sempre pensato che, anche quella volta, era arrivato in ritardo, senza saperlo, e tutte le volte che qualcuno mi dice: ‘no, vai via’, io ‘penso’ sempre ai suoi occhi e ‘sento’ la sua voce, quella voce che, certo, lui non ricorderà più e che io, invece, ricordo perfettamente – perchè la mia ‘memoria fonica’ è semplicemente ‘formidabile’ – e che ricordo con tutte le sue inflessioni, così come ricordo perfettamente il suo sguardo, tutte le volte e sempre – e sempre io ricordo il ‘suo’ amico, e il suo ‘tradimento’.
E ho sempre pensato, tutte le volte, che gli sarebbe bastato ‘con-dividere’ la sua ‘follia’.
E che, invece, lui ha ‘deciso’ di morire in una ‘città che è già morta’ e che ci ha espulso ‘tutti’.
Ha deciso di ‘accompagnare’ la ‘morte’ della ‘città’ in cui, per la prima volta, è stato quello che è. Ha ‘deciso’, in fondo, di morire con la morte della ‘città’ dove ha vissuto.
Mentre, invece, il suo ‘amico’ è vivo, sempre. Come lo è ‘sempre’ stato.
E vive, davvero, ‘altrove’. [...]”
[segue]
Commenti
