20.05.2005
Sulla ‘restaurazione’: una risposta senza pretese
a Gianfranco
Carla Benedetti, con la forza che sempre le attiene, e Moresco, con la forza della scrittura ormai senza necessità di riconoscimento, e grazie al ‘suo essere radicalmente flebile’, sviluppano un’analisi del contesto editoriale e culturale a partire dal concetto di ‘restaurazione’.
Io non sono uno scrittore. Se scrivo, scrivo diversamente da come scrivono le scrittrici, gli scrittori. Da come scrivono i loro critici.
Ho studiato filosofia.
Ho imparato, grazie all’ultimo Foucault, che non esistono ‘restaurazioni’ nei dispositivi di potere. Ho imparato che tutte le relazioni sono relazioni di potere. Ho capito che il riequilibrio delle relazioni di potere non passa nè per la rivendicazione di una restaurazione di un ‘non-so-quale-statuto’, e nemmeno per il rifiuto della marginalità che il mercato editoriale impone.
Anche per la filosofia.
Ho imparato, dalla lezione dell’ultimo Foucault, che, al contrario, nei dispositivi di potere non c’è mai nessuna restaurazione, ma una cogenza della ripetizione a cui la scrittura, in fondo, si ribella per suo proprio statuto.
Quando, sino in fondo, diventa un’esposizione.
In nessuna maniera, mai, sfido a dimostrare il contrario, Foucault ha mai parlato di un luogo ‘originario’, macchinale, a cui il potere, editorial-industriale o quale che sia, riesce a riportare la scrittura.
Al contrario.
Tutto l’ultimo Foucault – parlo del Foucault che scrive tra il ’79 e l’84- ha una paurosa tensione di ricerca, d’interrogazione dei luoghi che, per disattenzione o statuto, sfuggono allo statuto della macchina editorial-industriale, per quanto ci riguarda -, alla macchina di presa del soggetto -in linea generale.
La radicale differenza tra il dispositivo macchinale del potere e il pensiero di Foucault si gioca interamente sulla possibilità di riformulazione dei rapporti di potere che non sono rapporti di dominio.
La differenza, fondamentale, di statuto tra i rapporti di potere e quelli di dominio consente a Foucault di pensare quella che lui chiama ‘pratica della cura di sè’.
[Non è il caso, qui, di dire o chiarire in che senso].
Il concetto di ‘restaurazione’ è una grave concessione ad uno schema di analisi del rapporto tra potere e soggetto.
Esso si colloca, fondamentalmente, in quella linea d’analisi dello statuto del potere come ‘machina’, quella linea che produce resti di scrittura, scarti volontari e rivendicati, grida di gioia per la marginalità vissuta, ma, in nessun caso, una rimessa in questione reale dei dispositivi di pratica del potere, delle relazioni di potere.
Li chiamerei: scarti volontari di testimonianza di verità. Contro Sartre stesso, che si rivendica come riferimento.
Ma non è questo il punto, essendo un punto marginale.
Il punto è che il concetto di ‘restaurazione’ costituisce un forte arretramento rispetto l’ultimo Foucault.
C’è in questo concetto, più che un riflesso moralistico d’analisi, una cessione di sovranità al dispositivo di potere. Come se si leggesse il ‘potere’ all’interno di una ‘microfisica’. Perchè si crede, ancora, che la dinamica della ‘machina-potere’ possa colonizzare la scrittura.
L’ultimo Foucault mostra come questa ‘colonizzazione’ faccia parte di una lunga tendenza della storia occidentale – la chiama la ‘pastoralità’-, ne determini, sino in fondo, lo statuto pi?u profondo, e in nessuna maniera la giudica come elemento tipico della ‘macchina-mercato’ capitalista.
Anzi: in fondo rivendica come, all’interno di questa dinamica, si creino sacche di resistenza e di fuga che, sistematicamente sfuggono, nel buio o alla luce del sole, a questo dispositivo. La differenza tra potere e dominio si gioca tutta su questi spazi di scrittura, di testimonianza, esterni, interni-esterni, come vogliamo pensarli, come dobbiamo cominciare a pensarli.
‘Restaurazione’ è, per suo statuto, un termine auto-contraddittorio; esso non coglie, in nessuna maniera, il nuovo statuto del potere, almeno seguendo l’analisi di Foucault, dell’ultimo Foucault.
Rivendica, anche senza dirla, una capacità ‘produttiva’ del potere, quando invece, tutto l’ultimo Foucault rivendica la capacità produttiva della ‘auto-produzione’, della ‘cura-di sè’.
Lo spazio, il margine che si apre, sempre secondo l’ultimo Foucault, tra scrittura e potere.
Le banalità, i rutti e le lentezze che si dicono di fronte il concetto di ‘resturazione’ non sono mai, in nessun momento, all’altezza del pensiero che questo concetto ci offre.
Nello stesso tempo, noi, io, sto dalla parte di Foucault. Continuo a pensare che sia possibile praticare nella scrittura un luogo forte in cui, tra poteri, si sappia dire la forza del potere della scrittura.
Si sappia distinguere tra potere e dominio.
Si sappia, in fondo poi, sovvertire ogni potere per impedire, sempre, qualsiasi dominio.
Per praticare la libertà.
p.s. Scrivo queste righe dopo avere letto questi interventi:
- Carla Benedetti: ‘La restaurazione’
- Alderano: la restaurazione continua
- Lipperini
- Roquentin
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