25.07.2005
Mahler: un ri-ascolto, dopo anni
Non mi capacito, a distanza di anni, del mio amore sfrenato per Mahler. Credo che fosse legato, in una certa maniera, ad una qualche ‘sovrapposizione’. Non saprei, altrimenti, come chiamarlo.
Lo trovo, dopo il secondo ascolto consecutivo dell’integrale abbadiana del ’95 per DG, di una maledetta prevedibilità.
Mi risuonano, a distanza di anni, le parole del mio amico Mario M. che fu l’unico a prevenirmi, consegnandomi tra le mani l’eredità musicale di quel Richard Strauss che sdegnavo clamorosamente.
Faccio pubblica ammenda.
L’integrale abbadiana del 95 è, in questo senso, assolutamente sintomatica. Non si concentra su un’unica interpretazione con un’unica orchestra.
Al contrario, spazia tra i Chicago e i Wiener, passando per i Berliner.
Le interpretazioni, pur diseguali, mostrano un amore e una fedeltà profondi al compositore e, nello stesso tempo, consentono di seguire anche la parabola interpretativa di un grande direttore come Abbado.
Ma, nello stesso tempo, ed è questo per me, insieme, fulminante e lacerante, c’è come una sorta di ‘appiattimento’ musicale che non è imputabile al direttore ma, precisamente, alle partiture. Alla composizione.
Salvo tutto il degno finale della Terza, la Quarta nel suo complesso.
Casso, ma tremo a scrivere queste cose, la ‘falsa’ apocalissi della forma della Quinta e la ‘magniloquenza campagnola’ della Nona. Per specificazioni ulteriori, rivolgersi, prego, ad ‘Antichi Maestri’ di Bernhard.
Rimane magnifico l’inizio della Prima.
Rimangono rilevantissime le capacità di gioco tra la forza timbrica e le dinamiche sonore.
Soprattutto quando ben eseguite (il caso di Abbado, praticamente sempre).
Ma, ed è questo il punto: non vedo ‘sbocco’.
Forse sono io che sono cambiato.
Riprenderò in mano l’interpretazione di Bernstein.
Che possa attraversarmi ancora qualche brivido dopo questa algido, sconsolato e ‘già saputo’ ascolto prolungato?
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