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    24.05.2005

    Nostra compagna in-comune: sull’anonimato e la scrittura


    a Silja

    Uno scrittore – non lo sono e di questi tempi in troppi, penso, si autotitillano con la definizione – uno scrittore ‘tradisce’ il proprio nome. In un senso forse alto, incomprensibile o dimenticato di questi tempi.

    Vorrei ricordare qui quello che Maurice Blanchot scriveva sull’anonimato della scrittura e sulla necessità, per chi scrive, della sua/propria cancellazione. Vorrei ricordarmi, più che ricordare, le pagine de La scrittura del disastro, dove, davvero e sino in fondo, non tanto il termine ‘scrittore’, quanto la ‘pratica’ della scrittura viene sottoposta, direi ‘esposta’, ad uno svuotamento radicale di quella ‘pienezza’, di quella ‘autorialità’ a tutto tondo che funziona più per la NZZ o ‘La Repubblica’ che per un testo che si dice di ‘letteratura’.
    Ciò che però Blanchot aveva sempre di fronte gli occhi era che questa necessaria ‘cancellazione’, l’urgenza che l’autore tradisca il proprio nome, la necessità ‘tutta politica’ che non possa mai essere identificato a tutto tondo con la scrittura, e soprattutto la scrittura con l’autore, ciò che aveva davanti agli occhi era, appunto, il primato della scrittura, la sua forza, l’urgenza sovversiva che risuona in ogni scrittura che possa essere degna di questo nome.
    Mai, in nessun modo, Blanchot confonde questo ‘spossessarsi’ dell’autore, questo ‘tradire’ il proprio nome – nel senso che ho appena accennato – con la mancanza di responsabilità, con il silenzio, con la fuga. In nessun momento questa scrittura che Maurice Blanchot indica e pratica, in nessun momento essa scende a patti con il potere, con qualsiasi potere – editoriale, dell’industria culturale, della forza del nome, del nick, di quella autoriale, giornalistica, accademica, di quartiere, di cortile, di clan, di link, di famiglia allargata, di sangue, di razza, d’origine, destinazione, d’elezione, di potere della scrittura stessa.
    Scrivere nell’anonimato – cioè: ‘tradire il proprio nome’, perchè questa è l’unica possibile definizione dell’anonimato della scrittura, è sempre, per lui, la più radicale contestazione del potere.

    Lo testimoniano i testi del ‘Comitato d’azione studenti-scrittori’, che si riuniva nella biblioteca di filosofia alla Sorbonne nel maggio ’68 e a cui Blanchot partecipa sin dalla sua fondazione.

    La notte tra il 10 e l’11 maggio del ’68, la ‘notte delle barricate’ al Quartiere Latino, come nei giorni precedenti e nei giorni successivi, Maurice Blanchot vive nelle strade, come tutti. Il 14 maggio cominciano gli scioperi spontanei e le occupazioni delle fabbriche. 10 milioni di francesi scioperano contro De Gaulle e la repressione. I primi giorni di giugno Blanchot è, insieme a Marguerite Duras, alla Renault di Flins, dove gli studenti fiancheggiano gli operai contro l’intervento della polizia.
    Il 20 maggio si era costituito il ‘Comitato’, a cui partecipavano Antelme, Duras, Bellefroid, Leiris, Mascolo, Nadeau, Roschefort, Roy, Sarraute, Schuster, per dire i ‘nomi’ conosciuti, le ‘firme’, i ‘responsabili del loro nome’, (salvo errori – cioè salvo una coincidenza di più riunioni tra scrittori e studenti – una ricostruzione la si può ritrovare in ‘A conti i fatti’ di Simone de Beauvoir, pag 412-13. De Beauvoir non cita mai Maurice Blanchot, ma solo Duras e Georges Lapassade, con cui ho avuto il piacere di ubriacarmi a Venezia…senza sapere, davvero, chi fosse…Il testo è comunque da leggere per il ‘caga-sotto’ della de Beauvoir di fronte una contestazione quasi ‘annunziata’….).
    Nelle riunioni successive, nè Sartre nè de Beauvoir sono mai stati più presenti. Alla loro vista, cito de Beauvoir, la Duras sbotta dicendo: “Ne abbiamo piene le scatole dei divi”.

    Il punto focale è che oggi, anche in italiano, possiamo leggere i testi del ‘Comitato’.
    Vorrei citarne solo uno, cruciale per la questione dei ‘nomi’ e delle scritture, della responsabilità e dell’anonimato. Lo si può leggere a pagina 108 de Nostra compagna clandestina, (edito da Cronopio, e da cui prendo molte delle informazioni che qui riunisco), un testo senza titolo, ma che inizia con ‘Oggi…’:

    Oggi, come durante la guerra dal 1940 al 1944, il rifiuto di collaborare con tutte le istituzioni culturali del potere gollista deve imporsi come una decisione assoluta a ogni scrittore, a ogni artista di opposizione.
    La cultura è il luogo in cui il potere trova sempre dei complici.
    Con la cultura recupera e sottomette ogni libera parola.
    Lottare contro questa complicità della cultura; mostrare che nella cultura c’è un rapporto di possesso tramite il senso e un uso delle forze repressive che funziona indipendentemente dal gioco sociale.

    In una lettera inviata a Christian Limousin, Blanchot aggiunge riguardo i testi pubblicati in “‘Comité. Numero 1. Bollettino pubblicato dal Comitato d’azione studenti-scrittori al servizio del movimento (ottobre 1968)”:

    “Anche se li ho scritti, non posso riconoscere me stesso come autore dei testi che Lei mi segnala, testi che mi sono molto prossimi, di cui mi considero responsabile [...]. Tutto ciò che posso affermare è che ho partecipato alla redazione di Comité, tra gli oscuri e come
    senza nome. Spetta a voi lettori decidere e dire, ad esempio, in rottura con il principio dell’anonimato: “questi testi avrebbero potuto essere scritti da M.B., ma siamo noi che li attribuiamo a lui per decisione della nostra lettura”.(p. 99-100)

    Questo testo che non ha titolo e che comincia con la parola ‘Oggi’, a differenza dei volantini e delle dichiarazioni precedentemente redatti dal ‘Comitato’, come la nota aggiunge, non è stato scritto in comune.

    Era anonimo.

    Nostra compagna in-comune, nostra compagna ribellione…

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    scritto da millepiani
    il 24.05.2005
    come in-comune
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