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    21.05.2005

    Tra indimenticabile e memorabile – il monumento, Venezia


    Lo splendido testo di Agamben, che Mario M. ci ha regalato nella sua traduzione, pone un oceano di problemi filosofici. Che ovviamente non è il caso qui di affrontare.
    Vorrei però sottolineare solo una cosa e porre un interrogativo.
    In nessun caso il testo di Agamben può essere letto senza la ‘necessità’ del movimento, del transito, del passaggio, del cammino che si accompagna alla sua lettura. Mi sembra, anzi, che il ‘monumento’ venga ‘distrutto’ nella sua staticità grazie alla possibilità di ‘ricordare camminando’.
    È un tema molto caro a Luigi Nono, ad uno dei maggiori compositori di ‘musica classica’ – chiamiamola così – contemporanei.
    Non sto qui a ricordare i riferimenti.
    Sì, è vero, indimenticabile e memorabile non sono la stessa cosa. Essi ‘affrontano’ diversamente il ‘monumento’. Diversamente essi ne declinano la ‘presenza’.
    È un tema delicatissimo. Parliamo, in fondo, della ‘storia’.
    Ma questa ‘lotta’, la lotta che ogni monumento ‘impone’, a cui si deve far fronte, si radica nel ‘modo’ di vedere.
    Nel ‘come si cammina guardando’.

    Ho abitato per anni a Venezia.

    Ho imparato come sia una città senza monumenti. Venezia non ha monumenti.
    È una memoria.
    Dove, tra l’indimenticabile e il memorabile, si colloca questa città?
    Dove la memoria si colloca tra il monumento e l’indimenticabile?

    Per chi l’ha abitata, Venezia in sè non esiste.
    Essa esiste solo attraverso la mappa, la memoria che se ne riesce a costruire.
    Potremmo chiamare questa pratica di sopravvivenza una esperienza ‘memorabile’.
    Non è possibile ‘vivere Venezia’ senza questa ‘memoria’.

    Molti di coloro che ‘vengono’ a Venezia, che la attraversano per un breve, folgorante istante, ma anche molti che la abitano, compresi quasi tutti i veneziani, si fermano all’esperienza ‘memorabile’ della città. In questa esperienza, essa non rinvia ad altro se non a se stessa: essa diventa monumento di se stessa. Questa esperienza è, per Venezia, la sua ‘agonia’.
    Non c’è dubbio che l’esperienza ‘memorabile’ di Venezia diventi l’esposizione di una morte che attanaglia, sin nelle radici geo-fisiche di questa città, il suo futuro, che fa attraversare l’esperienza di vivere in una città l’esperienza della morte, dello svuotamento della memoria, il rischio di perderne il senso, di perdere tutti i sensi, l’esposizione alla bellezza, il suo richiamo, la vertigine dello sguardo, la forza di un oblio certo, ma anche la certezza di una memoria, di un segno.
    Dire:”Sono stato a Venezia” è dire la forza del monumento e della testimonianza, prima che esso scompaia, prima che la testimonianza sparisca.
    Ecco, questo è il ‘memorabile’, ciò che Venezia offre, il suo, la memoria che espone e che vuole mantenere, che tutti noi difendiamo, che i veneziani difendono con fredda certezza e decisione.
    Questa esperienza porta un nome, un nome solo: Marcel Proust.

    Ma tra il ‘memorabile’ e ‘l’indimenticabile’ si apre la vertigine di Venezia.

    Per me, ciò che scrive Giorgio Agamben è comprensibile solo ed esclusivamente a partire da questa vertigine di Venezia.
    Il ghetto di Venezia, le grida e i nomi degli ebrei strappati all’esperienza del ‘memorabile’, alla loro città, risuonano, ancora, nel luogo che si chiama ‘Venezia’. Questo nome è il nome del primo ‘ghetto’ d’Europa. Venezia, prima e oltre il suo ‘essere memorabile’, è l’indimenticabile.
    Proprio perchè essa è un ‘monumento’ per chi l’attraversa in maniera folgorante, per qualche giorno, essa conserva questo senso dell’indimenticabile, lo porta con sè, lo grida ad ogni calle, ad ogni campo, ad ogni sotoportego.
    Questo ‘grido’, che in nessuna maniera dice un’agonia, ma, al contrario, la forza della testimonianza, questo ‘grido’, che sentono i poeti, è il ‘grido’ dell’indimenticabile, riappacifica la testimonianza e l’indimenticabile, ma solo camminando.

    Luigi Nono aveva perfettamente ‘ascoltato’ questo grido.

    Se Venezia, stranamente, non ha monumenti, essa è il luogo dell’indimenticabile, poichè, sempre, ad ogni pietra, il grido di quegli ebrei che l’hanno lasciata, e di cui, splendidamente ha scritto Primo Levi, degli ebrei di Venezia, quel grido, oggi più di prima, la rende luogo della testimonianza, luogo in cui la storia traversa il memorabile per renderlo indimenticabile.
    Non è vero che c’è una cesura radicale fra i due termini.

    Venezia è, semplicemente, il terzo escluso. Essa testimonia, ancora oggi, questa verità.

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    scritto da millepiani
    il 21.05.2005
    come visto da fuori
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