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    11.09.2005

    Apici [9] – Come un omaggio a Thomas Bernhard – Estratti dal capitolo ‘A colpi d’ascia’


    a G.

    “[...] Non era vero, come ci avevano detto, che ci nascondavamo dentro la nostra ‘stanza’. Era vero, invece, che ‘noi’ la nostra ‘stanza’ l’avevamo costruita ‘a colpi d’ascia’. ‘A colpi d’ascia’ avevamo massacrato ‘nostro zio’, ‘a colpi d’ascia’ avevamo cercato di devastare il nostro passato, ‘a colpi d’ascia’ avevamo cercato di far ‘tacere’ i testimoni, ‘a colpi d’ascia’ avevamo cercato di ‘riscrivire’ quello che del nostro passato non ci piaceva, ‘a colpi d’ascia’ avevamo cercato di riscrivere il nostro ‘perturbamento’, ‘a colpi d’ascia’ avevamo cercato di segnare per sempre il ‘tradimento’, ‘a colpi d’ascia’ avevamo cercato di riscrivere la ‘nostra storia’, ‘a colpi d’ascia’ la difendavamo in ogni momento.
    ‘A colpi d’ascia’ avevamo ‘massacrato’, senza nessua pietà, ‘nostro zio’.
    ‘A colpi d’ascia’, senza perdono alcuno, avevamo provato a ‘massacrare’ la scrittura di ‘nostro zio’.
    Un ‘uomo’ che non meritava ‘alcuna pietà’. Un ‘uomo’ che, per paura della sua ‘parola’, si era nascosto nella più becera campagna austriaca, dove il ‘nazismo’ viveva indisturbato, dove il ‘nazismo’ viveva intoccato dalle sue parole. Dove ‘nessuno’ lo conosceva, salvo ‘la persona più importante della sua vita’, dove tutto di lui era ‘austriaco’, dove tutto di lui poteva continuare a rimanere ‘austriaco’, senza essere ‘viennese’ e senza che questo gli togliesse nulla, senza che questo potesse minimamente scalfire il ‘vomito’ che la sua scrittura continuava a gettare sull’Austria.
    Un ‘uomo’ che, oltre al fatto di aver ‘studiato musica’, continuava a gettare ‘merda’ sul teatro austriaco e sulle sue istituzioni.
    Noi, ‘a colpi d’ascia’, fottendocene dell’ “Austria” e della sua memoria, continuavamo ad infierire sul corpo della sua scrittura e su quello della ‘sua amica’.
    Solo che la ‘sua amica’ era andata a ‘vivere’ a Roma. Ed era morta ‘bruciata’.
    Mentre ‘lui’ si era nascosto in quelle campagne dell’Austria, così perfette da ricordarci, in fondo, un’altra ‘perfezione’.
    ‘A colpi d’ascia’ lo aspettavamo, come lo aspettava Sebald. Con la sua ‘pazienza’. E la sua ‘testimonianza’.
    Lo aspettavamo da quando, nelle campagne toscane, in silenzio, avevamo incontrato chi lo imitava.

    Quando tutto sembrava ‘perfetto’, quando tutto sembrava ‘calzare’, quando tutto sembrava essere la ‘forza dell’amicizia’, noi avevamo trovato quello ‘sterco’ e quella ‘merda’ di cui ‘nostro zio’ continuava a parlare nei suoi libri. Quando tutto sembrava ‘parlare dell’Austria’, noi avevamo visto, in quelle righe, la ‘figura della Toscana’, e di ‘Pisa’ in particolare.
    E tutto quello che ‘nostro zio’ scriveva di Vienna, noi lo sentivamo come qualcosa che fosse stata scritta, involontariamente, su ‘Pisa’ e la ‘Toscana’ in particolare.
    Quello ‘sterco’ e quella ‘merda’ che ‘nostro zio’ continuava ad attribuire ad una città che, in fondo, non esisteva più, noi la sentivamo come una ‘prefazione’ alla ‘leggerezza’ pisana.
    E della Toscana in particolare.
    Ed era per questo che, senza nemmeno volerlo, tutti i nostri ‘amici’ avevano cominciato a non capirci, a non seguirci, a non comprendere la nostra fuga e il nostro rifiuto.
    Perchè, in fondo, come ‘nostro zio’, noi continuavamo a colpire una città che ‘non esisteva più’, continuavamo, ‘a colpi d’ascia’, a ferire il ‘fantasma’ di una città che non esisteva se non nello ‘sterco’ e nella ‘merda’ delle menti ‘universitarie’ che sono cresciute nel fantasma di una città che non esiste più e nella scrittura di chi vorrebbe abbatterla.
    Non solo noi sapevamo perfettamente, mentre ‘colpivamo’ l’immagine di questa ‘città, di colpire l’immagine del sapere che non aveva saputo evitare l’infamia del nazismo, ma sapevamo, con altrettanta lucidità e certezza, direi ‘ferocia’, che, ‘a colpi d’ascia’, noi cercavamo di abbattere il suo ‘scandalo’ e la sua ‘forza’.
    Così come sapevamo perfetamente che tutto questo era ‘totalmente inutile’.
    Perchè, mentre ‘nostro zio’ era andato nella più profonda campagna austriaca per incontrare quel ‘nazismo’ che gli era sfuggito, a noi sarebbe dovuto toccare assistere allo spappolamento cosciente e voluto di una ‘vocazione’.
    Ed era per questo che, senza nemmeno volerlo, tutti i nostri ‘amici’ avevano cominciato a ‘sputarci’ addosso come fossimo traditori.
    Ma, come per tutti i ‘traditori’, la memoria non ci aveva lasciato. [...]“

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    scritto da millepiani
    il 11.09.2005
    come tra apici
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