23.07.2005
Apici [1] – Come un ‘omaggio’ a Thomas Bernhard – Un Estratto
“[...] Ho sempre pensato, con una precisione assoluta, a quando sarò vecchio. So, perfettamente, le devastazioni che colpiranno il mio corpo, le deformazioni, le impossibilità che mi renderanno intollerabile agli occhi e alla vita altrui. Con una precisione assoluta, sto costruendo questa mia vecchiaia. Mai, in nessun caso, penso la mia vecchiaia come un momento di riposo. Al contrario, sto costruendo la mia vecchiaia come un inferno per chi mi starà accanto.
Li vedo già, questi poveri infermi della mente, mentre si pongono il problema di come uccidermi. Li vedo, questi pochi che arriveranno a dovermi rendere più infame di quanto sia ora, complottorare insieme alla mia vecchiaia e la mia infermità. Ma io non li lascerò vivere nella loro infamia. Non li lascerò ‘vivere felici’.
[...]
Quando non sapranno più cosa dire nè pensare, io andrò a ricordare al mio amico che era stato lui a sapermi dire cosa fare.
Andrò, dovunque lui sia, a ricordargli come eravamo riusciti a costruirci la nostra ‘morte’.
Lui che, insistendo, era riuscito a rimanere nella sua ‘rianimazione’ perpetua; io che, da oltre il vetro, non ero riuscito più a fare un passo oltre, nemmeno un millimetro, da quel luogo.
Dove sono rimasto, in fondo, in tutti questi anni.
Con in più tutti i suoi amici che venivano a ‘chiedermi-quello-non-so’, mentre costruivo la mia vecchiaia già da giovane. Di fronte un ‘morto’ che non era ‘morto’.
[...]
Ho sempre pensato, da giovane, che avrei scritto un libro sulla ‘morte’.
Il mio amico continuava a rimproverarmi proprio per quegli apici che mettevo all’inizio e alla fine della parola.
Anche lui era diventato vecchio aspettando la sua ‘morte’.
Gli apici, invece, a me, mi avevano salvato.
Era come mettere tra parentesi la vita che lui aveva vissuto e che, in fondo, era quella che io avrei voluto vivere.
Tutte le volte che avevamo parlato della nostra ‘morte’, non eravamo riusciti a evitare la ‘discussione’ sulla nostra vecchiaia.
Continuava a rimproverarmi, da giovane, per quegli ‘apici’ che mettevo prima e dopo la ‘morte’.
In nessun caso mi aveva convinto.
[...]
In fondo, sin da giovani, da quando facevamo politica, ci eravamo ‘allenati’ a morire.
Poi lui si spinse ‘un po’ più in là’. Ma gliel’ho perdonato. Dopo anni.
Continuava a dirsi ‘malato’. Era una cosa che non tolleravo.
Tutte le volte che avevamo parlato della ‘morte’, e della politica, lo avevamo fatto ‘veramente’ dopo che lui ‘aveva fatto finta di morire’.
[...]
Avrei voluto scrivere un libro sul circo intorno alla sua ‘morte’. Mi sono ritrovato a pensare al circo intorno alla mia vecchiaia.
Troppe volte gli avevo proposto di ‘scrivere’ un libro insieme.
E tutte le volte, lui mi rispondeva che lui stava scrivendo il ‘suo’ libro.
Tutte le volte che gli avevo proposto di scrivere qualcosa insieme, continuava a ripetermi che ‘non poteva scrivere’, non sapeva scrivere ‘insieme’, ‘non sapeva scrivere’.
E mi rimproverava per gli apici che continuavo a usare senza misura, come se volessi mettere la mia ‘morte’ tra apici.”
[...]
Poi , dopo, si era addormentato.
Mentre io continuavo a guardare la sua ‘vita’, lui dormiva.
Al contrario di tutti gli altri, io non avevo mai creduto che sarebbe ‘morto’.
Nemmeno quando stava per ‘morire’.
In fondo, tra tutti, ero l’unico che lo aveva già visto ‘morto’.
Avevamo giocato, sia io che lui, una ‘falsa’ partita.
Avevamo creduto, entrambi, che la politica potesse almeno ‘dire il mondo’.
Che lo cambiasse.
Per entrambi era diventato un gesto di ‘morte’.
Il mondo era un gesto di ‘morte’. Non certo ‘la’ politica.
Entrambi ascoltavamo ‘musica’.
[...]
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