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Differenze – come un preludio ‘assembleare’ »
25.07.2005
Apici [3] – Come un ‘omaggio’ a Thomas Bernhard – Ultimo frammento
“[...] Quando poi anche lei si era ‘ritrovata’ di fronte la morte, senza che la ‘morte’ avesse avvertito chi colpire – e meno che mai chi l’attendeva -, quando poi anche lei, lentamente, si era ritrovata di fronte ad un morto e a [xxx] qualcuno che guardava ‘quotidianamente’ la morte – e che, dunque, ‘sputava’ sulle ‘carcasse’ vuote che vedeva intorno a lei, me compreso – anche lei, la mia amica, mi aveva detto, anche lei esposta alla morte, che non l’avrebbe mai creduto. E che nessuno l’avrebbe creduto.
Ed in effetti, nessuno l’avrebbe creduto.
Salvo io e il mio amico. Con cui, invece, continuavamo a ripeterci che la follia assedia ogni fibra intima del ‘mondo’ – come lo chiamano -, dell’umano, come si dice.
Nessuno l’avrebbe creduto, salvo io e il mio amico. Che eravamo ‘sistematicamente’ assediati dalla ‘morte’, dalla ‘follia’ e dalla ‘forza’ che viene da questa ‘visione’.
Nessuno l’avrebbe creduto, salvo io e il mio amico, con cui non avevamo ‘mai’ toccato l’argomento, ‘per così dire’. ‘Argomento’ che tutti, comprese le persone che amo, avevano archiviato come una cosa ‘assurda’, ‘incomprensibile’, ‘inspiegabile’.
E tale era infatti.
E, come ha continuato a spiegarmi il mio amico, mentre rimaneva nella sua ‘rianimazione senza fine’, è proprio questo ‘assurdo’, questo ‘incomprensibile’ e questo ‘inspiegabile’ che costituisce la trama profonda di quello che continuiamo a nasconderci. Come mi diceva il mio amico, proprio questa trama ‘assurda ed inspiegabile’ costituisce l’unica possibile via della scrittura.
Tutte le volte che io facevo valere la ‘mia forza’, il ‘mio in-comune’, era lui che mi spingeva a vedere più chiaramente, senza mai dirmi che ‘non era vero’ quello che io dicevo.
Era sempre, sistematicamente, ritornare in quel luogo dove ero rimasto per anni, senza muovermi di un millimetro. Sporgendomi, quanto più potevo, dentro questo ‘assurdo’, questo ‘inspiegabile’, questo ‘incomprensibile’.
Tutte le volte che ‘lo’ incontravo, in fondo, non facevo che mimare il gesto di liberazione che lui aveva compiuto: quello di attraversarlo ‘sino in fondo’, senza chiedere nulla e niente.
Anche quando, poi, ci siamo ‘dovuti spiegare’, ho sempre raccontato, come lui mi ha chiesto, di ciò che accadeva ‘intorno’.
Che, poi, in fondo, è quello che ‘tutti’ chiedono, proprio per dire che quello che accade, ciò di cui non si parla, è ‘assurdo’, ‘inspiegabile’, ‘incomprensibile’.
Non c’è, in fondo, una sola morte che sia ‘comprensibile’.
Anche il mio amico non era riuscito a fare diversamente. Solo che lui, diversamente da altri, era riuscito a ‘sfuggire’ alla morte. L’aveva ‘imbrogliata’.
E ‘vedere’ raccontata la ‘propria morte’ è qualcosa a cui non si sfugge.
Mentre per anni abbiamo festeggiato il suo ‘compleanno’, io sapevo come lui fosse attanagliato dalla curiosità di sapere come lui ‘morisse’ per chi era ‘intorno alla sua salma’.
Mentre io ero l’unico che continuava a pensare che lui ‘non sarebbe morto’, proprio perchè l’avevo visto morire troppe volte, tutto intorno tutti ‘parlavano’ della sua morte.
E, per anni, non hanno fatto altro.
Non hanno fatto che parlare, per anni, di come tutto questo fosse ‘assurdo’, ‘incomprensibile’, ‘inspiegabile’.
Quando, invece, è quanto di più ‘normale’ ci possa essere.
Proprio di fronte a ciò che più sembra ‘incomprensibile’, ‘inspiegabile’, ‘assurdo’, la nostra ‘morte’ diventa l’unica cosa ‘degna’ con cui ‘scrivere’, l’unico senso della scrittura, l’unica ‘follia’ che renda ‘sana’ questa miseria dove siamo. [...].”
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