16.07.2005
Diario moscovita: l’eccezione (1)
La forza di Mosca non risiede nè nella sua autarchia, nè nella sua trasformazione senza freni.
Entrambe queste caratteristiche, negli ultimi quindici anni come nell’arco degli ultimi dieci secoli, appartengono all’identità russa.
Di cui Mosca è, volente o nolente, specchio.
In questo senso, Mosca non costituisce, in nessun caso, eccezione rispetto la Russia.
In particolare, di fronte ogni trasformazione, Mosca sta indietro, da sempre, rispetto San Pietroburgo.
(che, ricordiamolo, è una città inventata a tavolino nel diciottesimo secolo).
E rispetto la ‘forza frenante’ che la Russia tutta esprime da secoli, Mosca è semplicemente troppo avanzata.
È una città.
E la Russia è tutto tranne che un paese di ‘città’. Come l’Italia; per fare solo un esempio, l’illustre.
Mosca costituisce e rappresenta un ‘doppio’ luogo ‘vuoto’.
Essa è ‘sempre indietro’ rispetto San Pietroburgo e ‘sempro troppo avanti’ rispetto la Russia intera.
Quando Lenin in persona scelse di ‘ritrasferire’ la capitale da Pietrogrado a Mosca, aveva perfettamente in mente questo strabismo storico costitutivo.
Sino a quando non ho abitato a Mosca non mi rendevo conto nè di questo strabismo, nè della ‘forza’ di questo trasferimento.
Si legge, spesso, tutta la storia della rivoluzione bolscevica senza avere in mente alcuna nozione reale di ciò di cui si parla. O semplicemente si legge.
E punto.
L’eccezione moscovita, se la possiamo chiamare così, è ‘identitaria’.
Mosca ‘desidera’ l’Europa, sapendo di non poterne mai fare parte (San Pietroburgo ne fa parte).
E ‘desidera’ la Russia, sapendo di essere l’ ‘oltre’ della Russia, la sua sporgenza.
Mosca vive, in questo senso, una doppia nostalgia. Ed una doppia tragedia.
Questa doppia nostalgia e doppia tragedia è la sua ‘eccezione’, rispetto la Russia intera e l’Europa.
(segue)
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