27.05.2005
Un altro ‘indimenticabile’, o: su la canzone di Buchenwald (Buchenwaldlied)
Proseguo la mia modesta ricognizione dell’arte, della storia e dell’indimenticabile con la ricostruzione della storia del Buchenwaldlied, di cui dò anche una traduzione dall’originale tedesco.
Mario M.
(con un’addenda finale di millepiani)
Alla fine del 1938, il direttore del campo di concentramento di Buchenwald, edificato in mezzo a una foresta di faggi a qualche chilometro da Weimar, lamentò che tutti i campi avessero un loro inno, tranne Buchenwald: fu così dato mandato ai prigionieri di comporne uno. Ma nessuna delle proposte incontrava il favore della direzione, finché, d’intesa con i prigionieri, il Kapò della stazione di posta, in buoni rapporti con le SS del campo, si spacciò per autore di testo e di una musica che sarebbero divenute «La canzone di Buchenwald».
La storia delle prove di questo pezzo nel gelido inverno tedesco, alla fine di Dicembre, è stata raccontata, fra gli altri, da un sopravvissuto di nome Stefan Heymann, originario di Mannheim, la città della prima dei ‘I Masnadieri’, la grande tragedia anti-tirannica di Friedrich Schiller.
Ogni blocco aveva avuto in consegna di provare nelle ore libere, finché una sera in cui faceva «un freddo cane ed era tutto pesantemente innevato», il direttore del campo, «ubriaco fino a puzzare» diede ordine che i settemila prigionieri eseguissero il canto dopo l’appello serale. Siccome non tutto funzionò subito, egli pretese che ricantassero tutti insieme seduta stante fino a quando non avesse funzionato: «l’infernale concerto», che ne seguì, lo convinse nei fumi dell’alcool, che era meglio far provare strofa per strofa.
E così dovette avvenire, per quattro lunghe ore. Dopodiché il signor Arthur Rödl, questo il nome dell’allora direttore, comandò che i prigionieri facessero ritorno alle baracche, cantando in marcia in file di dieci davanti alla torre di comando, dove egli stazionava con altre SS «ubriache». Le file che non cantavano correttamente o che non marciavano a spalle ben dritte, dovevano «impietosamente» ripetere tutto il tragitto: solo intorno alle dieci, «morti di fame e irrigiditi dal gelo», fecero tutti ritorno alle baracche.
«Questa scena nell’inverno più profondo, in cui uomini affamati e al gelo nella luce abbagliante dei riflettori e nella neve alta di un bianco abbagliante stanno sulla piazzola dell’appello a cantare, si è scavata indelebilmente nella memoria di ciascuno che vi partecipò».
Chi erano, però, i due prigionieri autori dei versi e delle note?
Le musiche le aveva composte Hermann Leopoldi, un cabarettista di Vienna, e le parole, le parole erano di un bravo artista, morto sempre di Dicembre, il 4 Dicembre del 1942, ad Auschwitz-Monowitz, dopo essere stato furiosamente picchiato da una sentinella. Il suo nome era Fritz Löhner-Beda, ed era stato il librettista di Franz Lehar, il principe dell’operetta.
Ogni volta che rileggo questo ‘inno’ e che lo condivido con qualcuno, mi viene da piangere, perché io, a Buchenwald, ci sono stato solo da visitatore e nel pieno di un’assolatissima estate, la prima e per molti mesi l’unica uscita che ho voluto fare in tutta la Turingia: la seconda, molti mesi dopo, fu per rendere omaggio a Schiller e al mio Herder a Weimar. E perché penso sempre che due uomini esperti nell’arte di divertire e dilettare il pubblico con storie frizzanti e ritmi trasognati, abbiano avuto il destino di scrivere un canto, il cui ritornello, ricorda un altro sopravvissuto, Erich Fein, quegli uomini cantavano con entusiasmo e ad alta voce.
Perché è vero ciò che scrive Chlebnikov e che Luigi Nono fa cantare a uomini liberi:
«Quando stanno morendo, i cavalli respirano
quando stanno morendo, le erbe intristiscono,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo,
gli uomini cantano».
La canzone di Buchenwald
Quando il giorno si desta,
prima che il sole rida,
le colonne si dirigono
alla fatica del giorno
nel mattino che spunta.
E la foresta è nera e il cielo rosso
E noi portiamo nel tascapane un pezzetto di pane
E nel cuore, nel cuore le pene.
O Buchenwald non ti posso dimenticare
perché Tu sei il mio destino.
Chi ti abbandona, lui solo può aver la misura
di quanto è meravigliosa la libertà!
O Buchenwald non ci dogliamo e lamentiamo,
E quale che sia il nostro destino,
ciononostante vogliamo dire sì alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno, allora saremo liberi!
Vogliamo dire sì! alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno: allora saremo liberi!
E la notte è bollente e la bimba lontana,
e il vento canta piano, e io le voglio così bene
se solo restasse fedele, sì fedele!
E le pietre son dure, ma il nostro passo è deciso
E portiamo vanghe e picconi
e nel cuore, nel cuore l’amore.
O Buchenwald non ti posso dimenticare
perché Tu sei il mio destino.
Chi ti abbandona, lui solo può aver la misura
di quanto è meravigliosa la libertà!
O Buchenwald non ci dogliamo e lamentiamo,
E quale che sia il nostro destino,
ciononostante vogliamo dire sì alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno, allora saremo liberi!
Vogliamo dire sì! alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno: allora saremo liberi!
E il giorno è breve e la notte sì lunga,
tuttavia un canto risuona, ché la patria cantò:
il coraggio non ce lo facciamo rubare!
Tieni il passo, compagno e non perdere il coraggio,
perché la volontà di vivere portiamo nel sangue
e nel cuore, nel cuore la fede.
O Buchenwald non ti posso dimenticare
perché Tu sei il mio destino.
Chi ti abbandona, lui solo può aver la misura
di quanto è meravigliosa la libertà!
O Buchenwald non ci angosciamo e lamentiamo,
E quale che sia il nostro destino,
ciononostante vogliamo dire sì alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno, allora saremo liberi!
Vogliamo dire sì! alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno: allora saremo liberi!
*Addenda: Sono riuscito a trovare una versione strumentale del Buchenwaldlied. Chi volesse può ascoltarlo qui. Davvero chi volesse.
millepiani
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