8.09.2005
Apici [8] – Come un omaggio a Thomas Bernhard – Estratti dal capitolo ‘Ogni fine, una volta ancora’
“[...] Anche se avevamo ascoltato e letto tante volte le pagini terribili che nostro ‘zio’ aveva dedicato alla ‘morte’, o, come amavamo dire, alla ‘fine’ del ‘nipote di Wittgenstein’, ogni volta, ogni fine era una volta ancora. E come se fosse stato un gesto ‘studiato’, ‘calcolato’, non riuscivamo a ‘finire’ la lettura di quel testo. Ogni volta era, ‘sempre’, una fine ancora, una ‘quasi’ fine’, un ritardare, con tutti gli strumenti possibili, la ‘fine’ di quella lettura.
Non è che non ne fossimo coscienti; anzi, più alta e perfetta era la nostra ‘arte’ di ritardare la ‘fine’ di quella ‘lettura’, più la nostra violenza e la nostra precisione toccava ‘apici’ vertiginosi di ‘memoria’.
Ogni due righi, come ci avevano insegnato a dire i ‘veri’ giornalisti, quelli che la loro penna la usavano come una ‘fiaccola’ per bruciare le infamità ‘democratiche’, salvo poi fermarsi, afoni, di fronte il nulla che avevano evocato, ogni due righi la ‘memoria’ ci assaliva. E discutavamo, notti intere, di quel nostro ‘amico’ che era diventato [...] e aveva cominciato a muoversi con il passo felpato di quegli infami, atroci e disgustosi che decretano la ‘povertà’ degli altri senza accorgersene, o di quell’altro nostro ‘amico’ che era finito ‘triturato’ dall [...], salvo poi sputarle addosso, e poi, ancora, di quella nostra ‘amica’ che era passata dalla [...] alla [...], e questo non ci faceva tanto effetto, o di quello che, invece, a furia di sputare sul [...], aveva pietito, come solo i cani affamati possono pietire l’osso che i padroni gli gettano: in silenzio, il posto che meritava, proprio di quell’amico parlavamo, quello con cui passavamo le nottate intere e che, ‘in-fine’, era risultato la più grande ‘puttana’ dell’amicizia che avessimo mai conosciuto, senza dimenticarci di quelli come noi, che erano riusciti ad affondare nella ‘melma’ della scrittura, senza riuscire a dare un senso ad ogni sillaba qualsiasi che scrivevano. Ed anche dei nostri ‘amici’ che avevano mangiato con noi, al nostro tavolo, prima di sputare su quel [...].
Era per questo, sempre per questo, che ‘ogni fine’ era ‘una volta ancora’.
Una volta ancora la ‘nostra morte’. E che, come sempre abbiamo fatto, sbeffeggiavamo la ‘morte’ e le sue ‘forme’. Perchè, se la morte è l’ ‘irruzione’ dell’ ‘in-forme’ nel nostro sguardo, noi, l’ ‘in-forme’, lo avevmo già vissuto nell’esperienza della sua ‘quasi’ morte’.
E quello che più in fondo ci spaventava, non era questa ‘irruzione improvvisa’, questa ‘frattura’, questa ‘assenza’, questa fulminea ‘mancanza’, come tutti ‘loro’ si affrettavano a chiamare la ‘morte’.
Quello che ci spaventava era la sua ‘presenza’, assolutamente rimossa, inascoltata, taciuta, cancellata dalla ‘vita’ da questi ‘infami diaconi della fine’, ‘loro’ davvero.
Era per questo che noi avevamo ingaggiato questa ‘lotta contro la morte’, ad ogni prezzo, come il mio amico aveva insegnato per primo, una lotta senza nessuna ‘pietà’ per i ‘vivi’, dove il nostro ‘sguardo’ era diventato aguzzo e feroce come quello dei lupi affamati nella tundra.
Ed era per questo che non finivamo la ‘lettura’ del libro di ‘nostro zio’: non volevamo arrivare in ritardo.
Era per questo che, ogni volta, ogni fine era, ancora una volta, una ‘morte’ ancora. La nostra. Come sempre, prima di scrivere. [...]“
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